Nel 1994 pubblicai per Frassinelli un libro in forma di lettera. Si intitolava Se una mattina d’estate un bambino. E il sottotitolo era: Lettera a mio figlio sull’amore per i libri. Di fatto è stato il mio primo libro, un saggio sulla lettura e sulla letteratura. Dedicato a mio figlio Francesco, che allora aveva soltanto due anni, fu un libro che ebbe molto successo. E forse ancora oggi è tra i miei libri più tradotti nel mondo. Per 20 anni è rimasto in catalogo ma da alcuni anni non è più ristampato. Alle volte il web è anche questo. La possibilità di regalare una lettura di un testo a cui sono affezionato. Che precede di un anno il mio romanzo Presto con fuoco, e che racconta del perché i libri servano a capire le nostre vite e a muoverci meglio nel mondo. Pubblicherò ogni giorno un capitolo di questo saggio sperando che i lettori che ancora non lo conoscono possano leggere qualcosa di nuovo e diverso. Il primo capitolo si intitola: C’era una volta una coccinella.

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Caro Francesco,

questa mattina sei arrivato e mi hai portato il tuo libro. Eri ancora assonnato, con quegli occhietti scuri scuri che stenta­vano ad aprirsi e quel modo di camminare a gambe incrociate, che sembra tu debba cadere quando meno te lo aspetti. Sei ar­rivato con un libro pieno di figure. Era quello della coccinella. Lo guardi spesso, e la mamma te lo legge prima di addormentarti. Te lo comprammo perché un giorno, al parco, ti avevo appoggiato una coccinella sul dorso della mano, per fartela vedere. La coccinella correva verso il tuo polso pic­colo e tu la guardavi con quel misto di curiosità e consapevo­lezza che hanno i bambini come te. Aspetti di capire cosa farà mai quell’animale per afferrarlo e imposses­sartene. Ma la coccinella sul più bello è volata via, e tu sei ri­masto deluso. Non pensavi che finisse così. Le coccinelle non sembra che volino: a prima vista appaiono come animali molto terreni.

Quando tornammo a casa hai chiesto a mamma di rac­contarti la storia della coccinella. Non è che hai fatto una richiesta così articolata: tu non sai ancora parlare, anche se impari a conoscere molte parole. Però hai detto una cosa simile a “storia-coccinella” (o meglio “ttoria-ella”, che fa lo stesso): e noi ti abbiamo raccontato che c’era una volta una coccinella che viveva al parco, e un giorno un bimbo di nome Francesco la prese in mano: era rossa con dei puntini bianchi ed era contenta di camminare sulla mano di Francesco. Finché un’altra amica coccinella, gialla con i puntini blu, la chiamò da lontano e le disse: “vieni, andiamo insieme in un bellissimo posto”. Così la coccinella rossa volò insieme a quella gialla, per raggiungere un luogo pieno di avventure.

È stata una delle tue prime storie, Francesco. Qualche giorno dopo ti comprammo quel piccolo libro, un’edizione rilegata a spirale con una grande coccinella rossa in copertina. Così potevi ricordare com’era fatta. E quel libro di­ventò una storia, sempre diversa. Era curioso, per te i libri sono sempre stati qualcosa di familiare: la nostra casa è piena di libri e non ti ho mai vietato di toccarli, anzi ti ho sempre detto che potevi prenderli, ma senza strappare le pagine. E ci hai sempre visto leggere i libri, in quelle sere che vuoi fare tardi, e sono quasi tutte, e chiedi di vedere ancora una volta Peter Pan o Il libro della Giungla.  E tante volte ci hai chiesto di leggere a te i tuoi libri, quelli che stanno cominciando a occupare uno spazio della libreria: quelli di Dumbo o di Cenerentola, quelli che suo­nano toccando le figure, o che si aprono e diventano una gio­stra o un teatrino; o ancora hanno la forma di un animale, dei tuoi, di quelli che hai imparato a riconoscere e che chiami per nome. Così tutti i conigli sono la tua Lulù, che sta nella gabbia del terrazzo, e tutti i coccodrilli sono Cocco, quello che vuol mangiare capitan Uncino, e quando si avvicina si sente il tic­chettio della sveglia che aveva ingoiato tanto tempo prima.

Caro Francesco, questa mattina, una mattina di mare, una mattina d’estate, ti sei svegliato e mi hai detto: “papà storia”, portandomi il libro della coccinella. Eri ancora spettinato, con quei tuoi riccioli biondi scomposti, ma appena appena. Ed eri a piedi nudi. Ti ho detto di sederti sul gradino e ho pensato che questo libro poteva incominciare da qui. Da questa tua faccia consapevole e partecipe, molto seria alle volte, da quei tuoi “sì” pronunciati con una “s” che sembra una “t” e fa assomigliare la tua voce a quella di un cartone animato. Per ora ti può bastare la storia della coccinella, o quella di Dumbo. Poi cambierai, e vorrai leggere altre cose. Avrai bisogno di nuovi libri: non più quelli con tante figure di animali, o quelli con i suoni. Comincerai a sentir parlare di qualcosa che si chiama lettera­tura, e anche di poesia, imparerai a memoria qualche fila­strocca, e forse te ne dimenticherai la fine. E tutti rideranno. E correrai il rischio che qualche insegnante cerchi di inculcarti il valore sacrale dello studio, del dover leggere, del dover sapere; che ti voglia far sentire un moscerino piccolo di fronte alle grandi montagne della genialità universale. E che non ti insegni a scalarle ma solo a fotografarle, come un qualunque turista. Non voglio tra­sformarti in un alpinista delle lettere, Francesco (io poi che soffro di vertigini), ma voglio tu capisca che l’ammirazione è sempre un processo finale, mai iniziale.

Caro Francesco, il mio mestiere è fare il critico e lo scrittore. C’è qualcuno che mi paga perché io esprima giudizi sui libri che leggo. Il mio lavoro serve anche a quei lettori che hanno bisogno di qualcuno con più espe­rienza di loro. Ti ho sempre spiegato che i libri non si strap­pano, che i libri vanno sfogliati con cura. Ma ti dico anche che i libri non sono sacri: non vanno conservati a tutti i costi, la di­gnità di un libro non sta nel fatto che qualcuno ha un giorno rilegato parole insensate. Ti dico che i libri si possono buttare anche via, che bisogna avere il culto dei buoni libri. I libri che ti circondano, quelli di casa, spesso sono buoni libri, proprio perché molti non vi hanno mai trovato posto. Non aver paura in futuro, non diventerai come molti che per soggezione verso la cultura hanno paura di scherzarci su, dialogare con gli autori senza porsi troppi gradini più in basso. La letteratura non va temuta, Francesco: neanche quella più difficile. Non devi chiedere: “ma lei ha letto Joyce, tutto, fino all’ultima pagina?”. Scherzaci con Joyce, lui avrebbe apprezzato. Non trasformare la poesia più inquieta in qualche cosa da ammirare per la sua grandezza inutile. Dante va imparato come fosse una fila­strocca, va sentito come fosse musica reggae, soltanto che il ritmo lo dànno le terzine, non la chitarra di Bob Marley che già ora chiedi di ascoltare.

Non farò di te un presuntuoso (anche se una dose di pre­sunzione aiuta a difendersi), ma già ti vedo, con quegli occhi scuri e vivissimi: non sarà facile darti per buone troppe cose, convincerti di ciò che non sempre è. Non sei il tipo di bambino a cui si può dire: è così, devi credermi. Hai un’anima trasgressiva e ironica, se ne accorgeranno in molti. Qualche volta toccherà anche a noi, a me e a tua madre, e non sempre sarà facile, ma va bene così.

Si può scrivere una lettera in forma di libro per spiegarti un piacere, quello della lettura? La risposta è nell’esistenza di questo libro: che è un modo un po’ diverso per raccontarti la storia della coccinella. In fondo tra quella storia e quelle che qui ti racconterò non c’è grande differenza. Dumbo alla fine vola, e si riscatta dalle risate del circo. Rudy guadagnerà molti soldi a spese di Crudelia Demon, e metterà in piedi un alleva­mento di cani dalmata. E Capitan Uncino sarà inseguito all’in­finito dal Coccodrillo che non ha mai dimenticato il buon sa­pore della sua mano. Quelle storie si intrecceranno con altre e a Peter Pan sostituirai forse Stephen Dedalus. Ma è molto più probabile che li farai convivere in un gioco della memoria che qualche volta potrebbe stupirti. Più farai confusione, non sor­prenderti di questo, più gli autori si mescoleranno, più i secoli si confonderanno nella tua mente, e i titoli, e le letterature, più sarà meglio per te. E se accadrà che l’ultima delle canzoni alla moda, la più stupida, ti ricorda un frammento di Eraclito vorrà dire che la tua cultura non dovrà temere niente.

Ho avuto un professore al Liceo che mi ha insegnato cosa mai fosse la letteratura e lo ha fatto senza la preoccupazione della sacralità, senza mettersi su un piano più alto. Entrava in una classe di ragazzini di quindici anni e chiedeva: “Avete mai sentito par­lare del dottor Johnson”. Nessuno di noi conosceva la Vita di Samuel Johnson. Ma il suo miracolo era nel riuscire a farci leggere quei libri, e senza chiederlo. Debbo a lui molte letture importanti della mia vita ma soprattutto l’inse­gnamento di un metodo prezioso. Lo ricordo ancora: gli occhiali dalla montatura spessa, i capelli non ancora bianchi e un im­mancabile vestito grigio. Fumava (allora si fumava). Entrava in classe e ci guardava, con aria ironica. “Lei conosce Joyce? No, non lo conosce? Lei è un ignorante”. Lo diceva in modo scherzoso. Ignoravamo l’esistenza di Joyce, di Lawrence Sterne e di Virginia Woolf. Ci sarebbe servito farci dare degli ignoranti da un uomo che sapeva cosa fosse la maieutica. A quindici anni ho letto Joyce, TheWaste Land, e tante altre cose. È stata la mia prima educazione intellettuale. E ricordo l’emozione di scoprire il piacere di ragionare su cosa fosse un’epifa­nia, e sul modo in cui scorrevano i tempi narrativi in To the Lighthouse di Virginia Woolf. Mi è servito. La voglia di inter­pretazione, la più selvaggia, quella che suscita l’ironia di chi in fondo i libri non li ama; bene, quella voglia l’ho sfogata nell’età giusta, nell’adolescenza. Ogni tanto qualcuno mi chiede se si può imparare  a scrivere in modo chiaro. Ho una risposta: la semplicità è un costante esercizio intellettuale, una ginnastica mentale.

“Avete mai sentito parlare del dottor Johnson?”, chiedeva il mio antico professore di inglese in quella metà degli anni Settanta. Mi auguro che tu possa avere un giorno, che tu possa incon­trare, un professore come lui. Un professore che sappia fare le­zione, prima che lezione di qualche cosa; che sappia insegnare, prima che insegnare una materia. Era ed è (oggi non insegna più) un intellettuale come ne ho incontrati davvero pochi. Era (chissà se lo è ancora) comunista. Eretico, naturalmente. Libertario, ma con delle strane chiusure, figlie della guerra fredda. Un giorno non partecipai a uno sciopero studentesco. E mi presentai in classe. Lui si sedette in cattedra, mi guardò e mi chiese stupito perché mai partecipassi alle lezioni. Risposi che non condividevo lo sciopero. E lui tassativo: “Si ricordi quello che diceva Lenin: è meglio aver torto nel partito che aver ragione al di fuori”. È una frase che appartiene a un mondo che ormai mi manca. Quello del rigore intellettuale: di un uomo che ci invi­tava a leggere il Chomsky de Le strutture della sintassi, di un uomo che ci dava del Lei, a noi ragazzini che da poco si erano lasciati alle spalle la pubertà. Oggi, Francesco, mi mancano persone come lui, capaci di spaziare da un argomento all’altro con straordinaria  intelligenza. Spero che tu possa avere questa fortuna perché solo persone così potranno farti capire che la letteratura, questo sogno di cui parleremo in questo libro non è solo un gioco intellettuale, ma è l’unico modo per capire il mondo. Non caderci, cercheranno di farti credere che la vita è più ricca della letteratura. Non è vero: il mondo letterario di Proust è infini­tamente più complesso di quello reale. La giornata di Leonard Bloom è ben altra cosa rispetto a quella di qualunque dubli­nese, anche del più colto. La letteratura è un mondo dove i libri si parlano tra di loro: per entrarci bisogna fare un salto, andare da un’altra parte. E dopo, il ritorno è difficile, perché quei personaggi continueranno a parlarti come fossero reali, a consigliarti, ad aiutarti a prendere decisioni.

D’altronde lo hai già sperimen­tato. Non avevi ancora due anni, e hai trasformato Il libro della giun­gla  in qualcosa di molto concreto. Il tuo personaggio preferito, il colonnello Hati,  per te ormai esiste veramente. È l’elefante dello zoo di Roma, a cui dai le noccioline (e non si dovrebbe). Quello è Hati. E la tigre della gabbia vicina è Shere Khan. Usciti da un libro, e poi da un cartone animato, arrivati allo zoo, e tornati in un libro e in un cartone animato. Non fa differenza: i mondi paralleli si intrecciano, per poi dividersi ancora. Quale joyciano a Dublino non ha creduto, almeno per un momento, di incontrare uno con la faccia di Stephen Dedalus? E quale bam­bino non ha pensato di vedere in cielo, una notte d’estate in cui non vuole prendere sonno, il veliero di Peter Pan? Voglio inse­gnarti a vedere quel veliero, voglio scrivere questo libro per dirti che anche i libri seri, anche i libri per gli adulti, anche quelli difficili hanno lo stesso incanto del veliero di polvere d’oro di Peter Pan. E poi sai una cosa, Francesco, imparalo: fidati di chi ama leggere, fidati di chi porta sempre con se un libro di poesie. Guarda con sospetto chi ti dice che non ha tempo, che la lette­ratura è una bella cosa, che quando si è giovani si può leggere ma poi… Mentono, non gliene importa nulla. Mentono sapendo di mentire.

Ma torniamo a quel veliero Francesco, che Trilly ha spruzzato di polvere d’oro. Questa è un’altra sto­ria che vuoi sentire. E vuoi sapere dei pirati, di Giglio Tigrato, di Michele e Wendy e del cane Baby Sitter di nome Nana. Spesso hai le idee molto precise sulle storie che dobbiamo raccontarti. Qualche volta è Dumbo, altre Rudy, quello della Carica dei 101, altre ancora è il cucciolo d’uomo del Libro della Giungla, ma sempre più spesso vuoi storie intrecciate, dove insieme a Dumbo e a mamma Jumbo arriva Hati con Pongo e i gatti sia­mesi di Lilli e il vagabondo. Stai cominciando a fare un’opera­zione magica: stai facendo parlare i libri fra di loro. È quello che fanno i grandi critici: mettono in comunicazione libri diversi per capire più cose del mondo. Cercano indizi continui, costruiscono relazioni che forse non sono mai esistite. E se Capitan Uncino incontrasse John Silver? O Cane-Nero, che fu più fortunato perché riuscì a conservare due dita della mano, mentre Capitan Uncino la re­galò tutta al Coccodrillo. Ti parlerò anche di questo Francesco, e di tante altre cose.

Ma non poi troppe, perché questo libro è fatto di pochi li­bri che possono darti un’idea della letteratura diversa, credo, da quella che ti insegneranno a scuola. Ti parlerò innanzi tutto di un romanzo di Robert Louis Stevenson, del suo libro più famoso, forse: L’isola del Tesoro. Tutti pensano sia per ragazzi: lo è, ma non nel senso in cui si crede. Non perché è semplice; o solare, non perché rac­conta l’avventura, non perché parla di pirati, e di battaglie, e di arrembaggi, e neppure perché tiene con il fiato sospeso. No Francesco, L’isola del tesoro è un libro per ragazzi perché inse­gna quanto sottile e ambiguo sia il discrimine che separa il bene e il male; e quanto l’avventura sia un percorso doloroso che però non può non essere vissuto.

Poi ti parlerò di un altro autore, nostro contemporaneo. È un tipo bizzarro si chiama Jerome David Salinger. Ti parlerò del suo Il giovane Holden, o meglio The Catcher in the Rye, “l’acchiappatore nella segale”, per raccon­tarti cosa sia la trasgressione, ma anche cosa sia la tenerezza, e di come la trasgressione e la tenerezza possano viaggiare sem­pre assieme (in fondo tu sei un trasgressivo tenero).

E dopo che avremo capito cosa vuol dire essere dei teneri trasgressivi usciremo dal mondo dell’infanzia e dell’adole­scenza per entrare in quello della poesia. Leggeremo insieme una poesia di un altro autore, ancora una volta di lingua inglese: Thomas Stearns Eliot. La poesia si intitola The Love Song of John Alfred Prufrock. Così capirai perché le donne vanno e vengono, nella stanza, parlando di Michelangelo. Capirai come si stia perdendo qualcosa d’importante, come non si riesca più a parlare, come i fatti grandi possano apparire piccoli e quelli piccoli sconvolgere l’universo (“Do I dare disturbe the uni­verse?”, recita un verso di questa poesia: “Oserò turbare l’uni­verso?”).

Con l’ultimo autore ti parlerò del talento, l’essere e non l’avere: l’essere senza dover diventare; la fatica di confron­tarsi con gli altri, la fuga dalla mediocrità ma senza perder mai di vista l’umiltà, e il genio, e l’invidia, e ancora la musica, la grande musica. L’autore questa volta è austriaco. Si chiama Thomas Bernard. Il libro si intitola Il soccombente. Si parlerà anche di Glenn Gould che tu hai imparato ad ascoltare sin da piccolissimo (“papà Bacche”, mi chiedi quando vuoi ascoltare il Concerto italiano). E di come il talento può diventare un osses­sione. L’epilogo non  te lo anticipo, Francesco. Ti dico solo che sarà un racconto, una fiaba. Ti racconterò di un vegliardo, di un castello, di tanti personaggi che stanno seduti su una panca ad ascoltare una straordinaria lezione sul mondo, e sul mondo della letteratura…

Ma ora Francesco cerchiamo di ricordare: come cominciava quella storia della coccinella? L’inizio è sempre diverso, lo sai. E questa volta comincia così: “Lo ricordo come fosse ieri, quando entrò con quel suo passo pesante, seguito dalla carriuola che portava il baule. Alto poderoso, bruno, con un codino incatra­mato che gli ricadeva sopra il bisunto abito blu…”.