Gli elenchi argomentati aiutano. E aiuteranno sempre di più. Fossi un editore farei una vera e propria collana: i critici vi dicono quali sono i cento libri che dovete leggere. Naturalmente con una plausibile spiegazione. I più sofisticati, prendendo a prestito un termine caro ad Harold Bloom utilizzano il termine “canone”: ovvero quello che è irrinunciabile, quello che non si può non leggere, i titoli che non possono mancare nella biblioteca e nella cultura personale di qualsiasi persona. Ma in realtà la faccenda è più sottile e ha due aspetti.

Dare un canone letterario non significa puntare il dito contro lettori ignari e poco preparati e dar loro un compito per l’estate. Dare un canone letterario è un modo per mettere ordine nel grande mondo della letteratura. Significa dire: noi sappiamo che i romanzi sono migliaia, che gli autori importanti occupano un’intera enciclopedia, e sappiamo che è già complicato orientarsi per chi di queste cose si occupa per mestiere, oltre che per passione. Così aiutiamo il lettore comune che di solito sceglie i libri utilizzando due criteri: quello delle novità di cui parlano i giornali, e quello dei classici che vengono da letture e studi antichi, dai banchi di scuola. Questo miscuglio fa sì che si legga l’ultimo libro di Franzen e poi magari Il Conte di Montecristo. Niente di male. Ma davvero esistono libri che non si possono non leggere? Come le sette meraviglie del mondo?

Non credo che esistano libri che si devono conoscere per necessità. E non credo neppure che si debbano creare percorsi ai lettori. Credo che ogni critico bravo abbia a disposizione una vetrina, una vetrina vera e propria, come quelle delle librerie. Lì, espone i suoi libri. La gente passa li vede. Ci pensa un po’. Torna, li prende e comincia a leggere.

Piero Dorfles è critico intelligente, con una vocazione didattica e garbata che mi piace molto. Racconta i libri come una favola colta. Ha scritto un testo davvero delizioso intitolato: I cento libri che rendono più ricca la nostra vita (Garzanti, pp.298, 14 euro). E lo ha fatto raggruppando i suoi classici attraverso una serie di temi. Alcuni li condivido, altri sono più scolastici. Come la categoria dei libri di avventura, o quella della formazione e dei riti di passaggio. Ma che nella categoria “L’Utopia negata” ci sia lo Sciascia di Todo Modo mi piace molto. Forse meno che ne “Le radici oscure del desiderio” ci sia Via col Vento. Accanto a Romeo e Giulietta di Shakespeare. Ma libri come questo devono aprire dibattiti.

L’idea dei gruppi di libri mi piace. Mi sarebbe però piaciuto di più un filo che lega non tanto gruppi di libri a un tema, ma libro dopo libro attraverso un filo che non sai bene da che parte andrà. Ma detto questo il testo di Dorfles lo consiglio a tutti quelli che vogliono cominciare a leggere, e hanno difficoltà di orientamento. Ci sono i russi, i grandi classici francesi, i buoni italiani. E ci sono alcuni libri che amo molto e che non sono più molto citati. Un esempio su tutti: Il Signore delle Mosche di William Golding. Ma alcuni classici li avrei lasciati alla loro gloria. E penso a Guerra e Pace, come alla Recherche di Proust e l’Ulisse di Joyce. Testi la cui grandezza nessuno può dubitare. E pur rendendomi conto che quello di Dorfles è un percorso, forse di Beppe Fenoglio avrei scelto Una questione privata più del Partigiano Johnny, di Moravia La disubbidienza, il suo capolavoro, più che Il Conformista, di Giorgio Bassani Dietro la porta o L’Airone, più che Il giardino dei Finzi Contini. Non avrei messo Il Gattopardo e invece avrei messo I Viceré di Federico De Roberto, e avrei preferito Finale di Partita di Beckett, più che Aspettando Godot. Ma non sono critiche, queste. È un gioco bellissimo che solo libri come questo di Dorfles possono innescare, e che ci permettono di incuriosire i lettori. E questa è la cosa più importante.