Nel 1897 Tolstoj pubblicò un’opera filosofica assai discussa. Si era già convertito, aveva abbandonato quelle che lui considerava le mollezze della scrittura e dell’arte. Sebbene ormai vecchio faceva lavori manuali per otto ore al giorno, con fatica, e aveva messo il tempo della scrittura nei ritagli della giornata.

Nulla di male, accade spesso che nei momenti storici di svolta profonda, e siamo alla fine dell’Ottocento, accadano degli sbandamenti filosofici ed estetici. E lui, che era stato il romanziere assoluto, l’uomo di Guerra e Pace chiudeva il secolo del progresso e del positivismo con una grande paura esistenziale. Così Tolstoj pubblica Che cos’è l’arte per scagliarsi contro il mondo dell’arte fin de siècle, contro la poesia concettuale, le scritture artificiose, la musica che non si può ricordare dopo il primo ascolto. Insomma contro quello che sarebbe diventato il mondo moderno. Inoltre aggiunge: «l’arte è un’attività umana che consiste nel trasmettere ad altri, consciamente e mediante segni esteriori, i sentimenti che si sono provati, in modo che gli altri siano contagiati da tali sentimenti e possano provarli a loro volta».

Ernst H. Gombrich in un suo saggio definì le tesi di Tolstoj «appassionate però malevole». Aveva ragione. Ma aggiunse una cosa importante: nonostante tutti coloro che amano Tolstoj considerino questo saggio una eccezione irrilevante nella produzione del grande scrittore russo, in realtà ebbe un’importanza profonda nella cultura del Novecento. Non solo influenzò, purtroppo, tutti i realismi figli dei totalitarismi: dal realismo socialista, con tutte le sue derivazioni, alle persecuzioni naziste contro la cosiddetta arte degenerata. Ma rimane un punto di riferimento anche per gli anni che stiamo vivendo.

Il web in poco tempo è diventato una macchina artistico-letteraria, più ancora che uno strumento per diffondere notizie, e più ancora che uno strumento per informarsi. Non è un’enciclopedia, perché non ha l’autorevolezza e l’unitarietà dei sistemi coerenti del sapere, non è un giornale perché dà troppe informazioni e niente affatto filtrate, mentre i giornali più sono autorevoli più scelgono e riducono le notizie a quelle essenziali e determinanti. Non è gioco, perché la dimensione del gioco sta tutta nella sua specificità, nel suo avere un perimetro dentro il tempo di ognuno di noi. Se il gioco dura l’intera giornata diventa un’altra cosa, e perde il suo aspetto ludico. E invece il web è arte: arte nel senso ampio del termine. Arte perché il numero di video e di immagini cresce in modo più esponenziale della sequenza di Fibonacci. Arte perché la poesia e la scrittura emotiva invadono il web, arte perché tutti provano a ritrovare un’identità attraverso le maglie della rete e dei social.

Ma poi c’è Tolstoj: «trasmettere i sentimenti che si sono provati» in modo che si possa provarli a nostra volta. Per lui l’arte è questa: condividere, approvare, sentire; capire subito. Il sistema dei like nei social, addirittura specificando lo stato d’animo, è figlio di quel vecchio saggio di un Tolstoj incapace di rileggersi e di capirsi. Mentre l’arte e la letteratura del Novecento andavano in direzione opposta anche perché avevano fatto tesoro di romanzi come Anna Karenina o Sonata Kreutzer, Che cos’è l’arte restava sottotraccia. L’idea che è buono quello che ci fa battere il cuore, quello che ci emoziona, quello che è popolare: l’audience, il successo, la semplicità, l’immediatezza veicolati in molte forme proprio da certo cinema (non solo quello di Hollywood, anche dei vecchi realismi e neorealismi) sono oggi imperanti sui social network e in televisione.

L’ideologia del web, in questo nostro momento di passaggio culturale epocale, è tutta nelle vecchie tesi di Tolstoj. Solo che il sistema culturale è diventato business, e in questo nostro secolo sarà davvero difficile pensare qualcosa di veramente innovativo, come è stato invece per il Novecento, senza un ritorno economico. Per questo rischiamo di naufragare nel populismo culturale ed estetico.

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