Michio Kaku è un americano. Figlio di immigrati giapponesi. Ma nelle sue vene, come ha dichiarato fieramente in una intervista a Time, c’è anche un po’ di sangue tibetano. Michio Kaku è un fisico teorico, ha insegnato un po’ ovunque, nei luoghi che contano: a Princeton come alla New York University. Ora ha una cattedra al City College di New York. I moltissimi americani che non si occupano di teoria delle stringhe, teoria che Kaku ha contribuito a mettere a punto, lo conoscono perché oltre a essere un grande scienziato è anche un bravo divulgatore, e un eccellente provocatore: un uomo che ama i paradossi, a cui piace raccontare quella che lui chiama la «fisica dell’impossibile».

Qualche settimana fa, nel suo stile brillante che gli conosciamo, ha detto senza mezzi termini di avere la prova dell’esistenza di Dio. Per affermarlo ha utilizzato un “semi–radio primitivo di tachioni”. Niente paura, i tachioni sono una particella subatomica teorica, con una massa immaginaria e una velocità superiore a quella della luce. Praticamente una particella quasi fantascientifica, perché è decisamente misteriosa, ha a che fare con la teoria delle stringhe, e per ora possiamo soltanto ipotizzarla. Ma Kaku analizzando il comportamento di queste particelle subatomiche è arrivato alla conclusione che il nostro mondo non sia altro che Matrix, e Dio è terribilmente intelligente e complicato. E ha creato l’universo per farne il suo videogioco preferito.

A questa notizia la comunità scientifica ha reagito con interesse e rispetto vista l’importanza di Michio Kaku, mentre il web è letteralmente esploso. Il termine tachione ha ormai su Google almeno 18 mila risultati, e tutti si rimbalzano l’idea suggestiva divulgata dal fisico americano.

Ma perché questa esplosione di interesse? Non è la prima volta che i fisici mettono assieme, mescolando scienza e teologia, il divino e le leggi dell’universo. La particella di Dio, il bosone di Higgs, gli esperimenti del Cern, sono tutte cose che fanno riferimento al divino dentro il rigore della scienza. Solo che adesso c’è un elemento diverso. Quello della complessità. Si è sempre pensato che l’anello di congiunzione tra scienza e teologia fosse in un luogo primordiale di una semplicità impressionante. Un punto ultimo, minimale, quasi trascurabile, eppure pieno di un misticismo vertiginoso, di un’aura irresistibile. Se la scienza deve sfiorare il divino, affermare un dio, lo può fare solo in un punto lontanissimo, in luogo di osservazione quasi impossibile, dentro leggi della fisica sconosciute, arcaiche, originarie.

Nessuno aveva mai detto che Dio è complesso, che siamo il suo videogioco, che le sue leggi sono impensabili per le nostre menti semplici: «Sono arrivato alla conclusione che ci troviamo in un mondo fatto di regole create da un’intelligenza. Un mondo non molto diverso del suo videogioco preferito, ovviamente, più complesso e impensabile. Credetemi, tutto quello che fino a oggi abbiamo chiamato caso, non avrà alcun significato. Per me è chiaro che siamo in un piano governato da regole create e non determinate dalle possibilità universali, Dio è un gran matematico», ha dichiarato lo scienziato.

Un Dio che crea regole, un programmatore di software, un inventore di universi come fossero delle App. Un Dio matematico, una divinità intelligente, di un’intelligenza che non ha paragoni, e che gioca con gli universi programmati da lui.

Inutile chiedersi quanto sia possibile e quanto sia pensabile tutto questo. Ma tachioni a parte, per quanto l’ipotesi teorica di Michio Kaku possa apparire suggestiva non ritrovo nient’altro che la dottrina gnostica che mette in campo il Demiurgo e  la possibilità di raggiungere Dio attraverso la conoscenza. Se poi il Demiurgo oggi gioca con le App e con i sistemi operativi, perché sorprendersi, sono i tempi. I tempi del post-gnosticismo.

© Corriere della Sera – Tutti i diritti riservati

Il sogno di scrivere Cotroneo