Siamo arrivati a una sorta di impazzimento generale. E si procede a tentoni, senza una metà precisa, facendo prove continue. Amazon ne pensa sempre una nuova. Dopo aver dato il via libera all’autopubblicazione di tutti gli aspiranti autori del mondo, ora sta cercando di capire come ripartire le royalties di quei libri in una maniera equa e corretta. Da sempre un’opera dell’ingegno si ricompensa con una percentuale sulle vendite dovuta all’autore. Può essere più o meno alta, ma è il gesto di comprare un libro quello che conta, è lì che si misura il successo di un autore. Ci sono scrittori che hanno venduto milioni di copie senza poi essere realmente letti. Perché magari il libro è uno status symbol, o perché se ne parla molto ma poi quando lo hai tra le mani non hai il coraggio di affrontarlo, o ancora perché rimandi la lettura a un momento migliore, a un domani in cui avrai il tempo.

C’è gente che, seppur ancora relativamente giovane, compra i libri per la pensione. Una bella edizione del Conte di Montecristo? La tieni in libreria e aspetti quel tempo che arriverà, e che ti darà la possibilità di leggere liberamente, e non nei ritagli, la sera, con la stanchezza di una giornata di lavoro. Le biblioteche di casa sono spesso luoghi di attesa, contengono molti libri che verranno letti, o che verranno soltanto sfogliati, o che non verranno mai letti, ma restano lì per qualcun altro, per una eventualità, per un cambio di programma dei propri interessi che può essere avvenire, che può sempre accadere.

Finché il libro è fisico, ed è fatto di materiali – è cucito, è stampato, ha l’inchiostro – è un testo ma anche una vera e propria presenza scenica. Ci sono le biblioteche intonse, quelle dove i dorsi dei libri sono dritti, nuovi, senza pieghe, probabilmente perché non sono stati letti, e ci sono le biblioteche vissute, disordinate, con i libri quasi deformati per tutte le volte che sono stati aperti e poi richiusi, con etichette, segnalibri improvvisati tra le pagine, con quel senso di disordine che è un po’ l’opposto di un negozio di libri.

Ma nessuno prima d’ora aveva mai pensato che il futuro del diritto d’autore è nella possibilità di lettura di un libro pubblicato: io pago meno l’autore se il libro lo compro, leggo le prime due pagine, e poi lo ripongo nello scaffale più alto per riprenderlo in seguito; e invece pago di più l’autore che leggo e rileggo di continuo, recitando dentro di me le parole che ha pubblicato come fossero una mantra. Eppure questo è quello che dal primo luglio si è inventata Amazon per gli autori che si autopubblicano. E sembra che questo venga dalle proteste di chi ha messo in rete una trilogia di 2000 pagine, e ritiene che valga assai più delle 30 striminzite, magari del vicino di casa, messe in rete per una sorta di competizione di quartiere. Chi scrive di più deve essere pagato di più. Chi legge di più deve riconoscere le royalties in modo più massiccio.

Si potrebbero scrivere fiumi di inchiostro, naturalmente elettronico, su tutte le possibilità che si aprono con questa splendida trovata: se oggi Proust si autopubblicasse rischierebbe diritti assai poveri perché leggersi tutta la Recherche è impresa non da poco. Avremmo condannato a una povertà inesorabile il Joyce del Finnengans Wake. O George J. Frazer per l’edizione integrale, in una decina di volumi, del Ramo d’oro.

Qualcuno diceva: «ti ho scritto una lettera lunga perché non avevo il tempo di scrivertene una breve». Forse un giorno rideremo di tutte queste bizzarre idee. Ma leggere non è qualcosa di misurabile nell’immediato: è una condizione dell’anima, una possibilità del tempo, uno scambio mentale ed esistenziale tra un testo e il suo lettore; fatto di attese, passioni improvvise, magari anche rifiuti per poi avere ripensamenti, e riscoprire pagine che prima non ci avevano colpito. E invece la logica è quella del casellante di autostrada che non si preoccupa delle sensazioni e di quello che impariamo da un viaggio, ma soltanto dei chilometri percorsi. Casellanti elettronici, naturalmente. Con la voce sintetizzata che, dopo che hai pagato, ti dice: grazie e arrivederci. Senza neppure aggiungere: buon viaggio.

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