coverCosa chiediamo a una fotografia? Cosa vogliamo da un’immagine? Deve interessarci, deve emozionarci? Deve raccontarci delle cose? Deve stupirci? Non lo sappiamo più. Si potrebbe rispondere in modo affermativo a tutte queste domande assieme. Ma quello che è vero forse si può sintetizzare semplicemente in questo modo: ci sono troppe fotografie in giro. Sono arrivate tutte assieme, all’incirca negli ultimi otto anni. Ci sono troppe fotografie nei nostri smartphone e nei nostri profili social, nei nostri computer e nelle schede delle nostra macchine fotografiche. Sono un numero sterminato. Finiscono dappertutto, negli interstizi di Whatsapp, in quelli dei messaggi. Dentro le mail. Ovunque. Siamo oltre la saturazione del possibile. E i social di fotografia servono a questo: a ripetere immagini viste altrove, a tradurre vite di non fotografi in immagini che sembrano avere una loro forza. Ma quanto serve? E soprattutto cosa ci resterà di tutto questo? Le scatole delle vecchie foto rimangono in qualche solaio, dimenticate, persino nascoste. Nessuno ha voglia di scannerizzarle e archiviarle. Si tratta di verità grezze, di scatti che hanno poco da mostrare se non dei paesaggi, delle facce, ambienti che non sono stati ancora travolti dalla modernità.

Guardiamo quei vecchi scatti con un sorriso compiacente, affettuoso, ma restano lì. E poi non facciamo altro che scattare noi le foto, quelle nuove, e antichizzarle, dar loro effetti che le mostrano come venissero dal passato. Il passato della fotografia è qualcosa che non arriva fino a oggi semplicemente perché l’iperfotografia non ha a che fare con il tempo, con quello che è stato. Ma è un altro linguaggio. Oggi una foto non mostra quello che è stato. Mostra quello che scorre. Anche se sono ferme restano in movimento. Una dopo l’altro disegnano la giornata, la vita di ognuno e di quelli che ci stanno attorno.

Quanti dei miei lettori hanno ricevuto da un parente, da un vecchio amico, una busta che conteneva foto in cui si apparivano persone care e in cui si potevano rileggere storie conosciute? Non molte forse, ma accadeva. Accadeva che la fotografia segnasse la distanza dal tempo, il senso del passato, alle volte come un cicatrice, anche semagari a forma di sorriso. Quando parliamo di fotografie private è proprio la distanza temporale tra una fotografia è un’altra fare la differenza: questa è sicuramente dei primi anni Settanta… ah no questa ne sono sicuro, era il 1976…

Oggi è diverso. Non c’è giorno in cui non si possa scattare, non c’è momento che non sia adatto. Non c’è luogo che non sia fotografabile. Non c’è oggetto, anche quotidiano, anche banale, che non meriti uno scatto ravvicinato. Su Instagram ho trovato una volta un account che fotografa soltanto tappi di spumante. Con ogni tipo di luce, con ogni tipo di effetto. A cosa serve? Serve come il fotografare ogni giorno i nostri figli, quando sono bimbi, quando giocano nelle loro stanze. E se hai cento foto in tre mesi del bimbo, il giorno che gli spunta il dentino sarà la foto numero 101, sarà una foto qualunque. Non puoi indagare i visi, non puoi indagare i luoghi. La foto è tornata a essere la radiografia, o se preferite la stenografia della realtà. Il gesto di fotografare era una scelta, una volontà, era un modo di sedere al tavolo delle identità portando con se un oggetto perfetto per capire: la macchina, con tutta la sua capacità di scrutare. Il soggetto fotografato lo sapeva, prendeva coscienza che il gioco era iniziato, ed entrava nella parte.

Quel mondo oggi è introvabile, è perso nella bulimia delle immagini. Se io ti ho fatto un ritratto tre anni fa, lo stampo e te lo mostro, tu lo guardi come si guarda un codice perduto. Com’ero allora? Cosa pensavo in quel momento, e come sono oggi. Ma soprattutto cosa è accaduto dopo, in tutto quel tempo, magari un intero anno senza essere fotografato ancora. Magari la foto di un anno dopo la conservo, e le guardo entrambe e le interrogo. E oggi non puoi. Oggi ingrandisci con le dita e restringi. Me la mandi questa foto che mi hai fatto? E quando la ricevi per mail, per messaggio, per chat, la metti in un album che non è un album, che non ha uno spazio, che non invecchia ma che non è mai nuovo, perché non può esistere un nuovo nella continuità, nel sovrapporsi di novità, una dietro l’altra. Si scatta troppo, si scatta di continuo, si conserva tutto. Si cancella la possibilità di sapere a quali foto affidiamo davvero il nostro passato, il nostro modo di tenere vivi gli affetti, di chi non c’è più.

I miei genitori non avevano quasi fotografie dei loro genitori. Erano di una generazione antica. E ancora oggi quando voglio vedere cosa è stata la mia famiglia di origine ho una fotografia soltanto. Erano le nozze d’oro dei miei nonni, nati attorno al 1887. Con tutti i figli, i nipoti, i generi, le nuore, attorno. Tutti in posa, con quella espressione che ho ripassato mille volte. Di tutti i miei zii e zie, di tutti i miei cugini chissà perché resta quel momento come il fulcro di un tempo che slitta e si trascina, accelera veloce e quasi si ferma. È una fotografia dove ognuno dice qualcosa, e mi racconta quello che era e quello che sarebbe diventato ancor meglio di un futuro che poi ho potuo verificare. Perché quelle persone le ho viste invecchiare, attraversare la vita per tutti gli anni successivi a quella foto. Con le disgrazie e le felicità che sono di tutte le famiglie.

Come farò a lasciare ai miei figli le mille foto che ho fatto loro da bambini senza che io gli dica: sono queste le vere foto, queste dieci. E non perché la luce era quella più giusta, oppure le ho rielaborate come fossero scattate da un fotografo professionista. Ma perché so cosa c’era mentre le scattavo e so cosa c’era stato prima. Conosco gli anni degli alberi che amo, dei paesaggi che conosco da sempre e delle persone a cui voglio davvero bene. Non si tratta di mostrare il lato migliore, di tenere una posa accattivante, non si tratta di sedurre il fotografo con uno sguardo che perlomeno merita quella foto. Si tratta di capire che una fotografia non è una radiografia, ma è una realtà, prima di essere una verità misteriosa, che si rivela soltanto nell’immagine.

Qualche anno fa, a una cena tra amici, ho chiesto a ognuno dei miei commensali di scegliere nella loro mente la sola foto che vorrebbero portare con sé sulla solita isola deserta. Una foto scattata da loro, una foto celebre di qualche fotografo, una foto che li ritrae o ritrae qualcuno di caro. Spesso si chiede quale libro ognuno di noi porterebbe sull’isola deserta, e quale film, quale opera d’arte, quale oggetto della propria vita, persino quale persona. Ma nessuno chiede mai quale fotografia. Tutti sono rimasti molto sorpresi. Gli appariva una domanda veramente difficile. Erano tutte persone con una buona cultura letteraria e artistica. Conoscevano e ammiravano il lavoro di molti fotografi, eppure nessuno ha saputo rispondere.

Eppure ognuno ha una foto da portarsi con se. Ma dobbiamo imparare a riconoscerla, a trovarla, a capirla. Scrollando di dosso selfie e narcisismi, e i troppi scatti figli della facilità del fotografare. Senza i filtri e senza i manierismi che ormai imperano nella fotografia.

Dobbiamo saperci tenere a distanza dalle immagini pensate prima di scattare: quelle che ti fanno dire: questa è la foto giusta, con l’equilibrio che cercavo. E spesso è solo giusta perché ripete qualcosa che già si è visto, che già si sa. Io ho sempre in mente una mia fotografia. Avevo dieci anni e  una magliettina gialla, con un piccolo timone all’altezza del cuore, lo sguardo intimidito, che obbediva alle parole del fotografo che mi avrà detto di stare fermo, e magari mi avrà detto di sorridere, e io non ho sorriso.

Mi sono chiesto per anni perché non ho sorriso. Perché non ero un bambino sorridente? Perché mi vergognavo? Perché non pensavo fosse giusto sorridere a comando? Oggi che ho più di 50 anni guardo me, quel me che ero allora, davanti alla Kodak Instamatic del fotografo che si chiamava Rabachin. So che forse è quella foto che mi porterei sull’isola deserta. Perché la mia infanzia è tutta lì. In quel tempo fermato in quello scatto. Dentro quella foto non c’è nulla se non lo sguardo di quello che avrei potuto essere. Ho rivisto in ogni dettaglio quello che avrei scritto, quello che avrei pensato nel mio futuro. Interrogando quella foto forse sono riuscito a capire che il mio destino poteva essere tutto già lì. E se anche fosse una mia fantasia e quella foto non dicesse niente di più di quello che dice. Se raccontasse soltanto un bimbo biondo che guarda un obbiettivo, importa poco. Forse ero turbato, forse era l’unica volta che mio padre mi aveva portato di persona a comprarmi il regalo di compleanno, forse pensavo che il compiere quel giorno i 10 anni significasse diventare proprio grande.

Forse non lo so. Fu la mia prima macchina fotografica, il mio primo scatto di un fotografo vero, il mio primo mostrarmi pensieroso e assorto. Una foto qualunque, semplice e persino banale. Ma le isole deserte sono quelle che sono, e le foto più care non si guardano troppo, si ricordano perfettamente e sono importanti perché raccontano il passato trasformandolo in futuro. Ogni volta che riguardo quella foto leggo il futuro nei miei occhi di allora. Un futuro che conosco. Un futuro intatto, lungo come un passato, come una fantasia, come una vita fermata soltanto per ricordarmi che quello sguardo non è mai cambiato. E non sono cambiati i miei pensieri, dopotutto, e se non ci fosse quella foto, se non fosse rimasta dentro una scatola di cose diverse, di ricordi dimenticati, oggi non saprei veramente chi sono.

Roberto Cotroneo, Lo sguardo rovesciato. Come la fotografia sta cambiando le nostre vite, Utet,  2015,  pagg.151-159.
© 2015 Roberto Cotroneo Published by arrangement with Roberto Santachiara Literary Agency
Per la fotografia del testo: © 2016 Roberto Cotroneo, Through the Genius, Turista a Santa Maria Antiqua, Roma.