Non so dire neppure in che stagione fossimo e con precisione neppure l’anno: ho deciso che doveva il 1971, perché dovevo avere dieci anni o poco più. Ma ho un nitido ricordo di quello che avvenne. Soprattutto di quel foglio di quaderno, strappato come sanno fare i bambini. Un po’ male. E la biro bic, blu, che sporcava un po’ il foglio. All’improvviso, senza un ragione spiegabile, avevo deciso di scrivere un racconto. Non era un racconto vero e proprio a dire il vero. Forse erano due pagine, con una calligrafia larga. Avevo ambientanto quella storia, che non era una storia ma più che altro una suggestione, un quadro in forma scritta, direi oggi. Ma ho alcuni ricordi di quello che avevo messo dentro. Una scrittura evocativa in una ambientazione a suo modo bizzarra, l’Etiopia coloniale, che per me non doveva essere troppo diversa dalla Malesia di Emilio Salgari. Non ero mai stato in Etiopia, come Salgari non era mai stato in Malesia, naturalmente. Ma per me era un posto esotico di cui avevo sentito parlare all’infinito da un fratello di mia madre, che lì aveva vissuto tra gli anni Trenta e gli anni Cinquanta. Al luogo avevo aggiunto un personaggio eccentrico in un palazzo eclettico. Molti anni dopo avrei riconosciuto quella mia fantasia visitando palazzo Fortuny a Venezia. Un ambiente pieno di oggetti, di tappeti, di quadri, di vecchie cose raccolte come fosse una memoria fisica, materiale. Dentro quell’ambiente c’era una luce che stentava a passare attraverso tende e damaschi spessi e forse anche troppo impolverati. E al centro di tutto un particolare, un vecchio carillon, che azionato riproduceva un brano dell’epoca, e tendeva a sfumare assieme alla carica a molla dell’ingranaggio. Cosa ci faceva quell’uomo in quella stanza ricca e abbandonata, in quel luogo della mia immaginazione dove entrava poca luce, in quello struggimento di qualcosa di perduto? Da dove avevo preso l’idea, io che non lo avevo mai fatto, di aprire uno dei quaderni che usavo per la scuola e scrivere quelle due pagine, forse tre?

Dietro questa mia domanda c’è la domanda di tutti, di tutti quelli che non possono fare a meno di scrivere, quelli che fanno i romanzieri e quelli che sognano di pubblicare un libro, e ancora quelli che non hanno mai scritto ma vorrebbero farlo. Dietro questa mia domanda c’è il nucleo profondo della scrittura, c’è quel bisogno di raccontare, di mettere sulla carta storie che aggiungano storie alla vita, pagine ai giorni, che possano arrivare agli altri, e aprire significati, possibilità, e persino incanto o magia.

Con il procedere di queste pagine entreremo fino al fondo di queste esigenze e cercheremo di risolvere molti dubbi che alle volte paralizzano gli scrittori. Non solo quelli che vorrebbero iniziare un libro ma non lo sanno fare, ma anche quelli che di libri ne hanno scritti molti, e ogni volta di fronte a una pagina bianca hanno un senso di vertigine, come se trasformare il tempo interiore, i ricordi, le felicità e le infelicità, fosse la cosa più difficile del mondo, e al tempo stesso un qualcosa di irrinunciabile.

Ma torniamo a quel giorno. Non ricordo altro di quelle pagine, però ho in mente quel foglio strappato. Andai da mia sorella molto fiero di quanto avessi scritto, e glielo feci leggere. Lei, che avrà avuto 16 anni, era entusiasta. Stupita che mi fosse venuto in mente di scrivere. Non mi disse: diventerai uno scrittore. Ma portò a mio padre, fiera di quel fratellino narratore in nuce, quelle due pagine. E li accadde qualcosa che ancora mi porto addosso. Una sciocchezza, un piccolo dettaglio senza importanza, ma capiremo che nella scrittura dettagli come questi sono più importanti di quanto si possa immaginare. Mio padre, un medico appassionato di storia e di politica ma non un lettore assiduo di romanzi, ebbe una reazione di fastidio. Come avessi scritto cose poco opportune. Lui che verso di me, l’ultimo dei suoi tre figli, aveva sempre avuto un affetto particolare e mi aveva sempre incoraggiato in ogni cosa, fu ai miei occhi di bambino durissimo. Oggi non so dire se fu veramente così, ma è la sensazione che mi porto dietro ancora adesso, più di quarant’anni dopo.

Provai vergogna. Non so dire il perché. Vergogna di aver fatto qualcosa che non dovevo. Allora non avevo gli strumenti per capire: avevo toccato qualcosa, mi ero svelato in una maniera che non era accettabile. Oggi, e lo capiremo più avanti, so delle cose che hanno a che fare con l’imbarazzo di raccontarsi anche quando non si scrivono libri autobiografici, come un togliersi la pelle, come fare entrare gli altri nei propri pensieri, nella propria memoria. Ma allora era un foglietto qualunque di un bambino che assorbiva storie lontane e non poteva intuire che nessuna storia è lontana quando si scrive. E nessuna storia è di altri se poi decidi di scriverla tu.

Quel senso di vergogna me lo porto dietro da quarant’anni. Dopo quella piccola storia, con il carillon che riproduceva Besame Mucho, una vecchia canzone degli anni Trenta che avevo sentito fischiettare da mio zio Saverio, non ho più scritto. Neanche una riga. Come se quella storia si fosse congelata dentro di me. Da quando sono diventato uno scrittore, da vent’anni, continuo a chiedermi dove siano finite quelle pagine. Dopo la morte di mia madre, che conservava tutto e aveva una silenziosa attenzione alle cose che facevo, sperai di ritrovarle nei suoi cassetti, da qualche parte. Ma non c’erano più. Me le hanno restituite e io per rabbia le ho strappate? Forse. Oppure sono andate perse come vanno perse le cose più comuni, senza farci troppo caso. Finite da qualche parte. Ma avrei pagato per rileggerle, e capire cosa c’era. Cosa avevo messo in quelle righe, come fossero un seme di una pianta lentissima, che affiora dalla terra solo dopo anni e anni, quando non te lo aspetteresti più? Probabilmente quello che mettono molti di quelli che in questi anni mi hanno chiesto: sogno di scrivere un libro ma non so come iniziare, non so se ne sono capace.

Raccontare e scrivere sono la cosa più naturale del mondo, e al tempo stesso difficile. Non è solo un problema di capacità tecniche, se posso usare questo termine. È un modo di pensare. Un modo di tradurre quello che si è in qualcosa che sono tutti da qualche parte. Io non so quanti tra quelli che mi stanno leggendo hanno una storia simile. Ma credo che siano più di quanti si possa immaginare. Forse un bimbo di dieci anni oggi riceverebbe mille complimenti da parte dei genitori, perché oggi la creatività è un valore, un bel vestito da portare nelle occasioni importanti. I padri e le madri della mia generazione hanno tormentato i figli portandoli a scuole di teatro, di fotografia, di danza, di canto e in generale di tutto quanto appartiene alla sfera della realizzazione personale, e dunque della felicità. Mio padre era di una generazione diversa, dove la severità e il sacrificio erano destini più che scelte. Dove lo scrivere, il recitare, il realizzarsi in una qualsiasi forma di arte non dico fosse disdicevole, perché era un uomo illuminato, ma non era così importante. Ma soprattutto una generazione dove il darsi e il raccontarsi, che sono poi la stessa cosa, non erano cose opportune. Non si faceva. Era una generazione di genitori silenziosi, amorevoli, ma distaccati da quanto poteva accadere nella mente dei figli: dove le emozioni, la ricerca di un senso passava da cose apparentemente più solide e pratiche. E per quanto riguardava mio padre stavano tutte dentro quella borsa da medico da cui non si separava mai, piena di strumenti che dopo la sua morte noi figli abbiamo conservato e oggi hanno un aspetto antico, lontano. Mostrare la propria interiorità non era concesso, era mal tollerato. Per questo, al massimo, c’era la musica, che può spalancare mondi, ma la musica non racconta, non spiega, è un magma emotivo che è difficile condividere con gli altri. Con l’incanto della musica siamo sempre soli, anche quando siamo in compagnia di centinaia o migliaia di persone a un concerto.

Quel foglietto non c’è più. Mi restano un carillon, un eccentrico signore, un luogo esotico, e un palazzo protetto dalla luce. E una musica stentata, ostaggio della carica di un carillon che rallenta sempre di più fino a spegnersi. Avevo messo una canzone e alcuni racconti di uno zio dall’esistenza avventurosa, un carillon che avevo a casa da sempre e che da bambino caricavo e azionavo. Ma avevo cambiato la canzone. Quella del mio carillon di casa era il tema di Zivago. Avevo immaginato un palazzo, o una stanza simile a quella delle mie letture bambine delle Tigri di Mompracem, quando Salgari ci fa entrare nella stanza di Sandokan. Molti anni dopo avrei imparato che quel salotto che avevo forse descritto non era altro che un interieur dell’Ottocento, quello che chiamano il gusto del bric-à-brac esotico e artistico di quell’epoca. Ma dove avevo preso quel raccontare che apparteneva a libri e a storie che non avevo ancora letto e di cui non sapevo nulla? Dobbiamo iniziare da qui.

Questo saggio è quasi un romanzo, un racconto della creatività. In queste pagine troverete consigli e persino buone regole. Ma cercheremo di capire soprattutto perché accadono certe cose, perché scrivere letteratura è sì una storia singola e personale ma è anche una storia di tutti. Perché siamo in grado di portare in un testo la nostra storia e storie che non conosciamo. Luoghi che sappiamo descrivere fin nei minimi dettagli perché li conosciamo da una vita, e luoghi che sappiamo descrivere fin nei minimi dettagli senza averli mai visti. Personaggi che ci assomigliano e personaggi che esistono davvero e noi non lo sappiamo neppure. Questo è il fascino della scrittura. Questo è il motivo per cui raccontare storie o scrivere romanzi è qualcosa di irresistibile. Qualcosa che tutti, in un solo momento della propria vita, hanno perlomeno pensato di fare. Le difficoltà tecniche, l’editing, la sapienza e l’esperienza della scrittura sono importanti. E ce ne occuperemo. Ma ancora più importante è il modo in cui organizziamo i nostri pensieri e il nostro modo di guardare il mondo. In fondo un bravo scrittore, prima di essere qualcuno che ha un ritmo, una narrazione accattivante, una capacità di descrivere, è prima di tutto qualcuno che sa guardare dentro e fuori di sé meglio degli altri. E se impari a capire come fare questo, tutto diventerà più facile.

Riguardo alle parole che scrissi quel giorno, ormai lo so bene, non le ritroverò più. Perse proprio per tornare un giorno a cercarle, con nuovi romanzi e storie diverse. Ma senza aver mai perso quella strana sensazione, quel pudore della scrittura che mi fa pensare di continuo a una cosa: non è mai facile raccontare qualsiasi storia. Ogni volta penso che sto aprendo una porta, che accendo una finestra in una stanza affinché gli altri possano vedermi. E poco importa se quella stanza è un’apparente messa in scena, un palcoscenico messo a punto proprio per i miei lettori. Dentro c’è sempre qualcosa che finirà per farmi capire qualcosa di me e qualcosa degli altri.

Mia madre e mio padre non hanno mai più ricordato quell’episodio, si era smarrito nella memoria come mille altre cose della vita. Però molti anni dopo, il giorno che mia madre morì fui io a togliere i suoi oggetti personali dall’armadietto della sua stanza di ospedale. Tra le cose che c’erano mi sono stupito di trovare una copia di un mio romanzo. Nonostante fosse ormai in una fase terminale della sua malattia si era portata con sé un mio libro. Mi sorprese. In fondo quell’attenzione sulle cose che facevo fino al suo ultimo giorno, un’attenzione discreta, era figlia di una disattenzione dimenticata di molti anni prima. Ma romanzieri si diventa anche per questo. Per un dettaglio, un piccolo episodio di molti anni prima che sembrava non significare niente.

Roberto Cotroneo, Il Sogno di Scrivere, Utet.