Un mese fa Andrew Sullivan, celebre scrittore e giornalista inglese, ha deciso di chiudere il suo blog, un blog tra i più seguiti al mondo. Lo ha fatto perché ha deciso di prendersi del tempo per sé. ««Sono saturo di vita digitale», ha dichiarato: «voglio tornare al mondo reale. Sono un essere umano prima che uno scrittore e un blogger. Voglio tornare a leggere. Lentamente, con cura. Assorbire un libro difficile e ritirarmi nei miei pensieri per un po’. Tornare a dare forma alle idee dentro di me senza dover trasformare istantaneamente tutto in blog».

Non è il primo a decidere una cosa del genere. Ne seguiranno altri. E tutti hanno la stessa motivazione: il tempo per sé, il tornare a leggere, e trovare buone idee. Ma soprattutto sottrarsi alla velocità, all’istantaneità delle cose. Il web è paragonabile alle metropoli degli anni Sessanta, dove la vita, le idee, i desideri, correvano rapidi, dove non c’era il tempo per nulla, dove tutto era comunque eccitante, stimolante, intenso. E naturalmente anche negli anni Sessanta arrivava qualcuno e diceva: lascio New York e torno a vivere nel North Dakota, dove mi riprendo il mio tempo. Oppure: vado via da Londra per trasferirmi in un piccolo villaggio gallese. Insomma c’è una stranissima identificazione, del tutto inconsapevole tra web e vita, tra web e abitudini quotidiane.

È vero, ma non del tutto. Perché il nodo non è il tempo, ma è la qualità. Ci sono due modi di pensare il mondo di internet, l’universo del web. Il primo come fosse un calco digitale delle vite vere. Nel senso che sul web si fa tutto quello che di solito si fa nella vita, solo in modo virtuale: si litiga, ci si racconta, si mostra la propria casa, i luoghi preferiti, le foto dei propri cari, degli animali domestici, i libri letti, i film visti. E via dicendo. Questo ruolo è assolto soprattutto dai social, ma anche dai blog. Il secondo modo è probabilmente quello vero. Il web è una gigantesca macchina culturale, una casa editrice senza editori, senza riunioni di staff, senza direttori editoriali che decidono cosa si pubblica, con un mondo di lettori che sono anche autori, e che non comprano nulla, leggono senza scegliere, senza decidere che tutto quel lavoro intellettuale debba essere ricompensato con il gettone dell’autorialità.

La moneta di scambio sul web per tutto quello che si scrive sta nel concetto di piacere, nel like, nel retweet, nel commento entusiasta. Senza che questo comporti altre conseguenze. Senza che cambi nulla nella quotidianità delle persone che mettono il loro mondo e le loro idee nel web. Il web è un gigantesco editore caricato a salve. Miliardi di gigabyte in forma di video e parole che non hanno un centro, che non portano a niente, che non indicano percorsi. Il dramma della rivoluzione digitale è soprattutto l’impossibilità di creare un sistema culturale in cui si è scelti, in cui pubblicare è: «rendere pubblico». Dove il verbo “rendere” significa attuare un processo culturale e decisionale, non un automatismo privo di scelta. E dove il rendere pubblico include tempo, dedizione e rischio di impresa. La nascita dell’editoria fu questo. Gli stampatori, e poi gli editori lavoravano affinché il libro diventasse merce. E in quanto merce avesse un suo valore. Il valore era nella scelta. Se pubblico un testo anziché un altro è perché ritengo che qualcuno possa pagare per leggerlo. Se pubblico tutto, non pago, e non distinguo, allora non sono nulla.

Il problema di Sullivan non sta nel ritrovare il suo tempo e le sue buone idee. Si possono ritrovare idee, lentezza, e qualità anche sul web. Non dipende dal mezzo tecnologico. È vero che i codici miniati erano più belli e preziosi dei libri. E il libro a stampa era un prodotto pensato e ideato perché si diffondesse con più facilità, ma la qualità culturale era la stessa. Impiegare il proprio tempo in un universo dove nessuno decide e nessuno sceglie è veramente restare in universo indistinto, troppo povero per essere sopportabile.

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