Non è esagerato dire che siamo di fronte a un pericolo. La generazione dei social network e del web 2.0 è una generazione che non sa quasi nulla. E allo stesso tempo si nutre di informazioni di ogni tipo che non sa mettere assieme. Immaginate di arrivare in un paese dove esiste la fame e ci sono pochissime risorse idriche. Un paese dove la morte per denutrizione è all’ordine del giorno. E immaginate che sia accaduta una cosa impressionante. Per combattere la fame le multinazionali del fast food, quelle dell’industria dolciarie, e quella delle bibite gassate sono sbarcate in grande stile. I bimbi denutriti potrano addentare hamburger pieni di salsine di vario genere, avere a disposizione dolci ipercalorici, e bere bevande dolci e gassate.

Gli integrati del web, coloro che dicono e sostengono che la rete crea immense opportunità di conoscenza, sono di fatto gli ideologi dell’hamburger con senape e maionese per combattere la fame. Hamburger alle volte anche di carne scadente. Le generazioni più giovani stanno infatti assistendo a una sorta di fine della storia per eccesso di storie, che sono il cibo scadente che spesso trovano in rete. Non sono più in grado di collegare gli eventi, i fatti, le cause e comprendere quello che è accaduto nel passato. E non sono più in grado di scegliere quali sono i fatti da prendere seriamente in considerazione, e quelli che invece non hanno alcun valore. Convivono con elementi tossici, rielaborati, gustosi in apparenza, ma a guardar bene per niente sani e poco attendibili. Stiamo assistendo alla fine della storia, che si è consegnata mani e piedi alle storie, ai racconti accattivanti, a quanto non è verificabile. La frase di una generazione intera: l’ho trovato su internet, è il segno di tutto questo.

La fine della storia non è più dimenticare il passato, ignorare la nostra identità nazionale, ma è trasformare tutto quello che siamo in clip staccate una dall’altra, curiosità, dettagli, eccentricità senza contesto, citazioni estrapolate. Come una microstoria alla Braudel ma fatta solo di dettagli, di particolari. È vero che il web permette di moltiplicare nozioni e informazioni in una maniera un tempo impensabile. Ma è solo cibo di cattiva qualità. Per usare un’altra metafora possiamo dire che ci siamo perse le viti, i bulloni, i chiodi, le staffe, i tasselli, tutte cose che servono a dare una forma vera a quello che siamo diventati e a quello che saremo.

I due episodi, lontanissimi tra loro, che devono farci riflettere su questa cultura del web riguardano l’elezione alla presidenza della Repubblica di Sergio Mattarella. In quei giorni un quotidiano ha lanciato il solito sondaggio su internet. Chi vorreste al più alto colle? E la risposta è stata una palese sciocchezza: Giancarlo Magalli, un presentatore televisivo di lungo corso. Una risposta tipica del criptismo del web. Il criptismo in natura è quel fenomeno che consente a certe specie animali di mimetizzarsi completamente con l’ambiente. Sul web è un modo di scomparire nella banalità della rete, di perdere pensieri, identità, punti di vista, e fare come tutti gli altri. È un modo per difendersi. Tutta l’indignazione, la protesta, tutte le polemiche della rete sono un criptismo difensivo: non sono provocazioni per farsi notare, ma al contrario, per lasciarsi dimenticare: è una forma paradossale di invisibilità.

Appena eletto, Sergio Mattarella è andato alle Fosse Ardeatine a rendere omaggio al sacrificio di 335 civili e militari italiani massacrati il 24 marzo 1944 dai nazifascisti. Un gesto importante che però ai più giovani deve essere apparso curioso, quasi illeggibile, per certi aspetti. Noi diremmo: un gesto simbolico che si inserisce in una consapevolezza della storia e della conoscenza. E che non ha nulla a che vedere con la irritualità invisibile di un popolo del web fuori dagli schemi, e non per scelta consapevole, ma per ignoranza di quegli stessi schemi, paradigmi e metodi che ci consentono di capire il mondo.

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