Il mondo attorno ad Albert Einstein è pieno di citazioni e frasi che probabilmente lui non ha mai detto. Tra le più famose c’è questa: «non avrete capito fino in fondo una teoria se non sarete in grado di spiegarla a vostra nonna». È molto suggestiva, forse con un duro impegno si potrebbe riuscire a spiegare la relatività ristretta alla nonna, magari anche un po’ sorda. Ma diventa assai più difficile raccontarle la fisica quantistica.

Da un po’ di tempo ricevo molte mail, di spam, dove vengo invitato a partecipare a concorsi di poesia via web e più generalmente a premi letterari. Probabilmente navigo troppo in siti di letteratura. Mi sono così incuriosito che sono andato a cercare blog di poesia e di critica letteraria e ho scoperto che in oggi in Italia abbiamo circa tre milioni di poeti. Il dato è incerto, ovvio, ma somma all’incirca poesie e autori che bloggano i loro versi, che pubblicano con piccoli editori a pagamento o direttamente su Amazon, che continuano a postare sui social i loro componimenti.

Tre milioni di poeti sono tanti, anche se i componimenti per la maggior parte sono molto semplici, elementari, raccontano lo stupore, le emozioni, l’amore naturalmente, il fiorire di una pianta, il sorriso di un bambino, e tutto quello che in generale definiamo poetico. E che naturalmente poetico non è. Sono in versi liberi. Niente endecasillabi o settenari. Sono fondamentalmente pagine private dove si raccontano le proprie passioni, il proprio stare al mondo andando a capo un po’ più spesso del solito. Ma leggendo queste poesie mi sono chiesto: riuscirebbero questi poeti improvvisati, questi appassionati di germogli e di tramonti, di carezze e di mari in tempesta a spiegare Silvia Plath o Sandro Penna alla loro nonna? Non la loro poesia, che spiegano benissimo nelle biografie che aggiungono a margine nei siti dove pubblicano. Ma le poesie dei grandi per capire come scrivere poi versi per se stessi.

Non credo si pongano il problema. Ed è un peccato. I motivi li hanno capiti due signori che insegnano alla Cornell University, e che si chiamano David Dunning e Justin Kruger. Hanno elaborato niente di meno che l’Effetto Dunning-Kruger. Si tratta di una distorsione cognitiva a causa della quale individui inesperti tendono a sopravvalutarsi, giudicando a torto le proprie abilità come superiori alle media. Lo chiamano effetto perché non si può considerare certamente una teoria.

Il punto è questo: perché ci sopravvalutiamo? E portando il ragionamento nel mondo dei poeti online: perché tutta questa valanga di versi senza cuore e amore e senza qualità? Dunning e Kruger hanno provato a elaborare la risposta nel 1999 quando il web era agli albori. E le distorsioni erano minime. Oggi l’effetto Dunning-Kruger andrebbe certamente aggiornato.

È il web che esaspera questa distorsione. La rete, come tutti la chiamiamo, si comporta come fosse una vera e propria rete fisica. Tiene tutto assieme, compatta ogni cosa e impedisce di cadere. Un altro sociologo, William Thomas della scuola di Chicago, nel 1928 elaborò il teorema di Thomas. Con questo enunciato: «Se gli uomini definiscono reali le situazioni esse saranno reali nelle loro conseguenze». Bene il teorema di Thomas unito all’effetto di Dunning-Kruger sono il nucleo, il carburante atomico, che rende questa distorsione cognitiva una malattia sociale. Se posso diventare un poeta del web (ma anche un critico, un giornalista, uno scrittore, un fotografo, un manager, uno startapper, un allenatore di calcio) è perché la rete rafforza questa mia percezione. Per cui se tutto questo è reale, come dice il teorema di Thomas, le conseguenze saranno reali. E la realtà sarà questa: avremo milioni di poeti che non sapranno spiegare Montale alla nonna, e tantomeno ai propri figli. Ma stipati e protetti, stretti stretti, nelle maglie del web e dei social, si elogeranno, spesso senza leggersi, a vicenda. E faranno nuovi adepti. Con buona pace di tutti.

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