È diventato un vanto. Il sostituto del quoziente di intelligenza. L’indice più chiaro della capacità di adattarsi e persino di cavalcare la modernità. Quando qualcuno vuole farti capire che è un tipo davvero sveglio usa un’espressione abbastanza ridicola: «tranquillo, sono multitasking…». Vuole dire che anche se sta leggendo qualcosa sul suo smartphone mentre gli stai parlando, ti sta seguendo perfettamente, anzi, è capace di trarre beneficio dalle tue parole mentre legge, e di capire meglio ciò che legge proprio perché lo mescola con le frasi che gli stati dicendo. Se poi a tutto questo aggiunge delle cuffiette con una musica in sottofondo, e sbircia di tanto in tanto la partita in televisione, o l’ultima puntata di True Detective, il gioco è fatto. O quasi. Perché si potrebbero aggiungere ancora altre azioni: sgranocchiare arachidi e pistacchi, bere un aperitivo e guardare passare la gente in strada se questo scenario si svolge ai tavolini di un bar o di un ristorante, e scattare di corsa una foto con il cellulare se si viene catturati da una situazione improvvisa da immortalare.

Essere multitasking è indispensabile perché viviamo vite a più canali sovrapposti, dove il farsi distrarre sarebbe un modo per nascondere l’incapacità di concentrazione. Una ricerca dell’università di Londra, pubblicata da Forbes, dice che l’essere multitasking riduce di molto il quoziente intellettivo, spiega che riporta la nostra intelligenza a quella di un bambino di appena 8 anni, e aggiunge che fare una vita multitasking dà un obnubilamento percettivo e mentale paragonabile a quello dato dalla marijuana. E l’università del Sussex, tanto per stare più tranquilli, sentenzia senza dubbio alcuno, che i danni al cervello generati dal multitasking sono permanenti.

Sorvolo sui metodi scientifici di queste affermazioni. Temo siano viziati da ricercatori multitasking. Ma è vero che non sappiamo più esattamente cosa sia la capacità di concentrazione. E soprattutto cosa sia la concentrazione. Nelle leggende popolari, il non essere multitasking, il sedersi con il cappello da inventore in testa, l’allontanare il mondo per elaborare una nuova teoria scientifica, è una verità indiscutibile, ma è solo un luogo comune, fatto di leggende tramandate. Da Isaac Newton che scopre la teoria della gravità attraverso l’intuizione di una mela che gli cade in testa, agli scienziati che elaborano le loro formidabili scoperte mentre passeggiano per strade di campagna, tenendo lontana ogni cosa.

L’idea che concentrarsi sia una pratica irrinunciabile per l’intelligenza viene dal romanticismo, dalla nozione popolare di genio: il genio è solo, misantropo, intrattabile, difficile, folle persino. Tutto quello che sa è quello che gli arriva da un assoluto che neppure lui conosce, tutto quello che è nel mondo diventa un disturbo, una molestia, una iattura. Figuriamoci quindi il multitasking. Concentrarsi, creare, pensare, inventare complessi paradigmi scientifici obbliga a stare fuori dal mondo, ad attingere al proprio genio, che non va distratto da nulla. Ma tutti i privilegiati che hanno avuto a che fare con dei geni sanno bene che accade esattamente il contrario: che le teorie scientifiche sono figlie di comunità di scienziati che hanno bisogno di distrarsi continuamente, che i grandi poeti non stanno nelle torri a farsi illuminare senza lasciarsi disturbare, che stare nel mondo è una condizione irrinunciabile. Stabilire che il multitasking rende tutti dei bambini di 8 anni è una suggestiva idea supportata da qualche Tac in zone del cervello che si accendono e si spengono come le luci di un albero di Natale, senza un motivo ben chiaro.

Lasciarsi contaminare da suggestioni diverse è indispensabile quando pensi veramente, quando sei nel mondo. Anche se una cosa va detta. Purtroppo molti di quelli che ti dicono di essere multitasking, se al posto del cervello hanno solo segatura, possono recepire ben poco. Anche se rispondono a tutti, leggono post, guardano video, e chattano con la fidanzata, nello stesso momento, non sarà nient’altro che segatura. Segatura multitasking naturalmente.

© Corriere della Sera – Tutti i diritti riservati

Il sogno di scrivere Cotroneo