Michael Christopher Brown è un fotografo americano. Ha 37 anni, e da circa un anno è entrato a far parte dell’agenzia più prestigiosa al mondo, l’Agenzia Magnum. Fin qui non ci sarebbe molto da stupirsi. I suoi reportage sono bellissimi, ha scattato in mezzo mondo, dall’Africa alla Cina, a Cuba, e le sue fotografie hanno colori acidi, intensi, profondi, spiazzanti. I suoi ritratti sono spesso notturni, eppure nitidi e dànno una sensazione molto particolare. Chi vuole vedere le foto di Brown e ha uno smartphone a portata di mano lo faccia adesso, prima di continuare la lettura di questo articolo. Ha un profilo Instagram seguito da 312 mila persone, dove troverete delle fotografie strepitose.

Si può dire che Brown sia uno dei più grandi fotografi del mondo. Eppure due anni fa, quando fu candidato a entrare a far parte dei fotografi Magnum, l’agenzia fondata a Parigi dal grande Henri Cartier Bresson, molti fotografi che già ne fanno parte hanno storto il naso. Anche se Brown collabora assiduamente con le più importanti testate del mondo, a cominciare da National Geographic. Perché? Il motivo è semplice, nella maggior parte dei casi scatta con un iPhone e rielabora le sue fotografie con un programma che conoscono in molti e che è Hypstamatic. Non usa le fotocamere dei grandi professionisti, le lenti sofisticate che costano moltissimo. Non utilizza formati fotografici che registrano ogni cosa, e che possono essere postprodotti come si deve. Niente Leica, Canon, Nikon o Hasselblad, e neanche Photoshop, il software dei professionisti. Ma un oggettino che ha una lentina di pochi millimetri e che ha un formato talmente piccolo da non permettere ingrandimenti delle fotografie vere e proprie. Ma consente comunque di stampare le immagini sulle riviste con un’ottima resa qualitativa. Per non dire del web, dei social di fotografia, dove le foto di Brown sono difficilmente distinguibili da quelle scattate con macchine estremamente sofisticate, anche a un occhio competente.

Cosa significa tutto questo? Significa che il nostro tempo è un tempo dove innanzitutto conta la destinazione delle cose, e non le cose in sé. Pochi giorni fa un amico ha pubblicato su Facebook una bellissima fotografia. Un bianco e nero di un edificio moderno con un ciclista in primo piano. Era scattata con uno smartphone. E l’ho ingrandita per vedere quanto restava nitida. Abbastanza per fare un’eccellente figura sul web. Non è importante la qualità in sé. È importante la qualità ma solo per l’uso che se ne fa. E questo vale ormai anche nell’agenzia fotografica più importante del mondo.

Solo che viene in mente una vecchia storia che riguarda Luchino Visconti. Quando girò Il Gattopardo Visconti volle che nei cassetti dei mobili del palazzo siciliano ci fosse veramente la biancheria. Pretese che tutto fosse non come un fondale per cui conta soltanto quello che puoi vedere, ma conta quello che c’è veramente. Una follia? Nessuno nel cinema ricostruisce una città per girare una scena. Ma si accontenta di un dettaglio, che è quello che apparirà nel film. Nessuno riempie i cassetti di biancheria visto che nel film quei cassetti non si apriranno affatto. Ma è importante sapere che ci sono. È importante non avere la sensazione.

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