L’anno scorso Mark Zuckerberg ha comprato un’azienda che studia la realtà virtuale, la Oculus VR, per due miliardi e mezzo di dollari. Tutti puntano e mettono l’accento sul pericolo di essere influenzati, guidati e convinti a comprare prodotti, a prenotare vacanze, fare viaggi, e via dicendo, attraverso un complesso sistema che monitora il nostro modo di navigare sul web, le nostre preferenze e quant’altro. Ma in realtà il pericolo è di tutt’altro tenore.

Nel 1999 i fratelli Wachowski girarono il primo Matrix. Un film che ha influenzato la cultura popolare di questi ultimi anni in una maniera determinante. Dico cultura popolare perché Matrix in realtà è una storia che mescola assieme antichi saperi ed esoterismi di vario genere e li rende comprensibili a un pubblico vasto: la Gnosi, la filosofia di Jean Baudrillard (il primo libro che appare nel film è Simulacri e Simulazioni), il mito del Priorato di Sion. Suggestioni religiose sincretiche, mescolate tra loro: dalla Trinità al Vangelo di Marco, dal mito dell’eletto a quello del Demiurgo. Ma in questo gran pasticcio culturale di enorme successo il nodo importante è proprio Matrix, ovvero il software. Matrix è un mondo generato da un software. I personaggi del film non sanno di vivere dentro Matrix, ritengono che quello sia un mondo reale. E invece nel mondo reale sono rimaste soltanto macerie e desolazione. Dentro Matrix invece tutto ha una sua spiegazione, tutto funziona perché Matrix è un sistema operativo.

Ora, quando Facebook annuncia che presto si arriverà al teletrasporto virtuale dico che i fratelli Wachowski avevano visto giusto, e soprattutto che le antiche dottrine gnostiche sopravvivono benissimo ai secoli. Il teletrasporto virtuale significa mettere quegli occhialoni 3D e muoversi in uno spazio che non è il nostro: come fosse un videogioco, e più di un videogioco. Perché il lavoro dei programmatori pagati da Facebook è quello di rendere possibile mostrarci il nostro corpo interamente mentre ci muoviamo in quello spazio, a cominciare dalle nostre mani. Lì si gioca la veridicità dello spazio virtuale: perché si passa da guardare uno schermo, per quando molto avvolgente, dove si proiettano immagini reali di un altrove (anche immaginario, se vogliamo), a immagini dove in quell’altrove c’è anche il nostro corpo.

Solo che quell’altrove è un software, e in un certo senso anche Facebook è un software. E quello che accade sui social è quello che accade in Matrix. Non è il mondo reale. E non è neppure la sostituzione del mondo reale, come crederebbero i più ingenui. Ma è un mondo altro, come il teletrasporto virtuale. Dove noi ci siamo con il nostro corpo, e vediamo gli altri privi di un corpo. Dove noi ci siamo con la parola e leggiamo parole senza voce.

Jean Baudrillard, citato al principio di Matrix, era estremamente pessimista. E nel 1981 quando pubblicò Simulacri e Simulazioni non esistevano i social. Non esistevano neppure quando fu girato Matrix. Ma Jorge Luis Borges aveva già scritto nel 1934 un racconto, in Storia Universale dell’Infamia, dove dei cartografi disegnarono una mappa dell’Impero: «che aveva l’Immensità dell’Impero e coincideva perfettamente con esso».

La mappa era il mondo. I social sono una mappa del mondo grande come il mondo. Un teletrasporto di tipo mentale che apre problemi che ci appiono ancora opachi, e che in pochissimi riescono a vedere. A cominciare dal modo in cui le informazioni sul mondo vengono trasferite e poi veicolate sui social. Dietro lo schermo dei social c’è una luce lattiginosa che non ci permette di distinguere i contorni della realtà. Non si tratta soltanto di controllare i nostri gusti e venderci qualcosa, o di creare dei bisogni. Si tratta di un pericolo ben più grande: di un mondo che sostituisce il mondo (Matrix) di una mappa che sostituisce l’Impero (Borges). Ed è questo che dobbiamo temere.

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