Carlo Rovelli ha pubblicato un libro sul tempo (L’ordine del tempo, Adelphi). Non il nostro tempo degli orologi, ma il tempo dei fisici, che ovviamente è molto diverso. Tra le varie cose che Rovelli spiega ce n’è una in particolare che mi colpisce. Il tempo non è sempre lo stesso per tutti. E non perché ognuno di noi lo percepisce in modo diverso, ma perché ha a che fare con lo spazio. Se si sta in alto, ad esempio, il tempo va più  piano. Per cui il paradosso è che se due gemelli fanno vite diverse, uno resta sempre fermo a casa sua, mentre l’altro scala le montagne, si muove rapidamente per il mondo, viaggia, alla fine, quando si rincontreranno non avranno più esattamente la stessa età.

Così Rovelli si chiede da dove venga la nostra percezione del tempo, visto che l’universo, come lo conoscono i fisici oggi, è indifferente al tempo. È una domanda filosofica oltre che della fisica teorica, che poi oggi sono un po’ la stessa cosa. Ma è una domanda che negli ultimi anni prevede risposte sempre più complesse. La nascita del web, il nostro mondo contemporaneo, ha rovesciato il tempo. Non è più il nostro un tempo che corre in avanti, ma per certi versi procede a ritroso. Umberto Eco, in un suo saggio di dieci anni fa (A passo di gambero, Bompiani) diceva che la storia si è accartocciata su se stessa e che tutti noi procediamo a passo di gambero. È ancora vero. Tutto ha veramente a che fare con lo spazio e con il tempo. E naturalmente con il viaggio. La fantascienza ha sempre ritenuto che viaggiare nel tempo non fosse altro che viaggiare nello spazio. Nei sogni impossibili la macchina del tempo poteva concepirsi viaggiando anche oltre la velocità della luce. Ma oggi lo spazio non è più un luogo da raggiungere un luogo del tempo dove è possibile leggere il futuro o riavvolgere il passato. L’alto e il basso, la distanza e la vicinanza hanno a che fare con le nostre regole terrestri, e non con le leggi oscure dell’universo. Al punto che l’universo non ha un alto e un basso, non ha distanze che non siano misurabili in numeri così vertiginosi da sembrare quasi irreali. Il tempo dell’inizio, del big bang è talmente incommensurabile da non essere realmente pensabile.

La storia si è accartocciata perché ormai può fare a meno del tempo. E può fare a meno di un tempo che scorre in avanti. Colpa e merito di una rete di informazioni e di relazioni che ignora il tempo, che non ha un passato, non si colloca nel presente, ed è indifferente al futuro. Sono saltate le linee cronologiche, è saltata l’idea che qualcosa accade prima e dunque qualcosa avverrà di conseguenza. Quando leggiamo qualcosa sul web non procediamo secondo un ordine temporale, e tantomeno spaziale, ma procediamo attraverso un disordine che solo in apparenza ha una sua coerenza e una sua consequenzialità.

Abolito lo spazio del mondo, attraverso la possibilità di essere ovunque nello stesso momento (si pensi alle webcam fissate in mille luoghi del mondo che possono essere altrettante finestre in contemporanea sul nostro schermo di un computer o di uno smartphone), abolito di conseguenza il tempo (perché essere ovunque vuol dire superarlo), polverizzato il sapere a cui attingiamo (perché non è ordinato in modo temporale), la storia finisce davvero per accartocciarsi e farci tornare indietro. Non c’è più il lontano e il vicino, il progresso e il medioevo. Non c’è più la consapevolezza delle differenze tra le cose. Persino la vecchiaia e la giovinezza hanno perso bordi e confini. L’universo del web, come l’universo vero, è indifferente allo spazio ed è indifferente al tempo. Ed è in queste nuove distanze siderali che percepiamo anche nel chiuso di una stanza con un cellulare in mano che il mondo si popola di mostri e di incubi inaspettati. In questo reale che si finge virtuale. In questo virtuale che si crede reale.

© 2017 Roberto Cotroneo. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency