Il 2016 sarà puntellato da notizie sui progressi del teletrasporto virtuale, su cui sta lavorando Facebook. L’anno scorso Mark Zuckerberg ha comprato un’azienda che studia la realtà virtuale, la Oculus VR, per due miliardi e mezzo di dollari. Tutti puntano e mettono l’accento sul pericolo di essere influenzati, guidati e convinti a comprare prodotti, a prenotare vacanze, fare viaggi, e via dicendo, attraverso un complesso sistema che monitora il nostro modo di navigare sul web, le nostre preferenze e quant’altro. Ma in realtà il pericolo è di tutt’altro tenore.

Nel 1999 i fratelli Wachowski girarono il primo Matrix. Un film che ha influenzato la cultura popolare di questi ultimi anni in una maniera determinante. Dico cultura popolare perché Matrix in realtà è una storia che mescola assieme antichi saperi ed esoterismi di vario genere e li rende comprensibili a un pubblico vasto: la Gnosi, la filosofia di Jean Baudrillard (il primo libro che appare nel film è Simulacri e Simulazioni), il mito del Priorato di Sion. Suggestioni religiose sincretiche, mescolate tra loro: dalla Trinità al Vangelo di Marco, dal mito dell’eletto a quello del Demiurgo. Ma in questo gran pasticcio culturale di enorme successo il nodo importante è proprio Matrix, ovvero il software. Matrix è un mondo generato da un software. I personaggi del film non sanno di vivere dentro Matrix, ritengono che quello sia un mondo reale. E invece nel mondo reale sono rimaste soltanto macerie e desolazione. Dentro Matrix invece tutto ha una sua spiegazione, tutto funziona perché Matrix è un sistema operativo.

Ora, quando Facebook annuncia che presto si arriverà al teletrasporto virtuale dico che i fratelli Wachowski avevano visto giusto, e soprattutto che le antiche dottrine gnostiche sopravvivono benissimo ai secoli. Il teletrasporto virtuale significa mettere quegli occhialoni 3D e muoversi in uno spazio che non è il nostro: come fosse un videogioco, e più di un videogioco. Perché il lavoro dei programmatori pagati da Facebook è quello di rendere possibile mostrarci il nostro corpo interamente mentre ci muoviamo in quello spazio, a cominciare dalle nostre mani. Lì si gioca la veridicità dello spazio virtuale: perché si passa da guardare uno schermo, per quando molto avvolgente, dove si proiettano immagini reali di un altrove (anche immaginario, se vogliamo), a immagini dove in quell’altrove c’è anche il nostro corpo.

Solo che quell’altrove è un software, e in un certo senso anche Facebook è un software. E quello che accade sui social è quello che accade in Matrix. Non è il mondo reale. E non è neppure la sostituzione del mondo reale, come crederebbero i più ingenui. Ma è un mondo altro, come il teletrasporto virtuale. Dove noi ci siamo con il nostro corpo, e vediamo gli altri privi di un corpo. Dove noi ci siamo con la parola e leggiamo parole senza voce.

Jean Baudrillard, citato al principio di Matrix, era estremamente pessimista. E nel 1981 quando pubblicò Simulacri e Simulazioni non esistevano i social. Non esistevano neppure quando fu girato Matrix. Ma Jorge Luis Borges aveva già scritto nel 1934 un racconto, in Storia Universale dell’Infamia, dove dei cartografi disegnarono una mappa dell’Impero: «che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso».

La mappa era il mondo. I social sono una mappa del mondo grande come il mondo. Un teletrasporto di tipo mentale che apre problemi che ci appiono ancora opachi, e che in pochissimi riescono a vedere. A cominciare dal modo in cui le informazioni sul mondo vengono trasferite e poi veicolate sui social. Dietro lo schermo dei social c’è una luce lattiginosa che non ci permette di distinguere i contorni della realtà. Non si tratta soltanto di controllare i nostri gusti e venderci qualcosa, o di creare dei bisogni. Si tratta di un pericolo ben più grande: di un mondo che sostituisce il mondo (Matrix) di una mappa che sostituisce l’Impero (Borges). Ed è questo che dobbiamo temere.

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