Ormai è una storia che conosciamo. Più i tempi sono incerti, meno si individuano grammatiche per comprendere il mondo, e più le parole futuro e tecnologia diventano pressanti, ossessive, continue. Cosa ci riserva il nostro futuro tecnologico e digitale? A rispondere a queste domande sui giornali, sui siti, sulle riviste specializzate di solito è una persona competente, che ha esperienza, e che viene quasi sempre definito: un guru. Ora, già le due cose dovrebbero stridere. Guru è parola sanscrita, e nella religione induista indica il maestro, ed è colui che svanisce le tenebre. Lo fa per la sua saggezza, lo fa perché lui sa. Ma soprattutto la fa perché attinge alla tradizione, all’arcaico, ai saperi di sempre. Per questo il compito del guru è quello di impartire insegnamenti spirituali ai discepoli, portando con sé il sapere antico, le scritture, e in un certo senso le regole del mondo.

Nella nostra modernità molto accelerata, molto rapida, dove tutto va fatto in fretta, dove ogni cosa cambia a ogni istante, e dove noi dobbiamo essere veloci, smart, il guru non attinge alla tradizione, non ha discepoli ma illumina il futuro attraverso una visione che non ha radici ma fluttua in modo, diciamo così, emotivo. I guru della tecnologia in questi anni sono invecchiati tutti molto in fretta. Non ne regge uno. E i loro libri, riletti dopo poco, molto spesso sono pieni di castronerie. Ma è necessario pubblicarli, è un lavoraccio che qualcuno deve pur fare perché c’è tropposconvolgimento nel nostro presente per non avere bisogno di qualcuno che metta ordine. Anche se mette ordine nei posti sbagliati.

In una sola settimana ho letto di automobili che si accendono con le onde elettriche del cervello. Anche se non è comodissimo perché per avviare la tua automobile devi metterti un casco tipo elettroencefalogramma. E poi mandare in soffitta la chiave non è mai buona cosa. Ma a cosa serve? A cosa serve, ad esempio, immettere intelligenza artificiale in ogni nuovo oggetto che si fabbrica. Non ci sarà più niente di inerte, niente che sia soltanto quello che è. Un frigo è un frigo. No, è uno che parla e ti dice da quanti giorni conservi le melanzane. Le macchine guidano da sole, e gli specchietti retrovisori, visto che non servono più, ti dicono tutto sulla tua salute, e sui valori di glicemia che hai nel sangue. I libri, lungi da farti immaginare la Patagonia di Bruce Chatwin te la mostrano subito con un video 3D, caso mai ti mancasse la fantasia. E via discorrendo.

Ma la cosa più inquietante, che proviene da un guru molto noto, il fondatore di Wired Kevin Kelly, è la seguente: «in futuro creeremo nuove tipologie di pensiero, arriveremo a strumenti che non esistono in natura, creeremo nuove tipologie di menti». Un guru è un guru, ma dove prende tutte queste certezze Kelly? Chi può creare un tipo di intelligenza che non esiste se almeno non è chiara al suo creatore. Servirebbe a lavorare meglio, a innovare meglio. Va bene. Ma come? Noi discepoli abbiamo qualche difficoltà a comprendere. Abituati ai guru che fanno di solito un altro mestiere. Non ti dicono quello che non c’è e che non esiste ancora da nessuna parte. Ma ti dicono quello che esiste da sempre, e che nessuno sa più, e nessuno è più capace di riconoscere.

Abbiamo cresciuto almeno una generazione che con le parole innovazione e modernità ha fatto castelli in aria, o se preferite, castelli virtuali o castelli di realtà aumentata. Ora dobbiamo creare intelligenze di nuovo tipo perché ci renderanno ricchi. Ma i vecchi guru ci dicono che il mondo è più o meno sempre lo stesso. Le guerre di religione ritornano. Il cuore della terra trema come accadeva nella preistoria, i russi costruiscono missili nucleari che minacciano gli Stati Uniti. Il terzo mondo ha problemi di sopravvivenza, et cetera. Poi certo la tecnologia decisamenta aiuta. Ma aiuterebbe più capire il passato, con un tipo di intelligenza collaudata e affidabile, oggi sempre più rara, che inventare futuri usa e getta che non vedrà mai nessuno.

© Corriere della Sera – Tutti i diritti riservati