Salimbene de Adam era un frate minore nato a Parma e vissuto nella metà del Duecento. Era un predicatore noto e abile. E come tutti i dotti e religiosi del medioevo sapeva a memoria buona parte dei testi che aveva letto. Compresa naturalmente la Bibbia. In quell’epoca non esiste ancora il libro a stampa, e i manoscritti sono preziosi e molto costosi. La carta è stata inventata da poco, la pergamena è carissima. I codici vengono conservati nelle biblioteche dei monasteri e copiarne uno è un’impresa di mesi e mesi. Per cui se arrivi in un monastero e puoi leggere un codice importante sai che non potrai rileggerlo facilmente. E sai che non potrai ricopiarlo, perché non puoi permettertelo. E per tenerlo con te non puoi fare altro che impararlo a memoria. Ma non solo. Imparare a memoria i testi è un modo importante per rivisitarli e rileggerli tutte le volte che ne hai bisogno. Ripassarli mentalmente, lasciarli riaffiorare mentre stai viaggiando. Salimbene racconta con rammarico nella sua Cronica di un testo che aveva letto in gioventù e di cui ricordava soltanto otto versi. Perché quando lo lesse non era molto interessato, e dunque non lo aveva imparato a memoria come avrebbe dovuto.

Era un modo di leggere diverso, quello. Pochi secoli dopo, l’invenzione della stampa permise la diffusione del libro, e con il libro la possibilità di tenere con sé i testi, e consultarli al bisogno, ma affievolì l’esercizio della memoria. E qualcuno avrebbe potuto protestare. Non sapere più i testi a memoria, andare a consultarli per rinfrescarli era una perdita. La mente crea connessioni se sappiamo le cose. Se non le impariamo è più difficile. Il tempo di lettura si accorcia, si riempie di distrazioni. Si può leggere un libro persino in viaggio, spostandosi in carrozza, senza restare rigidi e seduti in uno scriptorium che non consente distrazioni. Si può interrompere la lettura per il chiasso attorno, e interessarsi a quello che accade, per poi tornare alla lettura. La profondità del sapere, quando devi incamerarlo completamente, non ha nulla a che fare con letture occasionali e mondane.

La stampa permise questo. Nessun uomo colto continuò a leggere come un dotto o un frate minore del medioevo. E con il tempo la stampa permise la diffusione di altri generi letterari. Non solo testi religiosi e classici dell’antichità. Ma prima poemi in volgare in terzine, poi narrazioni anche licenziose e dopo poemi epici avventurosi e infine romanzi. Erano parole che richiedevano una lettura più superficiale dei Primi Analitici di Aristotele o della Nicchia delle Luci di Al-Ghazali. Parole che si potevano leggere con più leggerezza, e che pochi imparavano a memoria.

Il libro aveva cambiato la lettura, e il nuovo modo di leggere aveva cambiato il libro. Fu la fine di un mondo. Ma quella fine di un mondo venne annunciata dal Rinascimento, e portò alla modernità, alla nascita della letteratura moderna, della scienza, dei lumi e della filosofia. Portò all’arte del commento e della critica e al procedere della civiltà. Il nostro Salimbene che si dispiaceva di non ricordare a memoria quegli otto versi è un’immagine lontana; di un uomo che aveva goduto del piacere di leggere ogni parola di un codice come fosse un’incisione della mente, un privilegio del tempo lento.

Il tempo lento della lettura sta diventando un altro dei luoghi comuni di questa contemporaneità che chiede lentezza, ma dimentica tutto quello che siamo stati. In questi mesi, negli Stati Uniti, in Europa e in Italia si stanno diffondendo moltissimo i circoli di “Slow Reading”. Significa leggere spegnendo tutto, non lasciandosi distrarre dal web, dagli smartphone e dal mondo esterno. È quasi una religione ormai. Ma è un’ingenuità: il mondo esterno arricchisce la lettura, e la lettura arricchisce la nostra maniera di guardare il mondo esterno. Distrarsi è un valore, un modo di intuire, un modo di leggere. A meno di non voler fare come Salimbene e voler tornare al medioevo.

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