In un suo saggio del 1975 che ha segnato più di una generazione, Sorvegliare e punire, Michel Foucault scrive: «Trasformare in scrittura la vita reale non è più un processo di eroicizzazione; è piuttosto un processo di oggettivazione e assoggettamento (…) la comparsa di una nuova modalità di potere nella quale ogni individuo riceve come proprio status la propria individualità e nella quale egli viene vincolato».

Sorvegliare e punire è uno studio importante sui cambiamenti dei sistemi penali nella storia, un saggio sul concetto di detenzione. È uno di quei tanti testi, tra diritto, filosofia, e teoria dei processi del pensiero, che per anni hanno segnato la maniera di guardare il mondo di più di una generazione, e che hanno tenuto viva una società intellettuale che aveva esatta coscienza di quello che doveva fare, e del suo ruolo. Prima che proprio la scrittura trasformasse il mondo intellettuale, dei lettori e più in generale la società, in qualcosa di molto diverso: quello che oggi chiameremmo il narcisismo contemporaneo, il voler piacere, il ricevere plauso, il fare di sé qualcosa di veramente unico e importante.

Se prima la scrittura era un’eccezione, un sé possibile che conviveva con la letteratura, e dunque un modo eroico di utilizzare le parole. Se un tempo raccontarsi era mostrare agli altri quello che gli altri erano. Oggi la scrittura è diventata l’inganno del raccontare se stessi come unicità. Riguarda soltanto l’autore, che non è più libero di dare le carte, per poi giocare la partita, ma è costretto a un solitario infinito di cui nessuno conosce le regole.

Sono molti anni che non recensisco libri, e sono lieto di non farlo più. La pratica non ha più alcun senso, perché anche il critico ha una scrittura identitaria che è assoggettamento, un modo attraverso la recensione di restare vincolati al proprio status e alla propria identità.

Mi sono occupato spesso di narcisismo contemporaneo, commettendo l’errore di vedere soltanto l’autocompiacimento e non invece la cosa più importante di tutte, e anche più sfuggente: la prigionia del sé. Foucault capisce che la scrittura è prigionia, anche se non poteva immaginare la condanna dei social network: che nella costruzione di milioni e milioni di unicità ha portato all’apice l’illusione di raccontarsi, di sentirsi irripetibili, togliendo spazio al letterario in una maniera drastica.

Ed è per questo che ormai appare stucchevole, fuori luogo, persino inopportuno, ritrovare il letterario, e la scrittura come svelamento e indagine, nelle parole dei nuovi autori che si ostinano alla narrativa, che pubblicano romanzi e racconti, e che ne parlano, e che li presentano, e che spiegano, e li promuovono sui social.  E che incespicano tra i loro personaggi e il loro sé, togliendo voce ai loro eroi, dando risalto a se stessi, mescolando tutto come una disperazione un po’ ridicola e un po’ drammatica, la stessa di un carcerato, che misura a lunghi passi la cella, e non sa più chiedersi se è davvero prigioniero, o se invece è l’ostaggio di se stesso, condannato a una unicità multipla, contradditoria, asfissiante.

Quello che ci imbarazza della letteratura di questi anni è la sua impossibilità, la sua agonia. È soffocata dagli stessi autori: condannati a convivere con le scritture collettive, con una narrativa che non ha nulla di diverso dalle parole dei social, dalle serie televisive, dall’immaginario popolare e banale. Non è il narcisismo a turbarmi, non è la lusinga di un improbabile successo letterario, o l’aspirazione a un ruolo nella cultura del tempo, ma è questo antieroismo inconsapevole, questo assoggettamento sterile, questa condanna a un potere che ormai ha confinato il letterario dentro una dimensione irrilevante, ridicola. E ha svuotato il pensiero della scrittura rendendolo fragile e inoffensivo.

© 2017 Roberto Cotroneo. Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency