Adelphi ha appena ristampato in edizione economica un celebre romanzo di Georges Simenon: Tre camere a Manhattan, libro scritto nel 1946 dopo che lo scrittore belga si era appena trasferito negli Stati Uniti. Tre camere a Manhattan è un fosco romanzo sull’amore tra François Combe un attore francese in declino e Kay Miller, una donna dal difficile passato incontrata in un locale, in una notte di solitudine. Un tema tipico di Simenon, dove però non ci sono delitti o crimini, ma c’è l’amore letto attraverso tutte le sfumature della narrazione e della scrittura.

A un certo punto Kay, deve partire per il Messico, perché la figlia che si trova lì deve essere operata d’urgenza. Questo mette in angoscia François. Come faranno a stare separati? Come potranno sentirsi? Lui non aveva mai voluto farsi installare la linea telefonica nel suo piccolo monolocale di New York ma lo farà immediatamente per poter ricevere le telefonate della sua amante. Così il telefono diventa la sua ossessione, non si muove da casa nell’eventualità che squilli, dorme poco e con un sonno vigile per il timore di non sentire la chiamata. Attorno all’apparecchio telefonico si consuma l’attesa ma anche la speranza di una relazione sentimentale nata solo da pochi giorni.

Simenon scrive questa sua storia utilizzando tutte le intermittenze e i non detti che fanno parte della vita. E se potessimo paragonare il libro a un quadro potremmo dire che è un paesaggio con sfumature di colore inaspettate. Dentro queste sfumature corre una narrazione fatta di passeggiate, di amplessi, di ripensamenti, di alcol, solitudine, cattiveria, di confessioni, gelosie, attese e impazienze. Ma quando Kay parte per il Messico è il telefono a spostare l’attenzione di tutto un immaginario fatto di strade, del piccolo sarto della casa di fronte che cuce gli abiti, dei locali, della canzone romantica da ascoltare nei juke box, delle vetrine in cui specchiarsi, verso una voce, delle parole e un linguaggio mediato da una nuova tecnologia che allontana dalle verità dei sentimenti, che mente e rende tutto ambiguo. Il telefono di François scurisce, come una notte fosca e improvvisa, due vite che si erano incontrate. Sembra poterle avvicinare, ma le allontana.

Abbiamo perso le sfumature. Quelle raccontate da Simenon in Tre Camere a Manhattan. E molti caffè di New York oggi stanno facendo il contrario di quello che fece François per essere più vicino a Kay: negano ai clienti la connessione Wifi, in modo che i locali non si trasformino in luoghi silenziosi dove tutti leggono uno schermo e nessuno si accorge dell’altro.

Sarà sempre più diffusa questa esigenza, e accadrà di sicuro anche in Italia. Fino a qualche anno fa la modernità era proprio in questo. I luoghi più aperti, più armonici con i tempi nuovi esibivano in vetrina l’adesivo del Wifi libero; e chi non lo faceva era una sorta di oscurantista, un nemico del progresso. Oggi siamo all’inversione di tendenza, alle volte con qualche eccesso, come spesso accade quando si cominciano a combattere battaglie troppo rigide e un po’ ideologiche.

Ma è certamente vero che, per dirla in un modo semplice ma efficace, l’essere troppo connessi cancella tutte le sfumature dell’esistenza. Il guardare di continuo uno schermo vuol dire essere connessi con il mondo, ma al tempo stesso porta a essere sconnessi con la propria vita, e soprattutto con le sfumature delle vite che abbiamo attorno.

Se cercate su Google la parola sfumatura, troverete soltanto risultati sul romanzo e sul film delle 50 sfumature di grigio. Una cosa che non ha nulla a che vedere con le sfumature, ma solo con i luoghi comuni più idioti. Forse dovremmo riprenderci la parola sfumatura, nel suo senso figurato, che vuol dire tradurre le voci, le espressioni del viso, le parole dette e quelle scritte, le tonalità della musica, i colori che cambiano, i gesti decisi e indecisi, in qualcosa di leggibile per la propria esisenza, e che non deve essere necessariamente rintracciabile su uno schermo e a un indirizzo web.

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