Il locale dove vado spesso in pausa pranzo è un luogo carino, come molti. Ci passi una mezz’ora, il tempo per rilassarti e spezzare la giornata. L’altro giorno c’era qualcosa di strano. Ho pensato che ero io più sereno e quindi tutto mi appariva morbido, lento, piacevole. Ma non avevo particolari motivi di pensare che in quel momento la mia vita potesse essere migliore del solito. Eppure tutto sembrava perfetto: mi cullavo con il tintinnio della forchetta che impattava il coltello, ed era piacevole sentire l’acqua quando la versi nel bicchiere: ha un risuonare tutto suo. Anche leggere il libro che mi ero portato dietro sembrava più facile.

Dopo pochi minuti il proprietario viene da me con fare gentile. Si scusa: «perdonami ma c’è un problema con la musica, non parte, appena possibile la rimettiamo».

Non dico nulla. Tutta quella serenità mia, e di molti altri, veniva da questo: non dal silenzio, perché c’era il brusio delle voci, il rumore delle posate, e purtroppo anche i suoni più improbabili delle notifiche dei cellulari. Ma era un’altra cosa, come se il mondo fosse andato a posto all’improvviso, e tutto prendesse un senso e un ordine.

Oggi non c’è più distinzione tra un riproduttore di musica specifico, e oggetti che dovrebbero fare altro. Oggi la musica la senti sul telefono, via web, sul computer, sulla televisione collegata alla rete, sui tablet. Alcune aziende stanno pensando di estendere sempre di più questo privilegio: un giorno avremo la macchina del caffè collegata al Cloud di casa che diffonde musica assieme agli aromi dell’espresso.

La musica passiva c’è sempre stata. Prima la filodiffusione, i jukebox, poi i walkman: i diffusori di musica erano e sono nei locali, nei ristoranti, negli studi dentistici. Si chiama musica di atmosfera. Oggi questa musica di atmosfera è diventata un obbligo costante. Qualcosa di irrinunciabile. Perché si deve sommare alle vite. Deve restare sotto i discorsi, affiorare tra i silenzi come fosse un mare di onde che nessuno può fermare. E non è una musica neutra, perché oggi si diffondono canzoni, dunque ritmo, melodie, ma soprattutto parole. E le parole si aggiungono ad altre parole, fino a mescolare tutto assieme, a farne dei pasticci indistinguibili, come disegnare su disegni già fatti, colorare su fogli già colorati.

L’inquinamento da musica passiva è un problema. Te ne accorgi quando tutto si spegne. E persino la luce, le sfumature dei colori, diventano diversi. La musica passiva impedisce persino di capire le inflessioni della voce, le pause tra le parole. Riempie i silenzi, ma li riempie di nulla. E l’inquinamento da musica passiva non riguarda solo la robaccia che tocca sentire nei supermercati o nei grandi magazzini. Riguarda anche quella che universalmente è considerata buona musica: la musica colta, la musica classica, che non può essere ascoltata mescolandola alle voci, ai cellulari, ai rumori di fondo, perché è stata pensata per esecuzioni in sale da concerto e in religioso silenzio.

Il mio ristoratore, dopo qualche minuto ancora, è tornato a dirmi che poteva rimettere la musica. Tutto quell’incanto si è perso in un attimo. A quel punto, con Shazam, ho voluto capire con chi avrei condiviso i trenta minuti successivi, quelli che avevo ancora a disposizione prima di tornare al lavoro. Rigorosamente in ordine: Mexico di James Taylor, Left Outside Alone di Anastacia, Last Request di Paolo Nutini, C’era una volta il West di Ennio Morricone, Maria Callas che canta la Carmen di Bizet, seguita da Amazing di George Michael che andava a sfumare su Anime Salve di Fabrizio De André. E alla fine Voglio vivere così di Ferruccio Tagliavini. Ho pagato il conto sulle note di Happy (neanche a dirlo) di Pharrell Williams. Una frana di musica passiva ha sommerso tutto quello che c’era attorno a me. Ho chiesto solo al ristoratore se i brani fossero decisi da lui. «No», mi ha risposto: «sono brani casuali, dal web». Almeno un tempo si sceglievano.