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Immaginare l’altrove

Nel mondo antico gli uomini si muovevano assai poco, e immaginavano moltissimo. Nel medioevo non mancavano i viaggiatori e tantomeno gli esploratori, ma la maggior parte delle persone viveva l’intera vita in uno spazio minimo, talvolta di pochissimi chilometri, e tutto quello che veniva a sapere gli veniva raccontato, oppure, se era in grado, lo leggeva sui libri. Il medioevo, ma anche l’età moderna, sono luoghi, prima che epoche. Sono costellazioni isolate una dall’altra dove solo ogni tanto, per un caso, per una bizzarria, arrivavano informazioni dal mondo. Informazioni portate da qualche viandante, da un soldato, da qualcuno che era partito e poi tornato. Ma erano notizie per lo più inservibili, perché di fatto troppo vaghe, leggendarie, poco comprensibili.

Però quel mondo era anche un mondo pieno di immaginazione. Non era da tutti, se non ti chiamavi Marco Polo, raggiungere luoghi lontani, ma era da tutti, o forse da molti, sfogliare bestiari, o atlanti immaginari, dove erano segnati luoghi e terre mai esistiti, dalle forme più strane, mappe inverosimili nelle quali riuscire a muoversi. Il mondo del passato, anche del passato recente, era un mondo di storie fantasiose e vertiginose che però avevano una loro compiutezza, o meglio una loro finitezza. Gli atlanti contenevano 100 terre esistite e mai esistite, ma non 101. I bestiari altrettanto, il pensiero era abituato a sapere che i libri avevano un certo numero di pagine, così come le immagini, che erano quelle che si potevano vedere nelle chiese. In epoca recente, con l’invenzione dei giornali e l’avvento dell’informazione, accadeva all’incirca la stessa cosa. Quando si voleva dire di qualcuno meticoloso e rigoroso si portava ad esempio la sua tenacia nel leggere tutto il quotidiano dalla prima all’ultima pagine, dove di solito venivano stampati gli annunci mortuari. Riga per riga, pagina dopo pagina si poteva leggere tutto. E riga per riga e pagina dopo pagina si sfogliavano i romanzi o i trattati. E c’erano i matti che cercavano di imparare le enciclopedie a memoria, o tenevano a mente i nomi delle città o dei laghi e dei fiumi stampati sugli atlanti.

In quel mondo finito, l’immaginare l’altrove aveva una sua logica. Esistevano terre lontane e irraggiungibili, però stavano comunque dentro i libri, esistavano moltissime notizie, anche troppe, ma finivano tutte alla pagina 24 del giornale. Si sapeva del mondo, ma nel tempo chiuso di un notiziario. E quello che stava fuori dai libri, dalle opere pittoriche e dagli affreschi, dai bestiari dagli atlanti, dai quotidiani e giornali radio e dai telegiornali, non c’era, non serviva, non era necessario.

Una vecchia canzone dell’inizio degli anni Sessanta si intitolava appunto Il mare nel cassetto. Tutto era perimetrabile, anche quello che per definizione sfiora l’infinito.

L’era del web ha capovolto questa idea. Non c’è nulla che finisca veramente, le informazioni girano continuamente, spesso sempre le stesse e ti danno la sensazione che non si compiano mai. Il vecchietto pignolo non può leggere un giornale dalla prima all’ultima pagina, perché non basterebbe, e dovrebbe continuare sul sito web della testata, le informazioni hanno una circolarità che impedisce di mettere la parola fine a quello che possiamo e vogliamo sapere. L’idea di ripetersi non è più un errore concettuale, ma una necessità dei contenitori, che non si riempiono mai e hanno bisogno di sommare idee, scrittura, immagini ed esperienze perché sennò vivremmo in un vuoto insopportabile.

La tragica fatalità ha voluto che molti divi della musica siano morti nel 2016. È stato uno stillicidio di giornali, televisioni, programmi radiofonici, che davano sempre lo stesso elenco, legando assieme destini e storie che avevano solo un punto in comune: che era scomparsa gente importante che suonava e cantava. Ci dicono che siamo dentro un universo di possibilità che non ha fine, ma ci sentiamo dentro un mondo piccolissimo dove nulla è immaginario e tutto è ripetuto fino allo sfinimento. E più sappiamo quello che accade, più quello che accade ci viene detto come non lo avessimo mai sentito.

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I layout della cattiva informazione

È accaduto a tutti, arrivati per la prima volta in una città, di entrare in un ristorante, e cominciare a notare alcuni dettagli, per capire meglio se si è fatta la scelta giusta, oppure se rischiamo di avere un cattivo servizio, o del cattivo cibo. Guardiamo delle cose, magari nell’attesa del cameriere, che sono impercettibili: il tipo di tovaglie, la scelta dei bicchieri, la luce, i quadri alle pareti. Alle volte persino lo stato della toilette. Sono elementi che poi portano un pregiudizio che può essere confermato oppure no. Di solito non ci si sbaglia. È raro che molti elementi distonici siano poi smentiti nella qualità del cibo e del servizio, perché siamo tutti abituati a considerare le cose del mondo in modo armonico. Un uomo colto non parla sbagliando i verbi e usando termini in modo improprio. Un grande artista non avrà alle pareti di casa croste dei pittori della domenica, e il sorriso di un bravo medico, il suo modo di porsi e di fare sarà empatico, accogliente, severo e competente. E non certo isterico, arrogante e violento.

Questo nella vita reale. Solo che la vita reale è diventata soltanto una parte, e purtroppo neppure troppo grande, della vita di ognuno di noi. Buona parte delle nostre esistenze corrono sul web, sia attraverso la rete che attraverso le app degli smartphone. Per cui i ristoranti sono lì, possiamo ordinare del cibo e averlo a casa consultando una app, e magari l’app non soltanto è efficiente, ma è anche elegante, con i colori giusti, con le iconcine belline e ben pensate. E questo non accade perché l’app dei ristoranti è stata pensata da persone che curano la qualità del servizio come la qualità del locale (in questo caso la app, o il sito, rappresenta il locale) ma perché esiste una struttura ideologica che produce immaginari tutti uguali. I più bravi sono quelli di facebook, con i loro layout, ma l’elenco sarebbe lungo.

L’oliera sbeccata del ristorante  oppure la toilette senza carta igienica esisteva anche ai primordi del web. Un tempo capivi con chi avevi a che fare guardando i siti web. C’erano quelli bellissimi e costosi, dove funzionava tutto, impaginati come si deve, e c’erano quelli disastrati, dove i link non erano collegati a niente, le foto troppo sgranate, i colori esagerati, e il testo magari poco leggibile. Come nelle città esistono vetrine di negozi bellissime e piacevoli, e antri commerciali dove magari trovi qualcosa di buono, ma prima devi farti largo tra paccottiglia, polvere e disordine.

Oggi tutte le vetrine sono eccellenti, perché di fatto sono quasi tutte uguali. Oggi i ristoranti hanno oliere di design, e luci calde che ti danno la sensazione di trovarti nel posto giusto. Merito di un sistema che mette le persone nelle condizioni di godere di cose per cui non è importante stabilire valore e qualità. Tutte le foto su Instagram diventano belle per due motivi: perché sono abbastanza piccole da nascondere i difetti, e perché sono abbastanza manipolabili con i filtri per farle assomigliare a quelle dei fotografi veri. L’ideologia Ikea, è stata forse l’inizio di questo processo. La libreria da 69 euro, ha un design paragonabile a quelle da 20 mila euro. Solo che la prima è di truciolato e la seconda di un legno rarissimo e prezioso. Eppure se le fotografi entrambe per Instagram appariranno molto simili.

L’informazione, che è un tasto dolentissimo, ha ormai lo stesso layout ovunque, perché gli articoli vengono ripubblicati dai social. Per cui il testo del giornalista inesperto che ha creduto alla prima notizia bufala che passava sul web, appare al lettore con la stessa modalità dell’articolo del più importante columnist del New York Times.

Come distingui tra due ristoranti identici dove in un uno ti servono la carne di gatto e nell’altro la chianina autentica? E per di più allo stesso prezzo? Come facciamo a capire, in un mondo che ha fatto dell’estetica, del glamour la religione del nostro tempo, cosa ha sostanza, contenuto e cosa è soltanto forma? E come possiamo insegnare ai nostri figli a imparare a difendersi da tutto questo?

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Incenso e pietra, ombre e vetrate

È probabile che la serie di Paolo Sorrentino The Young Pope diventerà un traguardo fondamentale per molti. Perché in quella serie ci sono alcune cose che hanno a che fare con le nostre vite smaterializzate, con le nostre identità digitali e con le nostre solitudini da social network. In quella serie il primo degli elementi di cui tenere conto non è tanto l’idea che possa salire al soglio pontificio un papa giovane e bello. Ma è che i valori della contemporaneità, ovvero la giovinezza, la bellezza, il carisma, persino l’opulenza e la ricchezza, non sono liquidi, sono fisici, sono dentro un luogo chiuso, dentro le mura vaticane, che diventano l’ultimo dei luoghi, o se preferite: il luogo dei luoghi.

La serie di Sorrentino è la risposta allo smarrimento contemporaneo nella rete, nel web. La sua ossessione per i chiostri, per i luoghi protetti, per i rituali, per le radici, per la spiritualità è diventata un evento per un mondo di spettatori che non hanno più luoghi, che non sono più da nessuna parte, e al tempo stesso sono dappertutto. E che parlano di riti collettivi per qualsiasi cosa venga condivisa nel mondo, ma poi i riti finiscono per essere solo una connessione virtuale. Un mondo dove il corpo non c’è, non c’è la carne, non c’è la fisicità della materia, perché la carne, il corpo, la materia sono ormai soltanto estetica e narcisismo.

Il grande antropologo René Girard diceva che il sacro era un modo per l’umanità di nascondere la violenza originaria. Attraverso il sacro e la religione il genere umano cela la sua brutalità, la sua violenza, e la media attraverso il sacrificio. Rendendo così più tollerabile il nostro stare su questa terra. La religione nasconde nel sacro quella violenza che la società non potrebbe sopportare se la riconoscesse come tipica della natura umana.

Le teorie di Girard sono dibattute in tutto il mondo. E le sue lezioni a Stanford erano leggendarie. Ma il sacro, che Sorrentino mette in scena nella sua serie destinata a tutto il mondo, ha bisogno di qualcosa che Girard forse ignorava. Di riportare nella fisicità dei luoghi proprio quel sacro, di renderlo materiale. Per questo il papa di Sorrentino fuma, il papa ha un corpo, il papa fa continui riferimenti alla sensualità e alla bellezza. Quel papa è dentro i luoghi fisici, e non è mai con la folla. Quella folla che ormai siamo abituati a pensare come il popolo del web. Quella folla di cui facciamo parte e non sopportiamo, perché è una folla senza sacro, senza riti, senza luoghi, senza altrove dove poter essere.

È di pochi giorni fa la notizia, forse l’ennesima, che si può sparire dal web. Con un tasto si possono cancellare tutti i nostri account che abbiamo sparso nell’iperuranio della rete: parlo dei social in cui non ci riconosciamo più, delle iscrizioni a mail che non utilizziamo da anni. Come satelliti lasciati al loro destino nello spazio dell’universo, andiamo a cercare relitti di noi e li distruggiamo con un pulsante che si chiama Deseat.me ed è stato creato da due sviluppatori svedesi: Willie Dahlbo e Linus Unneback.

Il pulsante Deseat.me non è riprendersi la propria identità, non è tornare a quello che siamo davvero. Ma è l’illusione che possiamo restare qualcosa anche se il nostro mondo non ci permette più di sentire la terra sotto i piedi. Il nostro mondo ha talmente tanti luoghi condivisi da non averne più nessuno. Distruggeremo tutti i nostri account, spariremo dal web con un solo pulsante. Poi ci chiederemo dove sono finiti tutti gli altri. Tutti quelli che avranno fatto la stessa cosa. E ora felici di non esserci non sapranno più dove andare.

Le mura vaticane sono alte e protettive. I luoghi di meditazione sono spesso monasteri chiusi e isolati o chiostri nascosti al mondo. Non sono aperti. Non sono impalpabili. Sono incenso e pietra, ombre e vetrate. Sono i corpi che abbiamo dimenticato. Sono questo futuro liquido che non ci permette di riconoscerci davvero.

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Capire il populismo con Piero della Francesca

C’è un nesso tra il risorgere dei populismi nel mondo e la cultura del web e della rete? Molti ne sono convinti perché la rete incoraggia e permette a tutti di esprimersi su qualsiasi argomento; il web dà la sensazione che il sapere sia accessibile e ci porti a conoscere i problemi con facilità. Inoltre il popolo della rete è composto da gente che portando i loro umori, le loro rabbie, il loro senso di ingiustizia in un luogo condiviso contribuisce a rendere più vero il sentire comune. Gli umori dei popoli sono canalizzati, riordinati persino, sminuzzati e infine trasformati in campagne politiche, movimenti più o meno qualunquisti, eleggendo anche sorprendenti presidenti degli Stati Uniti.

È abbastanza vero che la potenza della rete genera tutto questo. Ma non è una lettura sufficiente perché spiega soltanto una parte del problema. Il risorgere dei populismi, la vittoria di Donald Trump, il futuro di un mondo dove tutto è molto più netto, molto più estremo, l’idea che i distinguo e le argomentazioni siano materia per gente che cerca di fregarti, per intenderci, perché la verità è semplice, e la verità ha fretta, perché la purezza non può attendere, sono il punto di arrivo di un processo culturale inedito. E il web e i social sono causa e conseguenza di tutto questo.

Per capire cosa stia accadendo è opportuno scomodare un grande pittore vissuto nel Quattrocento. Parlo di Piero della Francesca. Piero è il padre della pittura ma anche dell’architettura dei secoli successivi. Non solo ha influenzato la pittura fiamminga e persino, attraverso il modo di utilizzare la luce, Caravaggio, ma è stato un vero innovatore culturale. L’uso della geometria, il rigore della prospettiva, la sua passione per le arti matematiche, la sua attenzione ai distinguo, il suo modo di ripensare tutta l’iconografia visiva e pittorica ha cambiato l’età moderna, sancendo un principio fondamentale: è la prospettiva a misurare le cose del mondo, a dare ritmo, a farsi sintesi della nostra capacità di leggere gli eventi, la storia, la cultura del tempo. Questo sappiamo di Piero, da quando Roberto Longhi scrisse un saggio importantissimo su di lui nel 1927.

Invece il web non è prospettico. Il web non conosce Piero della Francesca. Il web è alto medioevo. Non c’è prospettiva, non c’è una gerarchia culturale, non esistono proporzioni diverse tra le cose. Sul web non esiste una via intermedia tra il confine lasciato aperto tra Messico e Stati Uniti, e un muro inviolabile di qualche migliaia di chilometri. Il web non sa leggere i distinguo perché porta tutto in superficie senza dare proporzioni alle cose. Non permette di calcolare l’importanza. Rende importante tutto. E naturalmente non permette di calcolare l’irrilevanza. L’irrilevanza assume rilevanza nel momento in cui diventa visibile nel quadro generale delle cose.

Per cui i nuovi populismi trovano nel mondo della rete una risorsa straordinaria. Ogni cosa manifestata, parafrasando San Paolo, è importante. Ogni cosa assume senso perché c’è, è presente, fa parte della composizione pittorica. Tutti ricevono la stessa luce, tutti hanno le medesime proporzioni, che poi proporzioni non sono.

Questo modernissimo medioevo non sa leggere le terre di mezzo, le zone intermedie, le ombre vaghe. Vede solo la luce dorata dei mosaici di Ravenna, dove tutto è didascalico e certo non trovano posto le regole di Piero della Francesca. Ed è per questo che il populismo è straordinariamente complottista. Perché dietro il visibile non c’è un mondo via via sempre più lontano, ma leggibile per gradi: c’è la notte, il buio, il mistero; dunque il segreto, il retroscena, l’inganno. E anche se sono state inventate le immagini in 3D cambia poco. Il 3D è un gioco, la prospettiva invece è una filosofia. In mezzo ci stiamo noi: ortogonali, piatti come i nostri schermi, e piatti come le nuove idee di questo tempo che ci è dato di vivere. Finiti in un mondo antico, tornati tolemaici, con buona pace di Copernico.

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Il Guru che porta il futuro nel passato

Ormai è una storia che conosciamo. Più i tempi sono incerti, meno si individuano grammatiche per comprendere il mondo, e più le parole futuro e tecnologia diventano pressanti, ossessive, continue. Cosa ci riserva il nostro futuro tecnologico e digitale? A rispondere a queste domande sui giornali, sui siti, sulle riviste specializzate di solito è una persona competente, che ha esperienza, e che viene quasi sempre definito: un guru. Ora, già le due cose dovrebbero stridere. Guru è parola sanscrita, e nella religione induista indica il maestro, ed è colui che svanisce le tenebre. Lo fa per la sua saggezza, lo fa perché lui sa. Ma soprattutto la fa perché attinge alla tradizione, all’arcaico, ai saperi di sempre. Per questo il compito del guru è quello di impartire insegnamenti spirituali ai discepoli, portando con sé il sapere antico, le scritture, e in un certo senso le regole del mondo.

Nella nostra modernità molto accelerata, molto rapida, dove tutto va fatto in fretta, dove ogni cosa cambia a ogni istante, e dove noi dobbiamo essere veloci, smart, il guru non attinge alla tradizione, non ha discepoli ma illumina il futuro attraverso una visione che non ha radici ma fluttua in modo, diciamo così, emotivo. I guru della tecnologia in questi anni sono invecchiati tutti molto in fretta. Non ne regge uno. E i loro libri, riletti dopo poco, molto spesso sono pieni di castronerie. Ma è necessario pubblicarli, è un lavoraccio che qualcuno deve pur fare perché c’è tropposconvolgimento nel nostro presente per non avere bisogno di qualcuno che metta ordine. Anche se mette ordine nei posti sbagliati.

In una sola settimana ho letto di automobili che si accendono con le onde elettriche del cervello. Anche se non è comodissimo perché per avviare la tua automobile devi metterti un casco tipo elettroencefalogramma. E poi mandare in soffitta la chiave non è mai buona cosa. Ma a cosa serve? A cosa serve, ad esempio, immettere intelligenza artificiale in ogni nuovo oggetto che si fabbrica. Non ci sarà più niente di inerte, niente che sia soltanto quello che è. Un frigo è un frigo. No, è uno che parla e ti dice da quanti giorni conservi le melanzane. Le macchine guidano da sole, e gli specchietti retrovisori, visto che non servono più, ti dicono tutto sulla tua salute, e sui valori di glicemia che hai nel sangue. I libri, lungi da farti immaginare la Patagonia di Bruce Chatwin te la mostrano subito con un video 3D, caso mai ti mancasse la fantasia. E via discorrendo.

Ma la cosa più inquietante, che proviene da un guru molto noto, il fondatore di Wired Kevin Kelly, è la seguente: «in futuro creeremo nuove tipologie di pensiero, arriveremo a strumenti che non esistono in natura, creeremo nuove tipologie di menti». Un guru è un guru, ma dove prende tutte queste certezze Kelly? Chi può creare un tipo di intelligenza che non esiste se almeno non è chiara al suo creatore. Servirebbe a lavorare meglio, a innovare meglio. Va bene. Ma come? Noi discepoli abbiamo qualche difficoltà a comprendere. Abituati ai guru che fanno di solito un altro mestiere. Non ti dicono quello che non c’è e che non esiste ancora da nessuna parte. Ma ti dicono quello che esiste da sempre, e che nessuno sa più, e nessuno è più capace di riconoscere.

Abbiamo cresciuto almeno una generazione che con le parole innovazione e modernità ha fatto castelli in aria, o se preferite, castelli virtuali o castelli di realtà aumentata. Ora dobbiamo creare intelligenze di nuovo tipo perché ci renderanno ricchi. Ma i vecchi guru ci dicono che il mondo è più o meno sempre lo stesso. Le guerre di religione ritornano. Il cuore della terra trema come accadeva nella preistoria, i russi costruiscono missili nucleari che minacciano gli Stati Uniti. Il terzo mondo ha problemi di sopravvivenza, et cetera. Poi certo la tecnologia decisamenta aiuta. Ma aiuterebbe più capire il passato, con un tipo di intelligenza collaudata e affidabile, oggi sempre più rara, che inventare futuri usa e getta che non vedrà mai nessuno.

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Il robot della porta accanto

Una mattina non troppo lontana, diciamo all’incirca tra un anno, in una famiglia italiana qualsiasi si potrebbe decidere di comprare un elettrodomestico nuovo. E non ci sarebbe nulla di strano, lo si fa continuamente. Soltanto che l’elettrodomestico non è una lavatrice o un sofisticato modello di televisore. Ma si tratta di un robot.

Ora non si pensi che il robot da comprare sia qualcosa di sconvolgente, un apparecchio estremamente sofisticato, costosissimo, e molto complicato da gestire. Il robot da comprare è un robot per famiglie, progettato e creato dall’Istituto Italiano di Tecnologia di Genova. Il robot è alto un metro e venti, al posto delle gambe ha delle ruote. Può allungarsi fino a un metro e ottanta, riconosce i volti, ovviamente parla, e costa più o meno come un’utilitaria: circa diecimila euro.

A cosa serve? Non certo a fare cose estremamente complesse, come ad esempio guidare un automobile. Per quelle pratiche serve un robot sperimentale, alto un metro e novanta, con gambe e braccia, dal costo per ora proibitivo: oltre i 300 mila euro. Ma il robot casalingo riconosce gli oggetti, è in grado di impugnarli e spostarli, mette in ordine in casa, legge perfettamente le barre identificative dei medicinali, ma soprattutto impara: impara a muoversi nella casa, impara le esigenze della famiglia e si comporta di conseguenza. Alla fine della giornata è anche capace di andare nel suo angolo, autonomamente, per ricaricarsi.

In realtà questa fantascienza non è poi così sconvolgente. I robot fanno all’incirca tutto quello che è previsto su uno smartphone o su un tablet: tengono l’agenda personale, ti danno informazioni, chiamano le persone, mettono in azione tutti i dispositivi connessi con la casa, accendono i riscaldamenti oppure la lavastoviglie, o gli allarmi del giardino. Aprono le porte chiuse con il riconoscimento vocale. Tutte questo cose noi le teniamo per le mani ogni giorno. E non pensiamo di avere un robot, ma uno strumento touch che risolve un sacco di problemi, compreso quello di dirci, opportunamente collegato, che va cambiato l’olio alla nostra utilitaria, oppure che entro quattro minuti, alla fermata sotto casa, passerà l’autobus.

Ma i robot hanno un elemento in più che fa davvero la differenza, e su cui si concentrano per mille motivi tutti i ricercatori del mondo: il movimento. Il robot si muove, sposta le cose, mette in ordine, ti assiste, e un giorno si prenderà cura degli anziani: cucicando, servendo il cibo, o facendo le iniezioni. Giusto in tempo per ovviare a un problema enorme, l’invecchiamento, o se vogliamo la grande longevità, della popolazione mondiale. Far muovere i robot, fare in modo che riconoscano gli oggetti e le cose, che sappiano tutto della casa e di noi, che abbiano una serie di cognizioni dello spazio ambientale attorno a loro è un lavoro molto impegnativo e complesso perché richiede l’elaborazione da parte del robottino di miliardi di dati e connessioni. Ma anche nel futuro più immaginifico esistono problemi che restano gli stessi di sempre. Il primo è alimentare questi strumenti, che tendono a scaricarsi esattamente come i tablet. Il secondo, che è il problema più grande, è quello di insegnargli le cose, dirgli tutto di noi e della nostra vita, del nostro mondo.

Ma non possiamo riempire un robot di dati perché finirebbe per saturare memoria e diventerebbe lentissimo. Per cui si sta studiando un Cloud con connessione molto veloce in cui vengono riversate tutte le informazioni personali che diamo al robot. Da lì attinge, attraverso il Cloud ci riconosce, e sa che il nonno alle 15.00 deve prendere l’antibiotico, o l’antidepressivo. È del tutto evidente che nel futuro non si tratterà di salvaguardare i nostri dati sensibili, ma le nostre vite intere, messe in un luogo impalpabile, una nuvola di dati violabile, da proteggere. Nell’immaginario della fantascienza i robot conquistano il mondo e diventano cattivi. Nella scienza e tecnologia vera i robottini si spengono con un pulsante come si fa con un televisore. E i potenziali cattivi sono altrove. Forse a forzare le password dei Cloud per sapere tutto di noi, dei nostri cari, delle nostre case.

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Non dobbiamo essere troppo moderni

L’Ottocento fu certamente il secolo del progresso, della scienza e della ricerca. Furono decenni di grande fermento, in cui si formò e stabilizzò la società borghese. Fu il secolo del positivismo. Probabilmente tutte le invenzioni e innovazioni basilari dell’umanità sono di quegli anni: dalla medicina alla tecnologia, all’industria moderna, alla comunicazione e i trasporti, alla nascita delle identità nazionali. Anche per l’arte e la letteratura fu un periodo estremamente vitale e importante. Eppure proprio l’Ottocento è un periodo che ha un lato oscuro. Mai come in quel secolo proliferavano sette, esoterismi, spiritisti, teosofi, e seguaci di discipline irrazionali in ogni parte d’Europa.

Sembra sia una forma di compensazione, di contrappasso, la limpida ragione genera un mondo capovolto che è sempre un mondo reazionario dove impera l’arcaico, l’antico, e quella che chiamiamo genericamente: la tradizione.

Questo doppio binario esiste anche nei nostri tempi, dove esoterismo e irrazionalità convivono con la nostra modernità. Ma siccome tutto è più visibile, la diffidenza è più palpabile e il livello culturale in genere porta a una credulità minore, nel Novecento quel mondo sommerso è diventato un’altra cosa. È diventato un tipo di reazionarismo leggermente diverso. Basato tutto sulle categorie e il rispetto delle tradizioni.

Gli ultimi vent’anni hanno visto una rivoluzione copernicana non solo dal punto di vista tecnologico, ma anche nel modo di pensare, di vivere, di immaginare. La rete di Internet è paragonabile, per certi versi all’invenzione della ruota. Come la ruota il Web porta tutti ovunque, permette connessioni, ci mostra il mondo, e mostra noi stessi nel mondo. Più questo procede bruciando le tappe e più il rovescio della medaglia si fa più nitido. Non è più quello dell’Ottocento oscuro e un po’ grottesco, ma si ostina a difendere punti fermi, a consolidare ancor di più vecchie regole: è il decidere che le priorità sono conservare, ma soprattutto tutelare, tutto quello che è vecchio rispetto alla grande confusione dei nuovi paradigmi contemporanei.

Il vento della modernità è così forte e imprevedibile che non ci si può più permettere – per utilizzare un paradosso – di essere troppo moderni. La potenza comunicativa e culturale dei nuovi mezzi ci porta ad arrancare e a mettere trincee e sacchi di sabbia simbolici sul nostro cammino per proteggerci dal diluvio prossimo venturo. Questo genera società conservatrici e diffidenti, paura verso l’ignoto, un po’ come si ha paura quando si viaggia su un’automobile a grande velocità. Questo impone di cristallizzare e cementare tutto quello che è stato. Anche se poi a parole sono tutti per l’innovazione e per il futuro.

È curioso che mentre la scienza e la tecnologia, la fisica come la robotica, procedono, innovano e ricevono riconoscimenti condivisi da tutti, proprio le arti, che nel passato erano innovative e d’avanguardia, quando non rivoluzionarie, siano oggi un giacimento assolutamente reazionario, ripetitivo, gelido e rigido. Parlo di letterati ma anche di artisti, parlo di un mondo che ha preso a difendersi quando dovrebbe fare il contrario. L’esempio più lampante è il conferimento del Premio Nobel per la Letteratura a Bob Dylan. Molti scrittori, autorevoli e noti in tutto il mondo, hanno criticato questa scelta dicendo che i testi di Dylan non sono letteratura. Dimenticando che lo sono così tanto da far sì che il signor Robert Allen Zimmerman cambiò il suo cognome in Dylan proprio in omaggio a Dylan Thomas, uno che il Nobel lo avrebbe meritato, dando un segnale chiarissimo sulla letterarietà e poeticità del suo lavoro. Eppure questo Nobel a Dylan oggi ha generato diffidenza perché nell’era del web, della libertà di comunicazione globale ci si chiude, ci si appella alla tradizione, ai saperi poetici di un tempo. Dimenticando che un poeta indiscutibile come Ezra Pound era assai più rivoluzionario e più lontano da certa letteratura nei suoi Cantos, di quanto lo sia oggi il cantante Bob Dylan.

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