E se questa ossessione per l’innovazione fosse anche una forma di nevrosi di inizio millennio? Se la lettura delle cose non rispondesse ad altro che a un modo vecchio e inadeguato di pensare il mondo? L’altro ieri un amico mi mostrava fiero la sua collezione di dischi in vinile che occupava mezza parete del suo studio. Mi diceva che li aveva comprati nei mercatini e nei negozi vintage di mezzo mondo. Perché gli piace collezionare le cose. «Però poi, se devo sentire la musica», mi ha detto: «uso i supporti digitali».

Dentro di lui c’è una contraddizione, un irrisolto che è di quest’epoca, e che colpisce tutto. Sembrava che con la nascita delle società di massa, all’inizio del Novecento, l’idea di progresso dovesse subire un profondo mutamento. Il progresso portò alla nascità della società industriale, a un benessere diffuso, ma anche alle guerre mondiali, e ai totalitarismi come li conosciamo ancora oggi. Il Novecento ha messo in crisi l’idea che il nuovo è sempre da preferirsi, ma soprattutto che il nuovo è un superamento, come fosse un processo dialettico. Presagi di un mondo nuovo del filosofo Hermann Keyserling, scritto nel 1926, è un saggio interessante su questi temi. Ma anche tutta la filosofia del secolo scorso, dalla Scuola di Francoforte a Martin Heidegger, legge il progresso con tormento e poca fiducia.

Nessuno poteva immaginare che  oggi il futuro e il superamento, la modernità e l’innovazione dovessero diventare l’unica lettura del mondo possibile. Certamente l’impulso viene dalla rete e dalle nuove tecnologie. Solo che superiamo le cose senza fare in tempo a capirle. Il mio amico che colleziona vinili ma ascolta musica in digitale, è come chi colleziona libri antichi ma legge soltanto gli ebook.

Cosa significa esattamente? Il presente è sempre un imperfezione di quello che può essere. Il presente si è assottigliato, come un sentiero di montagna che si può percorrere in fila indiana, uno alla volta. E il passo successivo, la curva che viene dopo è sempre la migliore. Partire, generare innovazione, superare il presente è diventata l’ideologia dominante.

Accade anche per colpa della rete. Quasi tutte le architetture del web sono pensate attraverso una linea temporale: l’ultima cosa pubblicata, l’ultima informazione che viene data è quella che conta, è quella che sta in alto, è quella che appare tra le notizie dei motivi di ricerca. Oltre naturalmente alla notizia più cliccata, più letta, più apprezzata. Il sistema diventa doppio. L’innovazione non è più un pensiero concreto e definito che risolve i problemi del presente, conservando del presente tutto quello che resta utile e che funziona. L’innovazione è un modo per non farsi cancellare da altre innovazioni più aggressive che invadono la linea del tempo e dunque le coscienze delle nostre vite. Oggi il senso delle cose è dato dallo stupore e dalla temporalità, non dalla funzione.

Il mio amico colleziona vinili ma sente la musica in digitale perché al vinile attribuisce un significato sentimentale, affettivo se vogliamo, ma gli toglie ogni funzione pratica. L’oggetto è superato. Come saranno superati – secondo alcuni – i giornali di carta, i libri, e le macchine fotografiche con il rullino. Solo che il vinile non è superato, suona soltanto in un modo diverso. Non peggio, ma diverso. E il giornale di carta si legge con un processo mentale che è ben altra cosa rispetto alle lettura del web. E la foto in bianco e nero fatta con il rullino dà risultati migliori rispetto a quello delle macchine digitali. E anche la scrittura a mano obbedisce a regole che non sono quelle della scrittura al computer.

Siamo abituati a pensare che l’innovazione sia il bene, e lo status quo sia il male, che cambiare sia un processo positivo, che il tempo non concede altro tempo. Ma non è una conquista, è una nevrosi culturale e sociale che finirà prima o poi. E al questo resterà tutto quello che serve, e che non ha bisogno di essere innovativo per valere e avere un senso.