Il calcio è uno sport diffuso in modo planetario ed è la passione di miliardi di persone. Genera appartenze, spesso in modo sano, in altri casi, purtroppo, in modo insano. Ma il calcio in realtà è uno sport scisso, con due lati che non coincidono. Da una parte c’è lo stadio. Lo stadio è un teatro dove si svolge un evento, o meglio uno spettacolo: la partita. Obbedisce alle unità di tempo, di luogo e di azione di aristotelica memoria. E lì si svolge in poco più di 90 minuti quello che deve accadere: la gara tra due squadre. Sono presenti fisicamente: i calciatori, gli allenatori, l’arbitro, i guardalinee e il pubblico. È un tempo che scorre senza riavvolgersi, se ti distrai un attimo e un giocatore segna, non lo vedi, e nessuno può mostrarti un’altra volta quell’attimo perduto. Il calcio allo stadio è la realtà delle cose. È l’attore che ti emoziona in quel momento. Ma lo stadio interessa soltanto una percentuale infinitesimale degli appassionati nel calcio.

Il resto è il calcio globale: quello che finisce in video, quello che ha le angolazioni, le ripetizioni dei gesti. Quello che attraverso le pay tv o il web rivedi fino allo sfinimento: il calcio nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, parafrasando Walter Benjamin. Quello che non ha una linearità del tempo della partita reale, ma è fatto non soltanto di episodi, ma anche di punti di vista, di ermeneutica, ovveri di voci fuori campo che interpretano i gesti atletici. Il calcio in video (dire televisivo è riduttivo) non è il campo e non ha le dimensioni dello stadio. Perché è un calcio che vediamo attraverso effetti ottici: attraverso le lenti degli operatori di ripresa, i grandangoli delle telecamere, le angolazioni, e le posizioni delle steady cam.

Ora, tutto questo sembra ovvio, ma non è ovvio. Il calcio planetario è inficiato dalla bidimensionalità e dai tranelli della prospettiva. Il calcio in video è debitore di secoli di studio sulla prospettiva. È fallace: in grado di ingannare l’osservatore, più di quanto si pensi, tenendolo lontano da quello che accade. È difficile misurare la reale velocità della corsa di un calciatore ridotta allo schermo di un video, la forza di impatto di un intervento falloso su un avversario, la vera direzione del pallone calciato, e naturalmente i fuorigioco o il cosiddetto gol fantasma.

Pierluigi Collina, che è stato un grande arbitro internazionale, ha rilasciato un’intervista dove si dichiarava soddisfatto, perché finalmente entro un paio di anni entrerà in campo la moviola, e si potrà essere più precisi a segnalare un fuorigioco. Merito della tecnologia.

Ma cosa intendiamo per tecnologia? Come si calcolano gli angoli per capire se un calciatore è in linea o è al di là del difensore? La modernità ha fatto della scienza e della tecnologia un assioma indubitabile. Ma la prospettiva è ostaggio di procedure complesse. Dobbiamo tener conto dei calcoli di Keplero, o invece sarebbe meglio far riferimento alla doppia proiezione ortogonale di cui parla anche Erasmo da Rotterdam? Ignoriamo la prospettiva “da sotto” di Melozzo da Forlì, o dibattiamo su come si è arrivati a una certezza della prospettiva attraverso antiche camere oscure?

La disposizione degli oggetti in uno spazio tridimensionale ha poco a che fare con l’effetto che ci restituisce la prospettiva delle immagini. A questo si aggiunge la moviola: ovvero l’illusione della lentezza come surrogato della precisione. Se rallento vedo e capisco meglio. Ma rallentare non è migliorare la visione, bensì cambiarne il concetto. Non è semplice risolvere il problema. A meno di non decidere che è il calcio virtuale e non quello reale a essere al centro dei giudizi. A meno che non si decida che l’effetto ottico può sostituire la verità. E in definitiva che una finestra dipinta a trompe-l’œil sia più vera di una finestra vera. Se è così, il calcio diventa arte. Sempre che non lo sia già diventato.

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