Diciamo che non è semplicissimo. Le nostre vite ormai assomigliano a case che abitiamo dove ogni giorno qualcuno sposta mobili e oggetti, li sostituisce, e rende i nostri spazi se non proprio irriconoscibili, molto diversi da come ci abituiamo a pensarli. Questo genera in molti un affanno continuo a rimemorizzare ogni volta la posizione dei divani, degli armadi, degli oggetti, ma soprattutto impedisce una vera e propria progettualità: non decidi come arredare ma è l’arredatore che viene a casa tua e senza chiederti il permesso decide e sposta quello che vuole.

Qualche giorno fa John Lax, l’uomo che disegna Facebook e gestisce il prodotto, ha rilasciato un’intervista ad Ariel Bogle di mashable.com, e ha detto una serie di cose che messe tutte assieme fanno abbastanza impressione. La prima è che nel futuro prossimo buona parte del mondo utilizzerà dispositivi mobili per andare su internet. Il che, detto così, sembra ovvio. Non proprio. Perché Lax aggiunge un dettaglio: un buona parte delle persone che vivono sul nostro pianeta non sapranno mai cosa sia un computer, perché possederanno soltanto uno smarphone o un tablet. Questo vuol dire che la cultura informatica che ha forgiato generazioni per mezzo secolo, che ha tenuto a distanza i sistemi operativi chiusi come Apple, è defunta, o resta confinata in laboratori specializzati.

I sistemi mobili dipendono dalle reti telefoniche, ma soprattutto dipendono dalle app. Fino soltanto a due anni fa quello delle app sembrava fosse il lavoro del futuro: progettare app, inventare startapp. Mode per finti neo-yuppie che promettevano guadagni stellari con progetti digitali mirabolanti. John Lax chiude la faccenda in modo lapidario: le app che si useranno saranno al massimo sette. C’è Facebook, c’è Instagram, c’è Amazon, Whatsapp e Messenger. Ne restano due a scelta. Il resto è sommerso dall’oblio. E non solo: i siti internet, l’idea del sito, con la sua progettualità, con il suo design, la sua architettura scomparirà. I siti sono obsoleti, cose inutili. Verranno sostituiti dalle pagine di Facebook, che hanno un’architettura consolidata, che aiuteranno ancora meglio a gestire le proprie attività, la propria immagine e i propri affari.  E ancora: gli instant articles di Facebook manderanno in soffitta prima di quanto si immagini i siti dei giornali e probabilmente i giornali stessi.

Parafrasando una vecchia battuta: tutto questo è il web, e tu non puoi farci niente. Perché è indubbio: il trionfo creativo sbandierato da colossi come Apple o dai social ha prodotto il contrario. Sono quelli che come John Lax a decidere in quali architetture dobbiamo mettere i nostri contenuti, cosa possiamo leggere dai diversi giornali, in che modo visualizziamo le nostre fotografie e come navighiamo su internet. Le app servono a questo: a generare un orizzonte uniforme in cui è agevole muoversi e capire.

Ma più le maglie di questo sistema efficiente e chiaro si faranno strette e più si apriranno delle piccole falle. Probabilmente soltanto l’arte e la cultura alta riusciranno a sfuggire a questo sistema culturale alternativo altamente democratico, inclusivo, efficace e rapido. Il problema non è se resteranno i giornali di carta, le fotografie analogiche, i film in pellicola, la musica non composta al computer e non diffusa su file compressi simili ai vecchi mp3, o le opere d’arte uniche e non replicabili. Ma è in che modo resteranno, e attraverso quali ragionamenti.

Non si tratta della nostalgia del vinile, o del vecchio quotidiano formato lenzuolo. Si tratta di sapere che il web vive solo di contenuti replicabili e omologati. E la cultura alta e l’arte, sono tornate nelle botteghe, come accadeva un tempo. Botteghe che hanno valore soltanto se non fanno tendenza, solo se non piacciono a tutti, solo se vanno comprese con fatica. Non è un riscatto, una rivalsa o un’alternativa o uno snobismo contro la commercializzazione della creatività. È soltanto un’altra creatività. E questo è un paradosso interessante. Perché capovolge ancora una volta il nostro modo di pensare.

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