Il mondo dei social network si divide in due grandi categorie che potremmo definire di tipo poetico: i pasoliniani e i pascoliani. Sono due modi di guardare il mondo distanti. I pascoliani cercano di continuo qualche stella su cui riflettere, che sia cadente o ben ferma nel firmamento poco importa. Esprimono desideri, soffrono con moderazione, cercano un punto intermedio tra un passato rimpianto e un futuro sognato dove poter atterrare senza troppi scossoni. I pascoliani sono lirici, sono lampade che ardono soavi, riprendono e condividono fotografie di cavalline storne, citazioni sospese di grandi poeti. Non sono crepuscolari, e neppure romantici, ma cercano un post-romanticismo in cui possano riconoscersi. I pascoliani hanno un solo piccolo registro di indignazione, più che altro una rassegnazione: pensano che ci sia poca bellezza e poca poesia per il mondo. Il pascoliano condivide, retwitta, posta con un’attenzione che va sempre in direzione del suo cuore: «Lascia che guardi dentro al mio cuore / lascia ch’io viva del mio passato», scriveva appunto il poeta.

Il pascoliano non è minoritario, ma lotta per un mondo che sta scomparendo. La sua moralità è tutta poetica ed estetica, un mondo più bello è certamente un mondo più giusto. E non ha dubbi su questo. Il pascoliano ha idee politiche stabili, un’idea sconfortata del prossimo che però si aggrappa tenacemente al buon senso, e a un modesto ottimismo che non va mai abbandonato. Sui social il pascoliano è ammirato e commentato ma si muove per nicchie, e non aspira a un grande seguito. Sui social è il pasoliniano che conta, lui che pesa davvero.

Il pasoliniano ama la poesia, ma non sempre ha tempo per leggerla. Il pasoliniano innanzi tutto sa, e conosce i responsabili: di qualsiasi cosa. Ma proprio qualsiasi, che si tratti del complotto mondiale dell’11 settembre o degli yogurt scaduti dell’asilo dove manda la figlia. Il pasoliniano è un feroce oppositore dei socratici. Mentre i socratici sanno di non sapere, il pasoliniano sa anche quando non sa, accusa anche quando non ha le prove, vede anche se c’è buio pesto. Il pasoliniano sui social, twitta, posta, commenta e blogga anche sapendo di sbagliare. Il pasoliniano non dà valore all’errore se l’errore può portare sollievo, verità, e indignazione. Come diceva qualcuno: è meglio avere torto all’interno del partito che avere ragione al di fuori.

Il pasoliniano in pochi anni ha subissato i pascoliani. La sua indignazione, il suo moralismo è sociale, politico, inequivocabile. Per i nuovi pasoliniani del web quello che conta è il j’accuse, quello che pesa è trovare i responsabili, quello che serve non è voltare pagina, ma stare sulla stessa pagina e ripeterla con forza, retorica e intensità. Il pasoliniano ha una sua voce. Il pasoliniano è colto, parla dei film che vede, parla dei libri che legge, parla dei programmi televisivi, dei talk show, degli spettacoli popolari. Ha imparato da Gramsci, e da quel che resta delle sue ceneri, che la letteratura va assieme alla vita nazionale. È in cerca di eroi, ma di eroi minori, poco seguiti, limpidi, puri. Per il pasoliano la purezza è tutto. E la purezza va raggiunta in fretta, il più in fretta possibile. Non è detto che il pasoliniano abbia letto tutto Pasolini. Ma gli Scritti corsari sono il suo modo di attraversare il web, di firmare gli interventi sui blog, di commentare sulle pagine di Facebook che richiedono un suo intervento. Il pasoliniano è alla continua ricerca di un capro espiatorio, di un modo per puntare il dito contro le altrui debolezze.

Ma mentre i pascoliani sono più silenziosi, i pasoliniani stanno invadendo il web, i social, i contenuti dei programmi televisivi, le fiction tutte eroi ed eroine per gente semplice, i film impegnati, le serie truculente, e naturalmente la politica. Un manicheismo culturale solo appena smorzato da un po’ di ironia che non guasta nella chiacchiera da web. Tutti accusano tutti. Tutti si lamentano di quello che manca. Tutti sanno chi sono i responsabili. E tutti sono responsabili. La lotta tra pascoliani e pasoliniani vede i secondi vincenti. Non c’è storia. Bisogna rassegnarci.

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Il sogno di scrivere Cotroneo