Sfogliando uno studio di qualche anno fa sulla censura teatrale durante il fascismo ho scoperto che nel teatro meno impegnato, con autori ormai dimenticati come Silvio Zambaldi o Andro Bresciani uno degli immaginari erotici era quello per la dattilografa. Circolavano commedie, spesso censurate, con titoli come: Un’ardita dattilografa, oppure Quando la dattilografa è carina. Nel 1938 il Prefetto Leopoldo Zurlo, stretto collaboratore di Gaelazzo Ciano, adibito al controllo e alla censura del Regime, impediva la rappresentazione di una commedia perché: «Trattasi di un giro di appuntamenti amorosi ripetutamente dati e disdetti da quattro persone: un marito pronto a tradire la moglie con una dattilografa, la moglie propensa a tradire il marito con un poeta, il poeta che ricorre alla dattilografa quando gli vien meno la signora, e la dattilografa che sostituisce il signore al poeta e viceversa».

La dattilografia come luogo della passione e del desiderio non deve stupire. L’emancipazione femminile passa anche da lì. Il mestiere, al tempo modernissimo, era insegnato con metodi rigorosi, e i campionati mondiali di velocità si sono tenuti almeno fino al 2012. Quando Umberto Eco scrisse Il nome della rosa, si diffuse la voce che fosse un romanzo scritto al computer. Era la fine degli anni Settanta e ai computer di allora si poteva al massimo mettere mezza paginetta di dati anagrafici, non certo un romanzo di 600 pagine. Così Eco rispose che aveva scritto il romanzo a mano. Eccetto alcune parti con la macchina per scrivere. Perché ad esempio il battere sui tasti nell’unica scena di sesso del libro lo aiutava a seguire meglio il ritmo della storia.

La tastiera è sempre stata l’oggetto fisico dove il testo prende forma, attraverso un processo meccanico che vuole l’uso delle dita, che imprime al tasto una certa forza e che prevede l’errore, quello che un tempo si poteva correggere solo rifacendo la pagina. Alberto Moravia scriveva a macchina malissimo e faceva errori di battitura continui. I suoi fogli erano erano pieni di parole cancellate con delle “x” e riscritte a mano. Insomma la tastiera era un campo di battaglia dove si aggiungevano tracce, si incideva con l’inchiostro il testo, si facevano copie a carbone.

Poi è arrivato il gommoso click del computer e le correzioni facevano scomparire gli errori nel nulla. Ma che la tastiera diventasse da strumento meccanico a fulcro della vita in tutte le sue forme era inimmaginabile. Non è solo il modo diverso di digitare, è anche il modo diverso di usarla. Quando si chatta è uno strumento di dialogo in tempo reale. La velocità di risposta, l’attesa, gli errori di scrittura indicano sentimenti, intenzioni, verità, inganni. Quando si correggono i video o le fotografie si fa strumento ancora diverso. Permette attraverso i tasti (e non soltanto con il mouse) di usare pennelli, effetti, filtri.

La tastiera diventa un universo che presto riserverà sorprese, anche quelle virtuali dei dispositivi mobili. Esistono da poco videocamere che fanno il montaggio dei vostri video decidendo loro cosa togliere e cosa lasciare. Come? Sommando dati corporei. La videocamera sa se eravate agitati mentre giravate quella scena, se le vostre pulsazioni del cuore aumentavano, se i vostri movimenti si facevano più nervosi, decidendo cosa vi piaceva veramente mentre stavate filmando. Per capirci una macchina della verità applicata al video montaggio.

Con la scrittura avverrà presto la stessa cosa. Altro che antiche dattilografe che intrecciano rapporti amorosi. Il software capisce se quel capoverso era scritto senza sufficiente pressione dei tasti, se abbiamo impiegato troppo tempo a scrivere quella pagina di romanzo, o quella mail di lavoro. E capirà se il nostro cuore batterà di più per un personaggio o per un altro. Varrà anche per i discorsi dei politici o per le lettere d’amore. Così il software, complici i sensori della tastiera, suggerirà dei tagli. E noi forse accetteremo, convinti che la tecnologia finirà per capire tutto di noi, meglio di uno psicoanalista. E sicuramente in modo molto più economico.

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