Ci sono scritture che si sovrappongono ad altre scritture. Come scrivere su un foglio dove qualcuno ha già scritto e confondere le calligrafie, mescolare le parole, allargare il romanzo come una spiaggia che ha bisogno di ancora più profondità. Sandra Petrignani mi dà questa sensazione: quella di una che combatte contro le maree, non quelle che costringevano la madre di Marguerite Duras a costruire dighe sul Pacifico, Ma quelle maree che si mangiano la spiaggia della letteratura. Perché oggi è tutto consumato, tutto più sottile, con poche cose. E quando cammini sulle spiaggie letterarie di oggi c’è sempre qualcuno di più vecchio che ti dice: vedi qui? Qui la sabbia arrivava fino là in fondo, e ci si poteva fare una partita di calcio tanto era profonda. Adesso il mare si è mangiato tutto. Non potresti metterci neanche due file di ombrelloni.

Il mare si è mangiato tutto. Le vite, le intensità, le insensatezze. Non c’è più alcol, sesso e non c’è più crudeltà, non ci sono luoghi e miserie, malattie e drammi della storia. Non c’è più tutto quello che Sandra Petrignani ricostruisce nel romanzo Marguerite (Neri Pozza, pp.212, euro 16.00), come si potrebbe dire: liberamente tratto dalla vita e le passioni di Marguerite Duras. Il mare si è mangiato tutto e l’unico modo è fermarlo, con una diga che trattenga le inondazioni di indifferenza, di buon senso, di quella letteratura compitamente intellettuale e letteraria da un lato, e fintamente provocatoria dall’altra: di quel crudo realismo che non ha niente di reale e tantomeno di crudo.

Duras la conosciamo. Tutti la conoscono, anche chi non l’ha mai letta. Persino chi non ha mai neppure visto il film di Jean-Jacques Annaud, L’amante: Duras irritante e retorica, innamorata di se stessa e incontenibile, impegnata quanto basta perché il mondo si impegnasse ad accorgersi di lei, egocentrica e anche persino facilona, per certi versi, antipatica e selvaggia. Solo un uomo paziente, dalla voce sottile e disponibile come il suo editore Jérôme Lindon poteva reggere (e ha retto fino a un certo punto) le sue impuntature, il suo essere sempre su un crinale incerto, la sua diffidenza per gli intellettuali e quel suo modo arcaico di calpestare il mondo. Ma era una grande scrittrice, Duras. Oltre che una grande donna. Una capace di trovare sulla spiaggia della letteratura la sabbia più abbagliante, le conchiglie più colorate e sorprendenti. Una che viveva per raccontare.

Sandra Petrignani lo sa. Sa bene che questa sua lotta per ritrovare i paesaggi che si vanno perdendo è quasi un’impresa disperata. Lo aveva fatto con La scrittrice abita qui, ma ancora di più in Addio a Roma, lo fa con questo libro. Non c’è più quel mondo e non c’è più quella maniera di essere scrittori e intellettuali. Non c’è neppure quel modo di amare, di guardarsi, e quel modo di piacersi. Quel modo che era di Duras, e di tutti gli altri. Ma non c’è nessuna nostalgia in questo bel libro. C’è una feroce sistemazione di quel disordine intellettuale e letterario, importante per rendercelo comprensibile. E non c’è nulla di didascalico, nessuna linearità. Qui Duras ti avvolge con la sua vita e attraverso continui salti temporali si cerca una risposta alla crisi della letteratura e dell’autorialità. Karl Weick, il sociologo e studioso delle organizzazioni, si chiedeva: «Come faccio a sapere quello che penso se non ascolto ciò che dico?».

La poetica di Sandra Petrignani e nel racconto di Duras. Non leggerete una biografia. La biografia è un arredamento per far muovere i personaggi. È un po’ di quella spiaggia che la Petrignani vuole salvare in un modo o nell’altro. La scrittura di Duras è un riflesso: specchiandosi l’autrice di Marguerite si interroga sul suo sguardo di scrittrice. Un riflesso che dà più profondità a quella spiaggia sempre più sottile. Aspettando che la marea si ritiri e lasci agli scrittori e ai libri lo spazio che meritano, in questo mondo smarrito.