Ormai sono passati più di vent’anni. Nel salottino della hall dell’Albergo del Sole, proprio sulla piazza del Pantheon a Roma, Paolo Volponi beveva la sua acqua e parlava con malinconia. Era ormai un appuntamento fisso, una volta alla settimana, lui scendeva da Urbino perché era senatore e mi chiamava sempre. Pranzo da Fortunato e poi due chiacchiere al suo albergo. Quel pomeriggio era in vena di ricordi più del solito: «Ho ancora davanti lo sguardo di suo padre. Severo, rigido, duro. Eppure con una dolcezza e un orgoglio che non voleva mostrare troppo. Pier Paolo mi aveva chiesto di portare io al padre il premio che aveva vinto, la prima volta che vinse un premio letterario, credo si chiamasse Premio Angelo. E io che avevo quasi la stessa età di Pier Paolo presi il treno e arrivai a casa Pasolini, a dire che il figlio era diventato un poeta. Che sguardo che aveva quel padre. Non finiva più di ringraziarmi».

È il 1947. Pasolini ha 25 anni. Volponi ne ha due di meno. Sono amici. E in Italia comincia una lunga storia. Una storia di scrittori e di speranze. Di cultura e di progresso. Ma anche una storia già incerta. Controversa. È l’inizio di un cammino, il principio di una leggenda italiana, che è quasi sacra, nel suo ritrovarsi di continuo in chiunque voglia attraversare la storia di questa Repubblica. Pasolini è tutto. È l’intellettuale, è il giornalista, il regista del cinema, lo scandalo, l’omosessualità senza tabù, la scrittura, la società letteraria, la preveggenza, il presagio del dramma, la lucidità intellettuale e la passione, l’invettiva e la dolcezza, il poeta maledetto e l’appassionato di calcio, l’uomo di lettere raffinato e il pugile dilettante, il visionario e lo sconfitto. Se la fotografia, come qualcuno sostiene, rivela l’animo delle persone, prima ancora dei lineamenti fisici, allora nelle foto di Pasolini quell anima c’è tutta. Tutte ti impressionano: da quelle antiche a Casarsa fino alle ultime, di fotografi che andavano a indagare con l’obbiettivo quell’uomo schivo e fluviale nel modo di essere. Pasolini è il dramma del rapporto tra potere e poesia, è la vittima di Macbeth ed è Amleto. Denuncia il marcio in Danimarca, ma con i toni di Re Lear. È forte e debole. E conosce la sua fine come un santo laico, pronto al sacrificio. Ma gli uomini che capiscono, che intuiscono il futuro sono uomini normali, sono uomini che sanno che serve a poco, che non bisogna far altro che prenderne atto.

La passione di Pasolini è tutta dentro il suo rasoio di Ockham, è la sua capacità di vedere, senza poter incidere, senza poter cambiare le cose. Dopo quel novembre del 1975 per l’Italia sarà una frana politica, sociale e culturale di proporzioni gigantesche, non l’avrebbe fermata neanche Pasolini con i suoi Scritti Corsari. C’erano solo da capire delle cose più segrete, più arcaiche e più indicibili dell’identità del nostro paese: il fascismo eterno, il potere, il controllo delle cose, il denaro, il cancro della dissolutezza quando si erge a virtù e si fa ipocrisia. Da anni leggiamo Pasolini e non sappiamo deciderci se fosse lucido o visionario. Se sapesse capire attraverso il distacco e la distanza, o se invece attraverso la passione e le ferite dell’anima. Non sappiamo dirci quanto le sue poesie, meravigliose, soprattutto quelle friulane, gli risuonassero nella testa mentre cercava tra la la stazione Termini e piazza Esedra i ragazzi di vita, per strapparsi di dosso quell’eleganza formale e intellettuale e trasformarla in disperata vitalità, come l’avrebbe chiamata lui.

Non sappiamo decidere, in questo paese irrisolto e demagogico, se Pasolini fosse martire e santo, con tutte le sue reliquie che portiamo con noi sotto forma di film, di libri, di parole, o se invece dobbiamo spargere le sue ceneri un po’ più in là, magari su quel mare di Ostia dove è andato a morire assassinato. Ceneri di Pasolini e ceneri di Gramsci, le stesse, le uniche possibili. Dimenticando per anni tutto il resto. Dimenticando che fu espulso dal Pci perché omosessuale, e fu allontanato dall’insegnamento. Lo abbiamo portato in processione per lavarci dai nostri peccati attraverso i suoi: così evidenti, così lontani da quelle vite normali di tutti, quei peccati così coraggiosi. Ma il coraggio di Pasolini era quello di voler sapere e di capire: con misura, con chiarezza, con rigore. Era il rigore senza moralismo. In un paese dove invece il rigore è sempre stato sostitutivo della morale.

Oggi non pensiamo mai a un Pasolini incerto come certo era, noi lo vogliamo invece deciso a tutto. Uno che non indietreggia e che ha preso gli stendardi di tutte le rivoluzioni, contro il potere, contro le discriminazioni, contro i fascismi imperanti, e i moralismi, contro le globalizzazioni e le modernità che annichiliscono culture e identità. Gli eroi stanno sempre sulle barricate. Abbiamo lasciato lui, sulla sua ultima barricata. Annichiliti e ammutoliti da tanto orrore di quella morte, ma al tempo stesso pronti a trar linfa da quella indignazione per elevare a simbolo quelle sue foto scavate e pensose, vere e silenziose, che avevano dentro tutta la sua solitudine e tutte le sue incertezze, le sue indecisioni e i suoi pudori. Ma quelli non erano i tempi di indecisioni e di pudori, non erano tempi di ripensamenti. Quelli erano tempi di sangue. Tra il 1974 e il 1980 è stato quasi solo questo. E Pasolini non era adatto alla rivoluzione. Era un maestro, non un cattivo maestro. Era un poeta, non un filosofo della guerriglia. Era un corsaro, e le ideologie non sono mai corsare, anzi, temono i corsari.

Ora si tratta di capire come fare a chiudere i conti con Pasolini una volta per tutte. Come trasformarlo in un classico, che secondo l’accezione di Italo Calvino (quanto erano diversi i due, e quanto sono stati indispensabili entrambi per le generazioni a venire): «sono libri che quanto più si crede di conoscerli per sentito dire, tanto più quando si leggono davvero si trovano nuovi, inaspettati, inediti». E non si tratta solo di libri. Si tratta di articoli e di film. Un anno fa “L’Osservatore Romano” ha definito Il vangelo secondo Matteo il miglior film sulla figura di Gesù Cristo. Ma quando uscì, nel 1964, furono polemiche a non finire. E Salò è ancora un tabù per molti, ancora qualcosa di troppo difficile da accettare. Perché accettare Pasolini, vuol dire emendarlo da provocazioni e trasgressioni, da quell’immagine che ha fatto comodo a tutti, ed emendarlo anche dal complottismo della sua morte, che è diventato un legittimo bisogno di sapere la verità ma anche un cappio intellettuale. Pasolini era la morte di Pasolini. Come pochi anni dopo tutta la carriera e l’attività politica di Aldo Moro non era diventata altro che i 55 giorni di prigionia e il cadavere in via Caetani.

Che la morte di Pasolini fu un complotto non è difficile pensarlo. Ma l’idroscalo non fu il finale di un romanzo che Pasolini non ha fatto in tempo a scrivere, o la scena che non ha mai potuto girare. Ma è la fine di un uomo che aveva ancora mille progetti e non voleva farsi ammazzare per assolverci dalle nostre colpe. Per questo suggerì a Furio Colombo anche il titolo dell’intervista che gli aveva appena rilasciato, l’ultima. Era: “Siamo tutti in pericolo”.

Tutti, non soltanto lui, non lui per noi. Tutti in pericolo. La guerra è finita molti anni dopo. Se è finita. Tutti noi ci siamo chiesti chi sarebbe oggi Pasolini, cosa direbbe. Ci siamo chiesti se quello sguardo sarebbe rimasto intatto, se avrebbe scritto in modo diverso, e cosa sarebbe stato Petrolio se fosse riuscito a finirlo. Ma ci siamo anche chiesti se senza quella morte terribile, che abbiamo riempito di presagi e di enigmi, Pasolini sarebbe stato più leggibile, e il suo ruolo intellettuale ancora più forte, il ruolo che gli spettava. Il ruolo che oggi, a distanza di tanti anni, riusciamo finalmente a vedere. Perché si allontana quel mondo che lo ha amato e lo ha soffocato al tempo stesso. Quello che ha fatto del poeta Pasolini, nel senso più ampio e largo del termine, il veggente Pasolini, il corsaro Pasolini.

Ma la sua moralità era incomprensibile per quel tempo. Un giorno forse sapremo la verità sulla sua morte. Ma non dobbiamo mai dimenticare l’ultima scena di Salò. Dopo tutti quegli orrori, finisce la guerra, e c’è una radio accesa, due repubblichini, risvegliati da quell’incubo, sono all’improvviso in una vita normale, come uno stacco brutale. Allora cambiano la stazione radio. Passano da un Carmina Burana a una canzoncina anni quaranta che si intitolava Son tanto triste, e improvvisano qualche passo di walzer. E uno dice all’altro: “Come si chiama la tua ragazza?”. “Margherita”, risponde l’amico.

Sembra irreale, ma è l’ultima scena che ha montato Pasolini, forse il giorno prima della sua morte. Si ritorna. Si ricomincia. È un nuovo inizio, come quel giorno lontano in cui Pier Paolo mandò Paolo Volponi a portare il suo premio al padre. A fargli sapere che era un poeta, un vero poeta. Il grande Alfred Tennyson in una celebre poesia dice: «L’autorità dimentica un re morente». E noi non possiamo dimenticarci del nostro poeta morente.

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