Partiamo da un fatto. Gli smartphone sono oggetti che negli anni non soltanto hanno aggiunto nuove funzioni e possibilità d’uso, ma hanno contribuito a veicolare l’idea per cui non esistono fatti ma soltanto interpretazioni. Voglio dire che attraverso gli smartphone noi non soltanto teniamo sotto controllo le opinioni di coloro con cui interagiamo e che seguiamo sui social network. E non solo leggiamo di continuo commenti a verità molto sfuggenti e molto poco verificabili. Ma li utilizziamo per dare noi stessi interpretazioni del mondo. Lo facciamo twittando post in mobilità, lo facciamo leggendo informazioni sulla rete quasi mai concrete, lo facciamo scattando fotografie che vogliono essere l’interpretazione di quello che vediamo, al punto che per essere più incisivi e creativi alteriamo le foto con filtri ed effetti.

Gli smartphone in un certo senso sono dei gadget filosofici. Sono il postmoderno elevato a potenza, se per postmoderno intendiamo una tendenza a vedere il mondo non come qualcosa di reale e di concreto, ma come qualcosa da rileggere di continuo, da interpretare all’infinito, senza punti fermi, senza certezze. Per cui non conta un dato di fatto, ma conta il modo in cui lo commentiamo, in cui lo fotografiamo, in cui lo pensiamo. Qualche giorno fa su twitter ho seguito un interessante dibattito tra due persone che si lamentavano del fatto che le previsioni del tempo dicevano che ci sarebbe stato il sole e invece pioveva; le previsioni erano apparse sotto forma di notifica sui loro smartphone; per cui la linea della realtà era fatta di acqua e temporali, mentre la realtà vista e letta attraverso lo schermo e le informazioni degli smartphone era soleggiata. Non si trattava di un errore, come sarebbe logico pensare, ma di una incongruenza tra due verità equivalenti.

Gli smartphone sono strumenti di alterazione del reale. E lo sono molto più del computer: perché ti seguono, sanno dove sei, ti permettono di filmare e fotografare, e ti notificano le informazioni proprio mentre sei nel mondo. Lo smartphone non è uno spazio in cui entrare quando stacchi con la realtà di tutti i giorni. Non è la fatidica frase: mi siedo al computer e cerco su internet delle cose. Ma invece è: non c’è una verità in quello che mi si presenta davanti, ci sono io che penso a diverse realtà e le tengo tutte assieme.

Per cui fotografo un palazzo, ne altero i contorni con i filtri, cerco una strada su una mappa che mi dà un’immagine di quella strada, ma è di due anni prima, commento un tweet di Matteo Renzi ma non lo conosco. Leggo una notizia giornalistica ma non è quella che cercavo, e mi scambio messaggi con un’amica che smette di rispondere e mi manda una fotografia del luogo in cui si trova, cambiando linguaggio di comunicazione.

Tutto questo è possibile solo se obbediamo all’idea che le cose concrete, vere e indiscutibili non ci siano, che tutto si possa rileggere e valutare in modo impreciso. Infatti il postmoderno negli anni è diventato il regno dell’imprecisione, e più la tecnologia è sofisticata più ci aiuta a staccarci dal vero.

Non è neanche un anno che Apple ha presentato il suo iPhone 6 che già fa uscire l’iPhone 7. È un’esigenza di mercato? Certo, la concorrenza con Samsung è spietata. Ma è anche l’ossessione di dover dare di più. Ci sarà la possibilità di scattare foto in 3D, di aggiungere tecnologia, potenza. Ci sarà la possibilità di liquefare la realtà in un modo ancora più forte ed evidente di prima.

Il populismo mediatico, la politica sui social, il commento infinito a tutto quello che accade parte da questo: dall’inganno del commento ma soprattutto dal trionfo dell’imprecisione. Un filosofo intelligente come Maurizio Ferraris ha teorizzato qualche anno fa il “New Realism”: sintetizzando, il mondo esiste per come è, e non per come lo commentiamo e lo interpretiamo. Eppure ci rifiutiamo di pensare che esista una realtà delle cose: perché la tentazione dell’imprecisione è ormai irresistibile.

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