Il web ama le foto in bianco e nero. Su Instagram è un moltiplicarsi di profili dove si pubblicano soltanto fotografie in bianco e nero. E sono profili molto seguiti e molto amati. In realtà la fotografia in bianco e nero appartiene a un mondo che non esiste più. Il mondo degli scatti analogici, della pellicola, dei sali d’argento che a contatto con lo sviluppo, con gli acidi della camera oscura, mostrano immagini che potremmo definire di tipo simbolico. Il giallo dei capelli biondi diventa un bianco perlaceo, l’azzurro degli occhi un grigio molto chiaro, il verde del prato inglese si fa invece grigio un po’ più scuro, la pelle può essere bianco latte o nero antracite. Tutti noi non ci stupiamo. Sappiamo che il bianco e nero deve fare a meno dei colori, e che la gamma di sfumature va dal bianco più acceso al nero più intenso, con tutti gli intervalli di grigio possibile. Fu una convenzione allora e resta una convenzione oggi: ci siamo abituati con il tempo, nessuno si stupisce ed è entrata nel nostro dna, fa parte del nostro sapere più ancestrale.

È bello il bianco e nero. Ma è figlio di un limite chimico, esiste perché un tempo non esisteva la possibilità di restituire i colori del mondo per come erano. E l’unico modo per ritrarre le cose era attribuire tonalità che non c’erano in natura. Nessuno si chiederebbe di fronte a uno scatto in bianco e nero: ma perché il mare all’alba è quasi bianco e il cielo prima di un temporale è di un grigio intenso? Tutti sappiamo che funziona in quel modo. La fotografia a colori non ha cancellato il bianco e nero, anzi lo ha reso, in una prima fase, più ricercato, più sofisticato, più artistico.  Chi sceglieva il bianco e nero decideva di percorrere territori meno convenzionali e meno banali. Inoltre il colore, all’inizio non era così preciso.

Poi è nato il digitale ed è accaduto qualcosa di curioso. Gli scatti digitali sono a colori, e non sono legati a emulsioni delle pellicole. E per fare il bianco e nero ci sono voluti migliaia di programmatori che negli anni hanno studiato un metodo per simulare attraverso algoritmi complessi l’effetto delle pellicole in bianco e nero. Ma con risultalti controversi e molto complessi.

Era giusto simulare qualcosa che un tempo esisteva in natura e con la fine delle pellicole non poteva più esistere? Probabilmente no, al punto che proprio con la fotografia digitale il bianco e nero da software è diventato un giochetto un po’ banale buono per i dilettanti. Mentre i grandi fotografi che volevano continuare utilizzare il bianco e nero non hanno abbandonato le vecchie macchine a pellicola. Per cui quel bianco e nero digitale sempre più diffuso è semplicemente un gioco, e solo chi utilizza la vera  camera oscura può vantarsi di realizzare un lavoro artistico e autentico.

Ma questo è il destino del digitale, che imita quello che esisteva in anni lontani, e soprattutto è il destino del nostro tempo che ha bisogno di ricordare il passato in una chiave inattuale, perché ha difficolta a rivisitare quello che è esistito in una forma nuova e stimolante.

Non è semplice uscire da questa contraddizione. La metafora del bianco e nero in fotografia si allarga e abbraccia tutto il nostro vivere quotidiano. Dove quel che è stato è rivisto, ricordato e raccontato non come punto di partenza per il futuro, non come risorsa, ma come amarcord: come una malinconia continua e probabilmente sterile prodotta con mezzi moderni. La fiction sulla celebre e amata trasmissione della Rai “Studio Uno”, oppure il Festival di Sanremo con i suoi omaggi al tempo che è stato, non sono soltanto un modo per rivolgersi a un pubblico più anziano. Sono un software, ma questa volta ideologico, che porta a illudersi. L’illusione che nelle nostre vite potremo sempre avere a disposizione un rullino e una camera oscura, quando invece è solo una finzione di qualcosa di veramente finito. Anche se ci piace tanto.

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