Nel 1994 pubblicai per Frassinelli un libro in forma di lettera. Si intitolava Se una mattina d’estate un bambino. E il sottotitolo era: Lettera a mio figlio sull’amore per i libri. Di fatto è stato il mio primo libro, un saggio sulla lettura e sulla letteratura. Dedicato a mio figlio Francesco, che allora aveva soltanto due anni, fu un libro che ebbe molto successo. E forse ancora oggi è tra i miei libri più tradotti nel mondo. Per 20 anni è rimasto in catalogo ma da alcuni anni non è più ristampato. Alle volte il web è anche questo. La possibilità di regalare una lettura di un testo a cui sono affezionato. Che precede di un anno il mio romanzo Presto con fuoco, e che racconta del perché i libri servano a capire le nostre vite e a muoverci meglio nel mondo. Pubblicherò ogni giorno un capitolo di questo saggio sperando che i lettori che ancora non lo conoscono possano leggere qualcosa di nuovo e diverso. Il terzo e lungo capitolo si intitola: La passione.


 

Non raccontare mai niente a nessuno. Finisce che senti la mancanza di tutti. Ma si può sentire la mancanza di personaggi quasi solo accennati, che possiamo quasi solo sfiorare, come quelli di una poesia? Di Holden si può certamente sentire la mancanza, ma del signore che scende le scale in Prufrock and others observations? E delle donne che vanno e vengono nella stanza? Ti diranno di no, Francesco. E qualche lettore, spero pochi, si stupirà che io abbia tirato fuori dallo scaffale uno dei libri più difficili, più complessi, della letteratura contempora­nea. Le Opere di Thomas Stearns Eliot. Non è poi così vero, caro Francesco. Ricordi quando ti dicevo: non pensare alla lettera­tura come una montagna alta e irraggiungibile? Bene questo è il capitolo buono per mettere in pratica questo monito. Perché qui parleremo di poesia. E lo faremo non tanto perché la poesia è qualcosa che nobilita lo spirito. No. Perché la poesia serve a capire il mondo. Non a deliziarsi. O meglio: non solo a deliziarsi. Ti racconteranno che i poeti sono come i musicisti, che la poe­sia è grande quando ha una sua musicalità, una sua leggerezza, un suo ritmo, una struttura riconoscibile. Imparerai cosa sia mai un ottonario, un endecasillabo e una sírima. Capirai cosa sia mai una catacrèsi, distinguerai una terzina da una quartina, saprai di metrica latina. E ti piacerà ricordare qualche verso a memoria, anche perché suona bene:

 

S’io credesse che mia risposta fosse
A persona che mai tornasse al mondo
Questa fiamma staria senza più scosse.
Ma perciocché giammai di questo fondo
Non tornò vivo alcun, s’i odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.

 

È Dante, Francesco: la Divina Commedia. Ma è anche Thomas Stearns Eliot: l’epigrafe di una sua lunga poesia che qui ti voglio raccontare e che si intitola Il canto d’amore di John Alfred Prufrock.  Un titolo strano vero? Le poesie di solito si intitolano: A Silvia, L’Albatro, I Sepolcri. Questa invece ha un titolo tradizionale ma anche eccessivamente pignolo. C’era bi­sogno di quell’Alfred? Non bastava intitolarla Il canto d’amore di John Prufrock? O meglio ancora: Poesia d’amore? Chi lo sa, forse bastava. Ma in questa poesia, in questa lunga poesia le complicazioni non sono solamente nel titolo, o nella scelta del­l’epigrafe. È una poesia difficile, perché racconta di un uomo difficile; e di quello che quest’uomo deve fare (e non fa) ogni giorno. E di quello che accade nel mondo (e accade da tempo). E delle cose che sono nel mondo: e che spesso sono piccole. Ed è tutto assieme, come solo in una poesia, in una grande poesia, può accadere. Quando qualcuno, mio caro Francesco, ti dirà che la letteratura, che la poesia, persino che la filosofia, è com­plessità ed esibizione, allora rispondi con l’esempio di Eliot: che ha trasformato la complessità  in un esercizio di semplicità. Anche quando c’erano di mezzo i tarocchi, Dante, i riti del Graal, o chissà che altro. Perché tutto si può raccontare, e tutto comprendere a patto di essere onesti intellettualmente: ma niente si può semplificare. E divulgare non è altro che sino­nimo di comunicare, trasmettere, nulla più.

Oggi giocavi al parco, Francesco. Ti avevo portato i tuoi animali: la tua giraffa, quella alta, il tuo leone, i tuoi tre ele­fanti: quello più grande e i due piccolini. Parlavi con loro e cambiavi voce man mano che mettevi in scena i personaggi e davi a loro un testo da recitare che stabilivi tu. Cominci a farlo sempre più spesso e spero che un giorno tu possa ritrovarti una passione per il teatro.

Ma prima di tornare a Eliot, Francesco, prima di leggere Prufrock (e poi The Waste Land) faccio una digressione, pro­prio sul teatro. Non ti racconterò nessun testo teatrale, in que­sto libro. Avevo pensato a Luigi Pirandello, a I giganti della montagna, però ci avrebbe portato molto lontano. Ma tanti anni fa (non tantissimi, però) ho conosciuto un signore che si chiamava, Ennio Dollfus. Si era in un dopo spettacolo in un bar in fondo a un quartiere periferico di Alessandria a sera tardi, forse notte iniziata. Ennio Dollfus era un uomo duro e asciutto; vantava origini alsaziane e una parentela lontana con il cancel­lerie austriaco che si oppose a Hitler. Ma aveva anche l’eloquio facile, a tratti fluviale, spesso cinico, disincantato e spiritoso. L’ho conosciuto Francesco, che addentava un panino piccante, con quel modo di mangiare sregolato e fuori orario che si vuole degli attori, dei saltimbanchi, forse dei domatori di fiere (ti porterò al circo, Francesco, ti porterò presto…). Ennio parlava di vecchie cose, faceva discorsi che sembravano venire da lontano, come sanno fare gli attori maturi: citando uomini co­muni e Shakespeare nello stesso modo, con la stessa dignità, mirando a un pastone eclettico, particolarissimo, vivo. Ennio era, da sempre, il direttore artistico di una compagnia di pro­vincia: I Pochi. Si chiamava così, un po’ ironicamente, ma non era una compagnia di dilettanti. Sapevo dei Pochi; in casa se ne parlava per una mia zia protagonista nello Zoo di vetro di Tennesse Williams. Dovevano essere gli anni Cinquanta in un vivo dopoguerra  che abbracciava anche una provincia del basso Piemonte che sembrava distante da ogni cosa. E in quei tempi di scuola per pochi, di scarsa cultura, di tanto avanspettacolo e di poca prosa, qualcuno era sceso dal centro dell’Europa (o almeno così mi piace pensare) verso una pianura densa di nebbia a portare il teatro, proprio come in Cent’anni di solitudine il colonnello Aureliano Buendìa viene portato a conoscere il ghiaccio.

Doveva essere brutta Alessandria in quegli anni: piatta, larga, ormai senza bastioni, senza vie strette e tortuose, senza un fiume che ne attraversa il cuore; e senza misteri, leggende degne di questo nome. Proprio brutta e in declino, senza sfarzi e con le sirene ormai smorzate di quella grande industria che fu la Borsalino: che aveva cambiato la società cittadina in un ventennio e dato da lavorare alle donne, quando ancora le donne in fabbrica non lavoravano, portando così un po’ di ele­ganza in strade ancora contadine.

Cosa ci facesse un uomo di sangue alsaziano in quelle strade non mi è dato sapere. So che c’era, perché molti anni dopo l’ho conosciuto. Faceva teatro: quello senza odore di ora­torio e senza errori da parrocchia, e senza le cialtronate di finti teatranti d’avanguardia; lo faceva con un po’ di distacco e un pizzico di fatalismo. E gli alessandrini, loro malgrado, dovettero imparare a recitare Ionesco, Pirandello, Camus; e poi Brecht, e Cechov, e Goldoni, Anouilh e Artaud. Giochi delle parti, luci soffuse, pavimenti in legno che scricchiolavano alle prove, e costumi anche troppo rammendati. Molta gente è passata dalla scuola di Ennio Dollfus. Magari per caso, e per poco, senza avere il tempo di sperare in qualcosa di più: finire al Piccolo di Milano, o all’Accademia Silvio D’Amico. Altri invece presto avrebbero pensato ad altro: a un lavoro più riconosciuto, quello che permette di cenare all’ora giusta, di andare a letto come tutti gli altri; quello che non rischia di diventare un ossessione, che non tira le vesti ai fantasmi dei grandi e che non convive con l’ambi­guità dei testi.

Altri ancora passavano: come si attraversa un palcoscenico, facendo appena in tempo a sentire il rumore dei tacchi che rimbombano nella sala vuota.  Ma ripensandoci mi accorgo che Ennio Dollfus ha scritto la storia trasversale, si dice così Francesco, la storia apparentemente minore di una città. Una storia che mi inquieta: perché irrisolta, troppo prosaica, pratica, in fondo vuota. È una musica di idee che sfuma come un vecchio disco che sta per terminare; senza neppure l’orrore del nulla, e quelle brutture di un borgo che ti costringe a fug­gire. A fuggire via perché è deserto, sabbia da cui non nasce nulla. Attento Francesco, non è solo una divagazione, c’è di più: più avanti capirai meglio perché ti sto raccontando questa sto­ria stralunata di provincia. Una provincia che non è neppure un luogo distante, una Samarcanda rovesciata, in negativo, lontana da tutto, che va raggiunta con cavalli ben sellati, buone provviste e la fortuna di strade praticabili, senza predoni fe­roci e corrotti. Ci sono luoghi Francesco, e Alessandria, città dove sono nato la è, che assomigliano alla tela di un ragno, a un involucro appiccicoso, protetto. Da Alessandria non è facile scappare, perché è una terra di mezzo, poco distante da altri luoghi e molto distante da altre idee: illuminista, ma nono­stante questo incapace di compiacersi della propria limpida ragione, come sanno fare i lombardi e un tempo i francesi; brutta ma senza le orribili speculazioni edilizie di altre città; sonnolenta ma senza esser dormitorio, come certi sobborghi delle grandi città. E poi colta: ma in minore, e in sordina. Poco sorridente ma neppure triste: di quella fiera tristezza di molte facce del sud. Anche la melanconia è poca cosa dalle mie parti: sentimento decadente, spleen per disperati e per chi ha un debito coi ricordi, merce per sfaccendati.

Merce per sfaccendati dovevano esser anche questi Pochi: gente che non sceglieva neppure il grande teatro, il grande te­sto, l’autore immortale. Con Ennio non si recitava Shakespeare. No, troppo grande, troppo imponente, troppi atti e anche troppa tragedia. Lui prediligeva le tinte neutre, i pastelli: Pisarro, Degas non Delacroix. E d’altronde per quelle strade ri­maste uguali negli anni, se non per i binari del tram che oggi non ci sono più, affiorano suggerimenti meno espliciti, più ambigui e sottili. Ma deve esser stata una fatica non rasse­gnarsi a rimanere terra di mezzo, una fatica spingere sull’acce­leratore delle passioni a tutti i costi. Perché Alessandria è una città di una saggezza che non lascia spazi, soffocante e un po’ noiosa come un libro di educazione civica. E nello sfogliare quelle pagine soffocanti si rimane colpiti da quell’inchiostro grigio, tenue come quello di una plaquette mal stampata. E poi dalla misura: quella misura da cui non nascerà mai un Baudelaire, un Radiguet, un Wilde, un Hemingway. L’alsaziano Dollfus doveva intuire che la scommessa era grande, che non si trattava di risvegliare le anime come un buon pastore della teatralità ma semmai di scardinare quei buoni recinti, quello scenario ordinato e lucido, e quell’odore asettico di clinica che doveva serpeggiare in città quando si alzava il vento.

Credo ci sia riuscito, Francesco, e ho imparato ad amare il teatro, grazie anche a lui; alla sua discrezione nel non voler imporre le passioni, nel non farne un vangelo per tutti. Molti altri sono rimasti indifferenti e non c’è niente di male nell’i­gnorare il teatro, le sue magie, quelle scene che sembrano vere. Si vive ugualmente, e anche abbastanza bene, senza tea­tro. Ma, sappilo Francesco, io sono cresciuto meglio: perché mi è stato insegnato a spiare i palcoscenici illuminati, quasi di na­scosto, durante le prove; ascoltando gli attori provare, esitanti, e sottovoce. Amo il teatro, come la musica e la letteratura: e anche per questo sono qui a scriverti queste pagine. Perché tu capisca, qualunque cosa tu voglia fare nella vita, che la di­mensione del sogno, quella del racconto, del fantastico, non te le regalerà nessuno e la tua ricchezza sarà quella di non riu­scire a farne a meno. Più nel mondo ti diranno che tutte queste cose sono superflue più dovrai impegnarti a considerarle parte della tua vita. Ma non abbiamo fatto questa digressione solo per raccontarti come si impara ad amare il teatro e come sia importante incontrare le persone giuste; c’è un altro motivo, che si ricollega a Eliot: spesso giochi Francesco, e dai voce ai tuoi personaggi, li fai recitare. Ti ho raccontato di una città che non è mai riuscita ad avere una vocazione teatrale, che non ha mai amato la fabula, il racconto, i mondi letterari: che ha sem­pre abusato della misura, dell’equilibrio, del grigiore. Ti ho raccontato di una città che non ha mai osato turbare l’universo, proprio come il personaggio di Prufrock: e non lo ha fatto per ignavia. Non certo per rispetto o timore. Ma quel signore di nome John Alfred Prufrock messo sotto osservazione dal pi­gnolo Eliot (la raccolta di poesie in cui è inserita si intitola pro­prio Prufrock and others obser­vations) non è uomo che non osa per ignavia o per disincanto: non osa perché teme le conseguenze del suo gesto. Sa che quel gesto potrebbe smuovere una montagna. Anche se, a prima vista, potrebbe apparire solo come un piccolissimo gesto. A questo punto Francesco ti chiederai di che gesto si tratta. Ci arriviamo, con calma, se mi segui non ti deluderò.
Come inizia Prufrock? Con un grande affresco, eccolo:

 

Allora andiamo, tu ed io,
Quando la sera si stende contro il cielo
Come un paziente narcotizzato disteso su una tavola;
Andiamo per certe strade semideserte,
Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;
Strade che si succedono come un tedioso argomento
Con l’insidioso proposito
Di condurti a domande che opprimono…

 

Senti un sapore da metropoli degradata? Fai caso a questi versi: non assomigliano affatto a quelli che ti insegneranno nei primi anni di scuola. Non hanno né la leggerezza, che so, di Lorenzo il Magnifico, non hanno lo spleen  di un Baudelaire e neppure quell’aria maudit alla Dino Campana (“Nella notte fantasiosa, / Pur mi sento nella bocca / La saliva disgustosa. Via dal tanfo / Via dal tanfo e per le strade…). E ancora è ben lontano dalla potenza assurda di un Beckett (“trascinando la sua fame per il cielo / del mio cranio guscio di cielo e terra…”). Questi versi di Eliot hanno qualcosa di diverso: sono freddi come le luci di uno svincolo autostradale,  dànno bagliori da catarifrangenti, non da notti stellate. Non richiamano miti e riti primitivi: sono quanto di più miserabile e contemporaneo ci possa essere. Quando Eliot inizia scrivendo:

Let us go then, you and I,
When the evening is spread out against the sky

sa bene come creare un contrasto. “Allora andiamo, tu ed io/ Quando la sera si stende contro il cielo…”. Può essere l’inizio di una poesia qualunque. La storia di due persone, che una sera… Ma naturalmente non è così. È il signor Prufrock che dice a sé stesso, alla sua coscienza: “Allora andiamo tu ed io”. Nessuno è con lui, se non la propria coscienza. E quella sera che si stende contro il cielo, viene paragonata, a sorpresa, ad un:

Like a patient etherised upon a table

ad un paziente narcotizzato su una tavola. Una sera che assomiglia a un paziente narcotizzato: a un paziente che sta per essere operato, che è privo di sensi su di una tavola. Non c’è nulla di più gelido di questa immagine, nulla di più sorpren­dente. Eliot inizia con un’immagine calda. Quel “Let us go then, you and I”. E prima ancora le rime di Dante, quelle che ti ho citato prima, la ricordi? “S’io credesse che mia risposta fosse…”. Quando andrai a scuola, Francesco, il professore ti spiegherà che quello è il XXVII canto dell’Inferno, dove Guido da Montefeltro confida la terribile colpa che lo ha portato fin lì. E la confida perché è certo che le sue parole non usciranno mai e poi mai dall’Inferno (“a persona che mai tornasse al mondo…”). Tutto questo finisce nell’immagine fredda di un uomo narcotizzato. E non solo,  anche di:

Mormoranti ricoveri
Di notti senza riposo in alberghi di passo a poco prezzo
E ristoranti pieni di segatura e gusci d’ostriche;

Lo senti il contrasto, Francesco? Per Eliot il nostro mondo è a un tempo erede diretto di Dante Alighieri e figlio di una so­cietà che ha perso la coscienza del valore dei gesti e delle cose. Guarda Francesco che questa poesia è stata pubblicata nel 1917. Ti sto scrivendo nel 1994. Sono passati poco meno di ottant’anni, ma non si sentono. Quando sarai grande leggerai giornali, vedrai la televisione, seguirai dibattiti, ascolterai intel­lettuali che cercheranno di spiegarti cosa accade nel mondo, e perché, e in che modo. Ma per capire davvero in che tempi vi­viamo bastano pochi versi di una poesia scritta ottant’anni fa. Basta il contrasto tra Dante e un uomo la cui coscienza è cancel­lata da un narcotico, di “ricoveri” che sono “mormoranti”: dove appunto la parola non arriva, arriva al massimo il mormorìo.

E i luoghi non sono dimore, abitazioni, ma, fai attenzione, “rico­veri” e “alberghi”; ma “di passo”, dove non ci si ferma, dove le notti sono “senza riposo”. E i ristoranti? Mescolano segatura e gusci d’ostriche; mondezzai di lusso. E anche “le strade” si suc­cedono “in un tedioso argomento”, anche le strade sono noiose e inutili. E noi viviamo in un mondo organizzato da strade: an­drai sempre per strada, guiderai per strade, passeggerai per strade. La nostra vita, Francesco, è organizzata attraverso le strade. L’altro giorno, sull’aereo che ci riportava a Roma, guar­davi fuori dal finestrino, e mi indicavi quel reticolo lontanis­simo di fili sottili che si vedono dall’alto: sembravano grovigli di matasse e invece erano strade, un po’ più spesse, sottilis­sime, a volte contorte, a giravolte. Dagli aerei non si vede solo la campagna, si vedono soprattutto agglomerati di città e fili di strade. Quelle che per Eliot si succedono come un tedioso ar­gomento.

Ecco, in tutto questo, in questo pensiero limaccioso dove il guscio dell’ostrica, la tavola dove sta disteso il paziente, gli al­berghi di passo a poco prezzo prendono il sopravvento sul so­lito cielo della sera, arriva il refrain, una sorta di ritornello. Sono due versi isolati dagli altri, che si ripe­tono più volte in questa poesia. E dicono:

Nella stanza le donne vanno e vengono
Parlando di Michelangelo

Ti sembra una cosa oscura? Ti sembra che ci sia un salto logico? Che questi due versi (che in inglese fanno anche rima e suonano così: “In the room the women come and go/Talking of Michelangelo”) non abbiano niente a che fare con quel proce­dere dimesso della poesia, con quell’atmosfera ovattata e de­gradata allo stesso tempo? E invece no, caro Francesco. C’entrano eccome. Non fidarti di quelli che ti dicono che i di­scorsi devono avere sempre una logica ineccepibile. Non fidarti di quelli che non riescono a tollerare che a volte per capire c’è bisogno di un corto circuito mentale. Gli strateghi della comu­nicazione ti spiegheranno che è normale vedere Ingrid Bergman e Humprey Bogart discutere drammaticamente men­tre un bimotore rulla su una pista nebbiosa, di quel colore gri­gio-azzurro che solo i vecchi film in bianco e nero sanno resti­tuire, e poi un secondo dopo ritrovarti una ridente famiglia, a colori saturi che canta un motivetto pubblicitario. Lì si che do­vrai capire in un attimo che Casablanca si è interrotto per la­sciare spazio a un’azienda che, nel momento meno opportuno, ti spiega che devi magari comprare della roba da friggere ri­piena di formaggio. Ma quello non è un salto logico da perico­loso intellettuale. Questo di Eliot sì, è una cosa per gente che ha tempo da perdere.

E invece no; sforzati Francesco: è più facile comprendere questi due versi che le istruzioni di montaggio del più stupido degli aerei telecomandati. Perché le donne vanno e vengono parlando di Michelangelo? Perché simboleg­giano la volgarità dei nostri tempi. Eliot era uno snob un po’ classista, non tollerava che qualcuno potesse parlare di uno dei più grandi geni di tutti i tempi, camminando per una stanza, andando e venendo; occupandosi magari di altro (chissà che fa­cevano quelle donne “nella stanza”: cucivano? sbucciavano pi­selli? cuocevano polpette?). Non prenderlo alla lettera, Francesco. Eliot vuole dire che in un mondo abbruttito come quello in cui lui viveva (in cui noi viviamo, perché non è cam­biato, ottant’anni dopo) anche Michelangelo rischia di trasfor­marsi in un discorso a poco prezzo, in una stanza “di passo”, dove si sente odor di gusci d’ostriche e di segatura: vale per Michelangelo come per Dante, come per la Bibbia, poco im­porta. Vedi come tutto si arricchisce e senza complicarsi.
Passiamo ai versi  successivi:

La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri,
Il fumo giallo che strofina il suo muso contro i vetri
Lambì con la sua lingua gli angoli della sera,
Indugiò sulle pozze stagnanti negli scoli,
Lasciò che gli cadesse sulla schiena la fuliggine dai camini,
Scivolò sul terrazzo, spiccò un balzo d’improvviso,
E vedendo che era una soffice sera d’ottobre
S’arricciolò attorno alla casa, e cadde in sonno.

Cosa vuol dire, Francesco? È solo la descrizione di un in­terno londinese? O qualcosa di più? È bello scrivere: “La nebbia gialla che strofina la schiena contro i vetri” (“The yellow fog that rubs its back upon the window panes”). Da ragazzo ho amato molto questa strofa perché sono nato in un posto dove la nebbia è fitta e gialla e strofina la schiena contro i vetri. Davvero sai. Tu sei un bambino romano, di nebbia sai poco; e a Roma i vetri delle case spesso sono aperti. Perché il sole non manca quasi mai. Ho passato un’adolescenza nel segno dell’in­verno; voglio dire che abitare nelle città del nord significa vi­vere d’inverno: i miei ricordi sono più invernali che primave­rili o estivi. Perché lì, gli autunni e gli inverni sono pieni di co­lori, sono rosso ardente e vermigli, a volte anche porporeg­gianti. E il grigio non è mai solo grigio: è cenericcio, perlaceo, brizzolato. Anche questo giallo nebbia su cui Eliot scrive versi non è un giallo zafferano, o un giallo lùteo (il fiore di ginestra ha quel colore), ma è invece un giallo pagliato, un po’ sbian­cato. I colori non sono uguali per tutti. E i poeti si riconoscono anche dal modo in cui descrivono i loro colori. Quelli di Eliot sono questi: nebbie, fumi gialli, e luci bianche. In questo Canto d’amore tutto è immateriale e immobile. In questa poesia si muovono solo i fumi che lambiscono gli angoli con la lingua e indugiano sugli scoli. C’è quasi una voglia di essere protetti, di guardare il mondo esterno da un luogo sicuro, chiuso. La neb­bia, che può arrivare ovunque, non può far altro che strofinare la schiena contro i vetri, e nulla più; arriva negli scoli, negli an­goli della sera, ma non dove c’è il signor John Alfred Prufrock. Non lì: può stare tranquillo, niente di quanto c’è fuori lo può toccare. E anche se così fosse, ci sarà tempo:

E di sicuro ci sarà tempo
Per il fumo giallo che scivola lungo la strada
Strofinando la schiena contro i vetri;
Ci sarà tempo, ci sarà tempo
Per prepararti una faccia per incontrare le facce che incontri;
Ci sarà tempo per uccidere e creare;
E tempo per tutte le opere e i giorni delle mani
Che sollevano e lasciano cadere una domanda sul tuo piatto;
Tempo per te e tempo per me,
E tempo anche per cento indecisioni,
E per cento visioni e revisioni,
Prima di prendere un tè col pane abbrustolito.

Eccola l’ignavia, Francesco. Quella terribile incapacità di Prufrock a prendere qualunque decisione, a fare qualunque cosa. Come fosse anche lui, un pezzetto di quel fumo, di quella nebbia gialla che infilandosi dappertutto alla fine sembra non andare da nessuna parte. Vedi Francesco come anche la poesia contemporanea diventa chiarissima, limpida?

In questa poesia c’è una continua sensazione di perdita. “Ci sarà tempo, ci sarà tempo”. Si ripete lui, John Alfred Prufrock. “The will be time, there will be time”, scrive Eliot: tempo per cento indecisioni, visioni e revisioni. Prima di prendere un tè col pane abbrustolito. Un tè col pane abbrustolito? Cento indeci­sioni, visioni e revisioni per un tè col pane abbrustolito? Cose da poeti Francesco? Neanche un po’. Quel tè col pane abbru­stolito (“toast and tea”) è un immagine ben precisa. È il signor Prufrock che si immagina assieme alla persona a cui non osa fare una dichiarazione d’amore. Prendere il tè non è mai un fatto casuale. Ecco come si riesce a unire insieme il piccolo quotidiano con la grandezza. Il signor Prufrock ha un segreto inconfessabile, un peccato vero e proprio: la paura di rivelarsi. Per questo che Eliot mette in epigrafe il Guido da Montefeltro di Dante. Ricordi?

Ma perciocché giammai di questo fondo
Non tornò vivo alcun, s’i odo il vero,
Senza tema d’infamia ti rispondo.

Il segreto, il peccato, è talmente inconfessabile che Prufrock può raccontarlo a una condizione: quella di Guido per Dante. Può dirlo solo alla propria coscienza (“Allora andiamo tu ed io”), e a nessun altro. Tutto questo per una dichiarazione d’amore, Francesco. Tutta una poesia complicata per raccontare di un tale che di nome fa Prufrock – e a pensarci bene non è neppure un bel nome – che non ha nessun talento, nessuna qualità particolare; e che si deve essere innamorato – blanda­mente – di una qualche vicina di casa a cui non osa neppure rivolgere la parola. Ma suvvia, ti dirà qualcuno. Vuoi mettere le altre attività dello spirito? Vuoi mettere gli scienziati, gli economisti che ti dicono come si diventa ricchi, i grandi inge­gneri che progettano ponti. E gli statisti, e celebri avvocati, giudici coraggiosi, medici chirurghi, trapiantatori di cuori, fe­gati, reni; e soldati di pace, diplomatici che evitano guerre, politici responsabili che pensano solo al loro paese. Sono tempi difficili: i letterati pare non servano a molto. E pensare poi che questo Eliot ha pure vinto un premio Nobel per la letteratura. Bene Francesco qualunque persona, che si vuole colta e di studi decenti, ti faccia un discorso che assomigli poco poco a quello che ti ho appena scritto, guardala con la necessaria indiffe­renza. E ricordati che anche i giuristi, gli economisti, i medici, saranno bravi giuristi, bravi letterati e bravi medici solo, ed esclusivamente, se avranno imparato come si legge veramente una grande poesia. Se no saranno solamente dei mestieranti, e molto mediocri.

Ma torniamo a Prufrock, a quel “ci sarà tempo”, a quei due versi, che ritornano, sulle donne che vanno e vengono, par­lando di Michelangelo e a quelle indecisioni e revisioni. È im­portante Francesco: è importante che tu capisca quanto Eliot sia bravo a rendere l’inconsistenza del vivere contemporaneo. Come le grandi decisioni finiscono poi per servire solo a pren­dere un tè con il pane abbrustolito. Ed è importante tu capisca che è giusto: che i gesti, le aspirazioni, i sogni non vengono mai misurati in grandezza, non sempre hanno a che fare con quello che viene chiamato: un obbiettivo. Il povero Prufrock, questo signore un po’ grigio, ha sognato di compiere un gesto, ed è stato frenato da una mancanza di coraggio: il coraggio di mu­tare un ordine prestabilito, il coraggio di cambiare la logica delle cose. I telefilm americani che vedrai spesso, qualche volta troppo spesso, ti mostreranno continuamente potenti si­gnori, padroni del mondo, pronti a premere fatidici bottoni che scateneranno guerre, esplosioni nucleari, o che so d’altro. Cercheranno di insegnarti che le decisioni sono legate sempre a qualcosa di grande, di inesorabile, di importante insomma. Il povero Prufrock non decide cose in grande, non decide di guerre o altro: non decide e basta, ma sa che avrebbe dovuto; e sa anche che quella decisione non ha significato per nessuno, se non per lui. Eppure non ci riesce: rinvia, si interroga e an­cora rinvia:

E di sicuro ci sarà tempo
Di chiedere, “Posso osare?” e, “Posso osare?”
Tempo di volgere il capo e scendere la scala,
Con una zona calva in mezzo ai miei capelli –
(Diranno: “Come diventano radi i suoi capelli!”.)
Con il mio abito per la mattina, con il colletto solido che arriva fino al mento,
Con la cravatta ricca, e modesta, ma asserita da un semplice spillo –
(Diranno: “Come gli son diventate sottili le gambe e le braccia!”.)
Oserò
Turbare l’universo?
In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo rovescerà.

 

Perché turbare l’universo, Francesco? Cosa significa “Posso osare?”, “Posso osare?”. Osare fare cosa? I manuali critici ti riempiranno di scemenze, Francesco. Ti diranno (l’ho letto da qualche parte) che questa poesia è una sorta di inferno con­temporaneo, un inferno nel quale Eliot è sceso per raccontarci un dramma, c’è gente che parla di “temporalità della Caduta”. Lascia perdere. Capirai da solo, e sono sicuro che ne sarai ca­pace, quanto valgano molti saggi accademici, molti libri scritti solo per vincere concorsi, o mostrarsi inutilmente più intelli­genti degli autori. Lascia stare, caro Francesco, ciò che ti di­ranno alcuni specialisti. La storia qui è davvero semplice: Prufrock non osa fare una dichiarazione d’amore, ma ci pensa ogni giorno; e questo è il suo scorrere del tempo. Ma non è un tempo inesorabile, è un tempo triste, dove per lui c’è sempre una possibilità: “Ci sarà tempo, ci sarà tempo”. Perché la deci­sione è semplice, rapida, quasi banale: “Tempo di volgere il capo e scendere la scala”. E qui c’è un colpo di genio, uno dei tanti: “Con una zona calva in mezzo ai miei capelli”. Comincia a invecchiare, il signor Prufrock, invecchia facendosi quella do­manda insistente, sempre la stessa. E subito dopo, con una pa­rentesi aggiunge: “Diranno: ‘Come diventano radi i suoi ca­pelli!'”. Diranno Francesco. Qualche verso più avanti c’è un’altra frase analoga: “Diranno: ‘Come son diventate sottili le gambe e le braccia!”. Ancora Diranno, caro Francesco. Prufrock invecchia anche per gli altri, gli altri che non sanno: come Guido da Montefeltro vuole che non si sappia il suo peccato (ma percioc­ché giammai di questo fondo non tornò vivo alcun). Gli altri che hanno sempre notato solo piccoli segni esteriori, così, d’un tratto, in una giornata qualunque, guardandolo  si accorge­ranno che quei capelli son sempre meno, che le gambe son più sottili; che quell’esistenza corre nella più grigia normalità: “Con quel mio abito per la mattina… con la cravatta ricca, e mode­sta”. Notalo Francesco, te lo ripeto, “con la cravatta ricca, vir­gola (sì, scritto in lettere), e modesta”. Dove la ricchezza e la modestia si equivalgono, perché si vive di ricchezze modeste, e modeste povertà (altro che immagini epiche da Quarto stato di Pelizza da Volpedo). E allora quel Prufrock con i suoi capelli radi, e le braccia sottili, con l’abito buono e la cravatta asserita da un semplice spillo; quel Prufrock spento e prevedibile che non sa se farà mai una dichiarazione d’amore, capovolge in due versi questa immagine sonnolenta:

In un attimo solo c’è tempo
Per decisioni e revisioni che un attimo solo rovescerà.

Può essere così Francesco? Può bastare un attimo? Sembra di no, sembra solo un’illusione. Perché in fondo non c’è molto da scoprire, perché le decisioni da prendere non portano a nulla che già non si conosca. E dopo essersi chiesto se fosse mai possibile cambiare il corso di destini che si annunciano uguali nella loro  modesta ricchezza , ti avverte, con un senso di ras­segnazione:

Perché già tutte le ho conosciute, conosciute tutte: –
Ho conosciuto le sere, le mattine, i pomeriggi,
Ho misurato la mia vita con cucchiaini di caffè;
……………….
E ho conosciuto tutti gli occhi, conosciuti tutti –
Gli occhi che ti fissano in una frase formulata,
……………….
E ho già conosciuto le braccia, conosciute tutte –
Le braccia ingioiellate e bianche e nude
(Ma alla luce di una lampada avvilite da una leggera peluria bruna!)
……………….
Potrei rischiare, allora?
Come potrei cominciare?

Che terribile angoscia quello dell’a­ver già visto, quello dell’aver già conosciuto. Quali ansie può dare il misurare la vita con i cucchiaini del caffè, quei piccoli attimi, semplici e prevedibili, messi uno dietro all’altro. E gli occhi? Quegli occhi che ti fissano in una frase formulata? Quale frase? E quali sono quelle braccia ricche o nude che John Alfred Prufrock conosce così bene. E in quali sere ha intravisto alla luce di una lampada l’avvilente (downed) peluria bruna?  Dunque non vale la pena di rischiare. Dunque è inutile ripetere una commedia di cui ormai il signor Prufrock conosce tutti i passaggi. Così questo canto d’amore si trasforma in una sorta di fallimento, in un canto impossibile. Se non fosse per qualcosa che scatta, qualcosa che solo l’ambiguità della poesia ti può ve­ramente dare. Può un uomo come Prufrock turbare l’universo misurando la propria vita con i cucchiaini del caffè? Può un uomo come lui domandarsi:

Ne sarebbe valsa la pena, dopo tutto,
Dopo le tazze, la marmellata e il tè,
E fra la porcellana e qualche chiacchiera…

No, Francesco, non farti ingannare: ne sarebbe valsa la pena. E senza quell’espressione, “dopo tutto”, che Eliot ripete per ben due volte, a sottolineare quanto fosse meditabondo il povero Prufrock.  Non ho scelto, Francesco, questa poesia per dirti: “prendilo a esempio”,  né per dirti che è buona regola turbare l’universo. Ho scelto questa poesia per farti capire quanto sia forte la tentazione del: “Perché già tutte le ho cono­sciute”. Ti sto raccontando questa storia per dirti: fai atten­zione, perché alla fine ne sarebbe valsa la pena. Perché il finale è in un crescendo, il crescendo cupo di un uomo che non sa più che farsene di chiedersi: “Oserò?”; e non gli rimane che tenersi dentro “tutti i mozziconi dei miei giorni e delle miei abitudini”.

Ah no, Francesco, attento a un canto d’amore terribile. Attento all’indecisione, alla paura, al non fare perché tanto è lo stesso, perché tanto nulla cambierà, e se cambierà tutto po­trebbe cambiare ancora e poi ancora, in un attimo, in un se­condo. Impara cosa sia la quotidianità senza senso, impara che non sempre quella nebbia gialla che strofina la sua schiena contro i muri potrà proteggerti. Però quel verso lapidario ti deve entrare in testa, perché tu possa sfuggirlo quando se ne presenterà l’occasione:

E a farla breve, ho avuto paura.

Ecco la solenne ammissione. Ecco il motivo per cui non ha agito. Ecco ancora che alla fine Prufrock è costretto a compian­gersi. A dirsi, pateticamente:

Divento vecchio… divento vecchio…
Porterò i pantaloni arrotolati in fondo.
Dividerò i miei capelli sulla nuca? Avrò il coraggio di mangiare una pesca?
Porterò i pantaloni di flanella bianca, e camminerò sulla spiaggia.
Ho udito le sirene cantare l’una all’altra.
Non credo canteranno per me.

Prufrock ha perso. Lo sa, e lo confessa solamente a sé stesso. La sua passeggiata per le strade semideserte finisce così, con le sirene:

Ci siamo troppo attardati nelle camere del mare
Con le figlie del mare incoronate d’alghe rosse e brune
Finché le voci umane ci svegliano, e anneghiamo.

Cosa non riesce a sopportare il nostro Prufrock? Non riesce a sopportare la mediocrità del suo vivere, ma anche la medio­crità del vivere del mondo. Non sopporta che tutto corra se­condo la regola del grigiore e che in questo grigiore ci sia anche lui. Incapace di fare la cosa più semplice, qualcosa che per lui diventa irraggiungibile:

No! Io non sono il Principe Amleto, né ero destinato ad esserlo;
Io sono un cortigiano, sono uno
Utile forse a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due,
Ad avvisare il principe; uno strumento facile, di certo,
Deferente, felice di mostrarsi utile,
Prudente,  cauto, meticoloso;
Pieno di nobili sentenze, ma un po’ ottuso;
Talvolta, in verità, quasi ridicolo –
E qualche volta, quasi, il Buffone.

Quando sarai più grande molti, troppi forse, ti diranno che stai vivendo in un’epoca di volgarità. In un mondo fatto di brutture: di case squallide, di cattivo gusto. Qualcuno ti dirà anche che si è persa la capacità di leggere le cose belle. Non è vero. O meglio: non è sempre vero. Anche se nascono più per­sone destinate “a ingrossare un corteo, a dar l’avvio a una scena o due” piuttosto che principi Amleti. Ma è sempre stato così Francesco.

Però adesso ti spiegherai anche il perché di quella lunga digressione sul teatro; e di quel signore, Ennio Dollfus che, dalla lontana Alsazia, arrivò nella mia città a portare il teatro. Una città che – come tutte le città del mondo – è fatta di mille Prufrock e di nessun Amleto. Una città dove è più facile do­mandarsi tutta la vita, “Posso osare? Piuttosto che rompere gli indugi, e una volta per tutte. Una città né bella e neppure eccessivamente brutta, noiosa ma anche un po’ saggia. Vedi Francesco io sono nato in un posto curioso, molto curioso: ogni tanto con gli amici che non conoscono Alessandria mi diverto a raccontare aneddoti storici, e tutti si stupiscono. Alessandria fu fondata nel 1169 ma non conserva quasi nulla del suo passato: non ha grandi cattedrali, grandi palazzi, non ha, come ti scri­vevo poc’anzi, neppure un fiume che ne attraversa il cuore. Un giorno, si era nel 1200, passa san Francesco d’Assisi da quelle parti. E lì incontra un lupo, tale e quale quello di Gubbio. Naturalmente san Francesco ammansisce il lupo, su questo a Gubbio vivono di turismo e pellegrinaggi an­cora oggi: hanno costruito una mitologia. Ad Alessandria non se lo ricorda nessuno: era solo un frate strano che parlava coi lupi. “Diffidenza per il noumeno”, l’ha definita Umberto Eco, un alessandrino illustre (come si sarebbe detto un tempo). Non ti spiegherò qui cosa mai sia il noumeno. Ti dico solo che gli ales­sandrini hanno una diffidenza verso il mistero, verso il fuori dal comune. Anche il loro santo, san Baudolino, non è di quelli che fanno i miracoli come gli altri. Un giorno il figlio del re viene colpito da una freccia in un occhio. Qualcuno corre per avvertire Baudolino, caso mai si fosse potuto salvare; Baudolino vede arrivare di gran fretta i cavalieri e prima che loro potessero raccontare cosa mai fosse successo dice: so tutto, mi dispiace, ma non c’è niente da fare il ragazzo morirà. Il mi­racolo sta nella veggenza. Per il resto, per il quadro clinico, come era evidente a tutti, c’era ben poco da intervenire. Divenne santo anche forse per il suo innegabile realismo.

“Ho misurato la mia vita con i cucchiaini di caffè”. Sono nato in un posto dove i cucchiaini abbondano, e l’arte del misu­rare è assai diffusa. Tu sei nato a Roma, Francesco, una città molto diversa, dove tutti si credono Amleto. Mi ha aiutato mi­surare il prossimo con i cucchiaini di caffè, mi ha aiutato anche nel mio mestiere: ha sviluppato la mia ironia, mi ha dato la ca­pacità di saper mantenere il distacco dalle cose, di capire il valore degli altri, di ricondurre tutto a un minimo comun de­nominatore e mai a un massimo comune multiplo. Spero che tu, che vivrai forse in una città di amleti, possa capire chi è vissuto in una città di Prufrock. Ricordi Holden Caulfield? E la sorellina Phoebe? C’è una pagina straordinaria de Il giovane Holden che vorrei citarti proprio in questo capitolo.

Nei giorni in cui Holden girovagava per New York, prima di tornare a casa, succede che va a teatro, per accompagnare un’amica, Sally, che gli piace molto. Vanno a vedere lo spetta­colo di una compagnia molto alla moda, molto impegnata, molto intelligente: i Lunt. “Alla fine del primo atto”, racconta Holden, “uscimmo con tutta quella massa di cafoni a fumarci una sigaretta. Roba da matti. Garantito che in vita vostra non avete mai sentito tanti palloni gonfiati, tutti che fumavano come camini e parlavano della commedia in modo da farsi sentire e fare apprezzare a cani e porci quanto erano geniali… La vecchia Sally non parlava molto, tranne che per sdilinquirsi per i Lunt… La vecchia Sally continuava a dire ‘Io quel ragazzo l’ho conosciuto in qualche posto’. Dovunque la portavi c’era sempre qualcuno che cono­sceva o credeva di conoscere… finalmente quel lavativo si ac­corse di lei e venne a salutarla. Avreste dovuto vedere come si salutarono. Da credere che non si vedessero da vent’anni… il buffo era che probabilmente si erano visti una volta sola a qualche ricevimento balordo… Avreste dovuto vederlo quando la vecchia Sally gli domandò cosa pensasse della commedia. Era uno di quei palloni gonfiati che quando rispondono a una do­manda devono farsi spazio. Disse che la commedia in sé e per sé non era un capolavoro, ma che i Lunt, naturalmente, erano dei veri angeli. Angeli. Cristo santo. Angeli. Mi lasciò secco”.

“Angels. For Chrissake. Angels. That killed me”: scrive Salinger. Ho imparato a diffidare, Francesco, di quelli che dicono: angeli, straordinario, mitico e non so che al­tro. E non all’età di trentatré anni, ma da quando ne avevo se­dici. Mi è servito nascere in una città dove non troverebbero straordinaria neppure una stella cometa che cade in pieno centro storico. E mi è servito andarmene, per vivere in una città dove troverebbero straordinario persino il più piccolo dei fuochi d’artificio. Non rimpiango l’eccesso di disincanto, ma è stata una solida scuola di vita. Spero che tu, piccolo Francesco, possa capire un giorno cosa vuol dire. Insomma: impara da Prufrock ma guardati da lui. Trasformalo se vuoi in un prin­cipe Amleto e liberalo da quella maledetta domanda. Conoscerai uomini e donne che andranno su e giù per la stanza, sale d’aspetto d’aeroporto, teatri di convegni, parlando di Michelangelo; dicendo sciocchezze, banalizzando. Dovrai tolle­rarli, ma dovrai anche giudicarli, e senza troppi appelli. E spero che sarai capace di turbare l’universo anche se, qualche volta, quell’universo ti sembrerà piccolo, davvero molto piccolo, an­che se quel tuo universo potrà sembrare non interessi a nes­suno.
No, Francesco. Spero tu non debba mai dire:

And in short, I was afraid
(E a farla breve, ho avuto paura)

Eppure la paura te l’avevo raccontata. Quando John Silver uccide il marinaio che si rifiuta di vendere l’anima ai pirati. O quando arriva Pew, e si annuncia attraverso il picchettìo del bastone sulla strada gelata.  Ti ho raccontato quanto sia inquie­tante la paura, quella vera. Ma questa di Prufrock è tutt’altra cosa. Per vincerla non ti basterà il coraggio fisico, avrai bisogno di un altro tipo di coraggio che dovrai costruire con il tempo, o meglio, fortificare. Ma non ti sarà facile perché attorno a te avrai spesso il deserto perché i gesti della tua vita ti appariranno privi di valori, vuoti; come quelli di Prufrock. E perché anche tu scenderai un giorno le scale, e ti preoccuperai un po’ di ciò che diranno gli altri. Perché anche tu arriverai a un momento (e sarà molto prima di quanto pensi, e sarà molto più illusorio di quanto già avrai immaginato, e dovrai ricre­derti quasi subito), un momento in cui tutto ti sembrerà già visto, in cui sarà la noia a prendere il sopravvento. E in quel momento non ti ricorderai solo di Prufrock, ma anche della Terra desolata. E quando sarai costretto ad ascoltare frasi vuote, mondanità senza valore, falsi racconti straordinari di uomini qualunque, allora, dico allora, ti torneranno alla mente quei versi iniziali del poemetto:

Aprile è il mese più crudele, genera
Lillà dalla terra morta, mescola
Ricordo e desiderio, eccita
Spente radici con pioggia di primavera.
L’estate ci tenne caldi, coprendo
La terra di neve smemorata, nutrendo
Una piccola vita con tuberi secchi.

È uno degli incipit più famosi della letteratura. Aprile è crudele perché in un mondo dove niente ha valore, fa rinascere la natura, le sue radici, i suoi fiori, persino i tuberi secchi. E se la natura, all’arrivo di aprile –  il tuo mese Francesco, quello in cui sei nato – si risveglia non così è per tutto il resto, per quel mondo di gridolini cosmopoliti che Eliot ci regala subito dopo:
L’estate ci sorprese, arrivando sullo Starnbergersee
Con un rovescio di pioggia ci fermammo sotto il colonnato,
E procedemmo nel sole, nel Hofgarten,
E bevemmo caffè e parlammo per un’ora.
Bin gar keine Russin, stamm’aus Litauen, echt deutsch.
E quando eravamo bambini, e si stava dall’arciduca,
Mio cugino, lui mi portò fuori su una slitta,
E io ero atterrita. Disse, Marie,
Marie, tieniti forte. E giù andammo.
Sulle montagne, là ci si sente liberi.
Leggo, gran parte della notte, e vado a sud d’inverno

 

Non preoccuparti di queste frasi apparentemente senza senso. Ne sentirai molte altre, ovunque andrai. Il mondo è fatto di gente che grida: “tieniti forte”. Di gente che dice: “sulle montagne ci si sente liberi”. Di altri ancora che puntualizzano (così ti traduco il verso dal tedesco): “Non sono affatto russa, sono originaria della Lituania, una vera tedesca”. Questa è La terra desolata, un poemetto che non si dovrebbe spiegare ai bambini perché troppo diffi­cile. Persino l’editore di Eliot ebbe paura, e chiese all’au­tore di scrivere una serie di note esplicative, prima della pubblicazione. Eliot lo fece, ma le sue note, tutt’ora, non spiegano nulla, anzi complicano le cose. Tu invece capirai Francesco, senza tante storie, senza troppe paure: la lette­ratura non è un monolite, va affrontata sì con umiltà ma con solida determinazione. Dunque Terra desolata: la stessa di Prufrock, degli alberghi di passo a poco prezzo, una terra desolata dove il pessimismo di Eliot si coglie, si sente a ogni verso. Non un pessimismo disperato, però; semmai consapevole e sprezzante. Dopo aver dato la pa­rola agli arciduchi, dopo aver raccontato di slitte e di laghi, Eliot si chiede:

 

Che sono le radici che s’avvinghiano, che rami crescono
Da queste pietrose rovine? Figlio dell’uomo,
Tu non puoi dirlo, né indovinarlo, perché conosci soltanto
Un mucchio di immagini frante, dove il sole batte,

 

Ti sei accorto che il tono è cambiato in questo poemetto, rispetto alla poesia di Prufrock? Che non è più un discorso in­timo, un guardare dal buco della serratura un personaggio che specchia sé stesso? Qui il grigio Prufrock lascia il suo posto, rientra nella folla, come lui stesso avrebbe detto: in questo nostro capitolo ha recitato qualche battuta iniziale, ed è rien­trato nel coro, si è mescolato nella massa. Una rovina, una ra­dice, una delle tante immagini frante dove il sole batte.

Vedi Francesco la mia passione per The Waste Land, que­sto è il suo titolo originale, è stata una vera ossessione. Ho pen­sato a lungo di scrivere qualcosa, un saggio forse, su questa poesia. Ora eccoti queste righe per invitarti a leggere Eliot come fosse una lente: sì proprio una lente di ingrandimento utile a capire, a meglio vedere il mondo che ti sta attorno. Se saprai farlo ti accorgerai che quei versi ti possono regalare ri­flessi inaspettati. Insomma Francesco, pensa a questo poemetto come se fosse un termometro: il termometro di un’epoca di crisi. Ricordi che all’inizio del libro ti parlai di una signora mi­steriosa che di nome faceva Madame Sosostris? Ci arriveremo. Ma contrariamente a quello che abbiamo fatto per Prufrock, dove abbiamo letto verso dopo verso, quasi tutta la poesia. Qui salteremo. Taglieremo qua e là e procederemo in altro modo: un modo di leggere che l’ipocrisia di certa cultura non è abi­tuata ad accettare.

Vedi Francesco, c’era una volta un signore molto intelligente che si chiamava Samuel Johnson, ma per tutti era il dottor Johnson. Il dottor Johnson è rimasto famoso per le cose che ha detto e scritto. Una volta qualcuno gli chiese se i libri li leggesse sempre dall’inizio alla fine, e il dottor Johnson caustico: “perché? i libri si leggono dall’inizio alla fine?”. Tutti quelli che leggono lo sanno: sanno che la lettura non è un binario ferroviario, che spesso procede a salti,  che a volte può essere abbandonata, perché è già sufficiente quello che si è letto. Ma la domanda che ti faranno sarà sempre la stessa: “Ma tu Proust lo hai letto tutto?”. E gli insegnanti ti diranno che un libro letto non è un libro letto se non lo si è finito. Eppure nella tua vita salirai su autobus a metà corsa, prenderai treni che hanno iniziato il loro viaggio già da molte ore, entrerai d’improvviso al centro di  discussioni di cui ignorerai ciò che si è detto prima e comincerai a guar­dare film iniziati da tempo, ascolterai per radio o per strada musica di cui non saprai mai, forse, come sarebbe stato il primo movimento, o la prima strofa. Per non parlare del tele­comando della televisione, che moltiplicherà questo effetto in modo esponenziale. Anzi lo fai già da ora. Quando al film visto dall’inizio alla fine preferisci ritornare più volte sullo stesso punto di pochi minuti: a una narrazione completa prediligi l’e­mozione ripetuta più volte della tua scena preferita. Succede anche con la poesia. Quando imparerai a memoria pochi versi, e amerai ripeterli, quelli e solo quelli, continuamente, senten­done il suono, farai un’operazione davvero molto simile a quella del brano di Lilly e il vagabondo che vuoi rivedere con­tinuamente. Quello con i due gatti siamesi che fanno i dispetti al cane. E lo fai tu stesso, azionando il tasto del rewind e tor­nando all’inizio della scena. Così Francesco ora imiterò il tuo modo di fare: prenderò questa poesia di Eliot e andrò, come se fosse uno di quei tuoi cartoni animati, ai punti, ai versi che preferisco; quelli che hanno sottolineato, accompagnato, molti momenti della mia adolescenza. Che ho ripetuto a me stesso decine di volte, come fossero una canzone. Si può? Certo che si può. L’ho fatto con la ragazza dei giacinti. L’ho fatto con Madame Sosostris. Ricordi che te ne parlai? Che ti parlai di una cartomante dal nome curioso? Bene, dopo che Eliot ci ha rac­contato che la nostra civiltà è: “arida pietra che non dà suon d’acqua”, dove l’albero morto non dà riparo, né il grillo sol­lievo”. Dopo averti riportato frasi vuote e senza senso il poeta introduce il tema più importante. E scrive, in tre versi:

Madame Sosostris, famosa cartomante
Aveva un forte raffreddore
Nondimeno passa per la donna più colta d’Europa

In quella terra desolata dove si aggirano uomini spettrali, ignavi “ch’io non avrei mai creduto morte tanta n’avesse di­sfatta”, come recita Eliot, riprendendo Dante (il suo poeta più amato), Madame Sosostris, una volgare cartomante ignara del mitico e antichissimo gioco dei Tarocchi passa per la donna più colta d’Europa, solo perché finge di saper utilizzare quel diabo­lico mazzo di carte.

Tu incontrerai nuovi cartomanti Francesco. Si faranno chiamare spesso “intellettuali”, o forse “uomini della comuni­cazione”, o ancora “manager”, “scrittori”, o chissà che altro non importa il nome che si daranno. Prima di parlare con loro guardali negli occhi: cerca di capire se i Tarocchi li sanno dav­vero leggere oppure no; e guardati da quei signori senza me­moria, ma capaci di saccheggiare in abbondanza i testi della cultura del passato, senza capirla e sentirla. Questi nuovi car­tomanti che si richiamano sempre al futuro (il “futuro della società, della civiltà, della letteratura, dell’arte”) hanno tra­sformato il mondo della cultura in una pratica noiosa, in un giochetto marginale per sfaccendati che non hanno voglia di dire nulla a nessuno. Per questo che quando sarai grande ti capiterà spesso sentirti dire che un avvocato è più utile di uno scrittore, che un industriale serve più di un poeta. E solo nelle notti di festa, dopo che si è ben bevuto e si è più disposti alla generosità quegli stessi signori, convinti dell’inutilità di tutto quanto sia pensiero non direttamente applicato al fare, solo in quelle notti qualcuno ti dirà che da giovane ha amato i poeti e i libri. E guarderà con benevolenza chi si è sempre guadagnato da vivere scrivendo. Non caderci, in questa complicità: la lette­ratura non è un sogno da tenere in un cassetto, e non va nep­pure esposta in una teca: è una disciplina, un modo di cono­scere il mondo. Richiede logica, intuito e solido mestiere. Si può scrivere un saggio tutto d’un fiato, non un romanzo, ricordalo. Non c’è ispirazione che tenga. Solo la fatica, il metodo, la pigno­leria possono fare grande un libro, una raccolta di poesie, un racconto. Guarda Eliot, guarda come è capace di mille digres­sioni, controllate, tessute assieme con un rigore assoluto, lavo­rate con la destrezza di un raffinato artigiano.

Quando The Waste Land fu pubblicata, nel 1922, i critici espressero pareri controversi: qualcuno scrisse che una poesia che ha bisogno di essere spiegata in nota non è diversa da un quadro con scritto sotto: “Questo è un cane”. E si chiedeva che senso mai potesse avere dare una citazione da Ovidio che comincia a metà frase, senza soggetto o verbo, omettendo magari la fonte. E aggiun­geva ancora: “E quando una persona ne saluta un’altra sul London Bridge per essere stati insieme a Milazzo, come farà il lettore senza studi classici a indovinare che questo è il nome di battaglia navale delle guerre puniche?”.

Si può Francesco, si può, allora non era concesso, oggi lo fanno tutti. Oggi nessuno ti spiegherà niente, per il solido e ineluttabile principio che nulla si può spiegare delle opere d’arte senza correre il rischio di limitarle, o di fare addirittura errori grossolani. Non badarci, chiedi sempre quando non riu­scirai a capire. Forse le spiegazioni saranno ancora più oscure, ma non importa. Mai devi temere di apparire ingenuo. Il ri­catto dell’ingenuità e un potere che non deve avere presa su di te perché è un potere da due lire, buono per gli sventurati.

Perché dunque Milazzo? potrai chiedere. E ti rispondo: Milazzo non è solo il nome di una famosa battaglia. In questa poesia è molto di più.  Dopo aver dato un quadro desolato e de­cadente del mondo contemporaneo, dopo aver fatto di Madame Sosostris il simbolo della volgarità del mondo, Eliot cambia scena poetica. È un modo di procedere non molto diverso da quello dei film. Sei già abituato. Ormai sai cosa sia  un mon­taggio. Avviene così anche nelle poesie:

Città irreale,
Sotto una nebbia bruna di un’alba d’inverno,
Una folla fluiva sul London Bridge, tanta,
Ch’io non avrei creduto che morte tanta n’avesse disfatta.
…………………
Lì vidi uno che conoscevo e lo fermai gridando: “Stetson!
Tu che eri con me sulle navi a Milazzo!

 

Torna la nebbia, Francesco. Quella nebbia miciona che strofinava la sua schiena per i vetri di casa Prufrock ora as­sume un colore bruno, non più giallo: il colore dell’alba d’in­verno. Non puoi immaginare quante volte ho visto una nebbia così: bruna, all’alba, in inverno. E ogni volta che l’ho vista ho pensato a questo verso di Eliot. Anzi, il verso di Eliot mi ha fatto scoprire la nebbia. Prima per me, nato e cresciuto in una città del nord tra le più nebbiose, era solo un fatto meteorolo­gico. Poi è diventato un fatto poetico. Bene, in quella città irre­ale dove uomini senza identità, ignavi passano sul London Bridge, il poeta incontra uno che conosceva e lo chiama Stetson. Chi sarà mai questo signor Stetson? La Stetson è una nota marca di cappelli americana. Portava cappelli Stetson un grande poeta che si chiamava Ezra Pound a cui Eliot mandò la prima stesura di The Waste Land. Pound impugnò la penna e si mise a tagliare, correggere, sottolineare passi che non lo con­vincevano. Molti suggerimenti di Pound vengono accolti, e lo stesso Eliot in epigrafe ringrazia così: “Per Ezra Pound, il mi­glior fabbro“. Ma nel poema l’amico Pound ritorna, si incon­trano ancora dopo esser stati insieme a Milazzo, a difendere quella cultura e quella civiltà che entrambi incarnavano.

La battaglia navale di Milazzo del 260 a.C. fra romani e cartaginesi è un momento cruciale per la storia della civiltà: vicino a Milazzo infatti i romani vincono contro i “barbari” cartaginesi. Anche se sono passati più di duemila anni su quelle navi dunque, come in una fiaba di quelle che ti fai leg­gere la sera prima di andare a letto – stanno i due poeti: Eliot ed Ezra Pound. Ma non basta, devi collegare tutto questo all’i­nizio del poema, quello che ti ho citato qualche riga sopra: un inizio che si rifà ai riti vegetativi e della fertilità. Ricordi? Aprile cade pochi giorni dopo l’equinozio di primavera, le piante fioriscono, la terra rinasce, svegliandosi dal lungo e ovattato sogno invernale. In una nota introduttiva il poeta spiega di avere un debito con due opere di antropologia: una di queste è Il ramo d’oro di George James Frazer: un altro di quei libri che mi sono portato spesso con me, per anni,  e che mi ha aiutato a capire molte cose: della letteratura specialmente. Vedi come tutto si intreccia? Eliot ti rimanda a questo signore che si chiamava Frazer, e Frazer ti rimanda a qualcun altro, e ancora a un altro,  e a un altro, e a un altro ancora… Ricordi quando ti dicevo: attento Francesco i libri si parlano tra loro? E sono dispettosi, nascondono sempre qualcosa, e se lo passano l’un con l’altro. A te sta il compito di scoprire cosa, e dove è na­scosto. Coi libri si gioca; come in un girotondo, come fosse na­scondino. I libri raccontano storie perché tu possa inventarne delle altre; e a volte mescolano storie vere e inventate: e dànno a entrambe la medesima importanza. Ecco perché Eliot dopo averti descritto l’inizio di una primavera tutta sua rimanda subito a un testo di antropologia. E se poi leggerai questo testo, le pagine, i capitoli che lo stesso Eliot ti indica, cosa scoprirai? Scoprirai che le navi di Milazzo, i riti vegetativi non sono un caso, perché qualche anno dopo quella famosa battaglia a Roma avviene qualcosa di importante.

Un giorno i Romani, verso la fine della loro lunga lotta contro Annibale, adottarono nel 204 avanti Cristo un culto orientale, il culto della frigia madre degli dèi, perché i loro spiriti stanchi avevano ricevuto il conforto di una profezia. Sai cosa diceva quella profezia? Diceva che i cartaginesi, invasori stranieri sarebbero stati cacciati dall’Italia se fosse stata por­tata a Roma la grande dèa orientale. Allora vennero subito mandati ambasciatori in un luogo che si chiamava Pessinunte, che era la città sacra della dèa in Frigia. Così a questi ambascia­tori di Roma venne affidata una piccola pietra nera che rap­presentava la possente divinità e la portarono a Roma, dove venne accolta con gran rispetto e collocata nel tempio della Vittoria sul colle Palatino, non distante da casa nostra Francesco. Fu alla metà di aprile che arrivò la dèa e subito si mise all’opera: vi fu in quell’anno un raccolto così buono che da anni non se ne vedeva uno uguale e nello stesso anno Annibale e i suoi veterani venivano sconfitti e si imbarcavano per l’Africa. Mentre dava un ultimo sguardo alla costa italiana che svaniva nella lontananza Annibale non poteva prevedere che l’Europa che aveva respinto le sue armi, quelle dell’Oriente, si sarebbe invece arresa alle divinità orientali.

Ad aprile viene portata a Roma la pietra nera che rappre­senta la divinità. Nello stesso momento la sconfitta di Annibale, e dunque dei cartaginesi, diventa definitiva. L’Occidente (che prima di questo momento non è ancora Occidente) ha vinto contro Cartagine ma ha ceduto ospitando e adorando una po­tente divinità Frigia. Nella nascita dell’Occidente, in quell’Occi­dente di cui Eliot canta la decadenza, in quell’Occidente di cui io e te facciamo parte, c’è sempre stata una ambiguità profonda: quella di aver cacciato l’Oriente per gettare però un ponte ma­gico-religioso con l’Oriente.

Non voglio andare oltre questo, Francesco. Una prima ste­sura di questo capitolo ti spiegava anche il perché della cita­zione iniziale, quella tratta dal Satyricon di Petronio Arbitro e poi di Tiresia, il veggente reso cieco da Giunone. Tutti perso­naggi che appaiono, assieme ad altri, in questo poemetto. Una prima stesura cercava di svelarti, almeno in parte, il mistero della carta bianca, che Madame Sosostris non sa leggere.

…Eccoti, disse,
La tua carta, il Marinaio Fenicio annegato,
(Sono perle che erano i suoi occhi. Guarda!)
Qui è Belladonna, la Signora delle Rocce,
La signora delle situazioni.
Ecco l’uomo con le tre aste, e qui la Ruota,
Ed ecco il mercante orbo da un occhio, e questa carta,
Che è bianca, è qualcosa che lui porta in spalla,
Che mi è vietato vedere…

Ho preferito poi non scriverti di queste cose, lasciartele per quando avrai le capacità di arrivarci. Sarebbe stato come metterti su un elicottero e farti arrivare in cima a una monta­gna. Quando leggerai un libro di René Daumal che si intitola Il monte Analogo capirai che questo non è possibile: che le salite vanno affron­tate gradino dopo gradino. Ho voluto raccontarti qui l’altra faccia di Eliot; e l’altra faccia di Prufrock. Non ti ho risparmiato citazioni, né i riferimenti complessi ma ho cercato di spiegarteli nel modo più semplice possibile, che non vuol dire finisca poi per essere un modo necessariamente semplice.

Vedi Francesco, nella prima parte di questo capitolo ti ho raccontato del teatro, della necessità di osare, e ti ho racco­mandato di non aver paura, o meglio di non avere mai la paura di Prufrock, al massimo quella di Jim Hawkins. In questa se­conda parte ho cercato di farti capire che quel senso di desola­zione di Prufrock è qualcosa di molto più vasto: che la storia, le culture si mescolano tra di loro, che la decadenza di un mondo, di cui già nel 1922 Eliot vedeva i contorni, non significano che il tuo mondo sarà inevitabilmente in rovina. The Waste Land dice tante cose Francesco, e solo gli sciocchi esauriscono i di­scorsi. Io, tra le tante cose, voglio farti notare come alla fine i romani si salvano, ma solo perché, anche se più forti, hanno saputo accettare e far loro le culture altrui. Per questo devi aver paura dell’assenza di cultura, di quelli che non vogliono trovare un linguaggio per comunicare con gli altri. Per questo devi diffidare di quelli che non vogliono conoscere il proprio passato, che sia la battaglia di Milazzo o qualsiasi altra cosa.

Ti accadrà spesso: e ti accorgerai che l’esibizione dell’igno­ranza è volgare. Non è l’umiltà del so di non sapere, è l’imbe­cillità del non me ne importa nulla di sapere. È quella che fa pensare a The Waste Land come a una sorta di esercizio intel­lettuale faticosamente inutile. Contorsioni mentali di gente che non ha di meglio da fare. Non curartene, Francesco. Fai piutto­sto attenzione agli ultimi versi di The Waste Land sono quelli che parlano della ragazza dei giacinti; un riferimento a un luogo dell’amore, a un desiderio, forse non corrisposto, forse senza speranza. L’atmosfera in questi pochi versi cambia, è quasi gioiosa. L’irritazione dei discorsi vuoti, la desolazione contemporanea lascia il posto a un ricordo che ha un sapore diverso.

Mi hai dato dei giacinti per la prima volta un anno fa:
Mi chiamavano la ragazza dei giacinti.

È una lei che parla, e ricorda un episodio felice. Ma subito dopo c’è un “eppure” che capovolge quell’atmosfera solare che poco prima si contrapponeva alla nebbia bruna di London Bridge, per non dire del grigiore dato dai capelli radi di John Alfred Prufrock.

Eppure quando tornammo tardi, dal giardino dei giacinti,
Le tua braccia cariche e i tuoi capelli umidi, io non potei
Parlare e gli occhi mi mancarono, non ero
Né vivo né morto, e non sapevo nulla,
Guardando dentro il cuore della luce, il silenzio.

Quell’eppure è del poeta: sono sue queste parole, sua que­sta descrizione del fallimento. Nonostante lei fosse l’immagine della ricchezza, della sensualità, in una parola della bellezza, lui non poteva “parlare” e “gli occhi” gli “mancarono”. Ti sembra un’immagine negativa Francesco? Forse. Ma dipende dalle let­ture. Gli attenti glossatori di questo poema ti diranno che que­sto giardino è il luogo di un amore che fallisce, e quest’imma­gine si rifà alla leggenda del Graal dove il cavaliere, impuro,  fallisce la prova non riuscendo a porre la domanda sul simbo­lico esoterico della Coppa del Graal. Vero ma per me il giardino dei giacinti è stato qualcosa di molto simile alle neb­bia bruna di un’alba d’inverno. Ero nato nella nebbia ma non la conoscevo, o meglio: non la sapevo dire. E nei sogni inquieti di un adolescente il desiderio, e il luogo del desiderio, si era tra­sformato in quel giardino dei giacinti. Diventando così un luogo poetico: a tal punto che solo da poco mi son reso conto di non aver mai saputo come fosse un giacinto. Non lo so riconoscere. Eppure mi muovo assai bene attraverso il simbolismo sacrifi­cale del dio Giacinto.

Come vedi la poesia non sempre è immagine, non sempre rimanda a qualcosa:  a volte ti fa sognare un luogo di cui non conosci le sembianze ma di cui percepisci l’inquietudine.

Finisce qui, questo lungo capitolo su Eliot. Finisce con la ragazza dei giacinti, volevo che fosse così. Sin dalla prima riga sapevo che quelli erano gli ultimi versi che avrei citato. Perché? Perché hanno accompagnato i miei desideri, e non solo quelli per le donne. Anche per le cose, per gli oggetti, per le idee. Parleremo di questo proprio nel prossimo capitolo. Un capitolo che ti racconterà di un romanzo, di un film,   di una passione, di uno strano odore di legno e del talento, e della difficoltà di vivergli a ridosso, leggerlo negli altri, sopportarlo in sé stessi. Ci arriviamo subito Francesco, il tempo di voltare pagina.