Tra le leggende di questi anni ce n’è una che resiste bene. Quella per cui le migrazioni e le contaminazioni migliorano il mondo: generano cultura, portano a nuovi sincretismi affascinanti, inducono alla comprensione dell’altro; e mescolano le cose, e portano a opere nuove, a mentalità più aperte e diverse, a una crescita intellettuale e civile che non sarebbe pensabile se tutti vivessero isolati, senza la volontà di studiare le culture vicine e lontane. Questa leggenda è certamente vera. Nessuna società sopravvive a lungo se resta chiusa e isolata, se non mescola etnie e suggestioni religiose, libri e conoscenze, abitudini e perfino cibo. L’impero romano ha fatto della mescolanza e del melting pot la sua ragion d’essere più profonda. I paesi che hanno avuto una storia coloniale, dopo la decolonizzazione hanno imparato a essere multietnici e multiculturali.

Vicino a Otranto, nel Salento, è esistito ad esempio un monastero, oggi completamente distrutto: il monastero di San Nicola di Casole. Lì, nel medioevo, si leggevano e si copiavano codici greci e latini, ed essendo quella una terra di confine tra Oriente e Occidente, gli scambi avvenivano con più facilità e con maggiore ricchezza.

I luoghi di confine spesso sono stati dei laboratori culturali, degli apripista per quelle contaminazioni che hanno portato a una crescita della civiltà, a una comprensione migliore, a una sacrosanta tolleranza. La geografia contava, e contava il tempo. Anche soltanto copiare un codice richiedeva un lungo lavoro, e quel lavoro era assimilazione, riflessione, attenzione. Il mondo antico era connesso. L’impero romano aveva le strade, e il medioevo aveva i monasteri come luoghi di scambio. Ma tutto avveniva attraverso quella che, capovolgendo Aristotele, potremmo chiamare la disunità di luogo, di tempo e di azione. Tutto avveniva con dei limiti fisici, geografici e mentali che non erano dei limiti, ma delle camere di compensazione che si basavano sulla lentezza e non sulla velocità, sull’attesa e non sulla fretta.

Pochi giorni fa Facebook è stata costretta a mettere nuove regole ai suoi utenti. A stabilire cosa è possibile fare sul social network, e cosa invece gli algoritmi, uniti al personale che controlla per loro il social, permetteranno oppure no. Facebook è un impero culturale che negli anni ha colonizzato il mondo intero: prima i campus americani, poi tutti i continenti; fino ad arrivare a territori estremi e sperduti, fino a raggiungere terre dove oltre si immaginano draghi e colonne d’Ercole. Il gioco inventato per tenere in contatto gli studenti è diventato un’entità sovranazionale, un luogo di conquista, con confini sempre più vasti. Questo è avvenuto in poco più di dieci anni con una rapidità impressionante, portando le connessioni, le comunicazioni, le foto, i post, ovunque.

Ma non si tratta di una colonizzazione. Facebook non è come le legioni romane che portavano anche sapere, usi e costumi nella lontana Gallia o fino alle Terre d’Oriente. Facebook arriva dappertutto senza dare e ricevere nulla: non cambia le società, non somma le culture. Le distingue sempre di più. Perché invade luoghi con equilibri religiosi e sociali difficili, attraverso miliardi di post e di immagini che arrivano da lontano senza sedimentare.

Un miliardo e 400 milioni di utenti stanno diventando ingestibili, e il social di Zuckerberg corre ai ripari. Tutte le regoline contro l’incitamento all’odio, sulla censura del nudo, sul fatto che il seno si può postare solo se allatti, sulle nuove linee guida della community, sono riviste di continuo in modo disunente. Quelli di Facebook sono mondi non contaminati, che devono restare distinti; e più Facebook si espande, più sono i paletti a contare, mondi lontani che non si incontrano e non si mescolano, e restano l’uno contro l’altro armati. Comunicando con i social non si impara a conoscersi, ma a disconoscersi, a proteggersi e diffidare.

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