Leggo di continuo testi che raccontano di quanto siamo diventati liberi con il web, e quanto il web abbia cambiato il nostro modo di pensare il futuro. La parola più usata per dare l’idea di quanto sta accadendo è: libertà. Siamo liberi attraverso la rete di stare dove vogliamo, di accedere a tutte le informazioni possibili, di non perdere più tempo.

Siamo liberi di esprimerci e di scrivere, di scambiarci informazioni, sogni, e di progettare un futuro leggero, senza il peso delle cose del mondo. Debbo ammettere che ci credo abbastanza. Solo che abbastanza non vuol dire che ci credo del tutto.

A Boston, negli Stati Uniti, ci sono varie università. Alcune celebri come l’M.I.T. e Harvard, altre un po’ meno famose ma con gente davvero molto interessante. La Northeastern University è tra queste, e sarebbe il caso di andare a curiosare cosa succede da quelle parti. Esattamente al Center fot Network Science, diretto da un geniale signore che si chiama Albert-Láslzó Barabási, un ungherese, originario della Transilvania, brillante, gioviale e molto acuto. Barabási si occupa di reti, ma anche di battaglie in Transilvania nel 1500. Studia cose in apparenza distanti: la legge di potenza e le guerre mondiali, ma anche la frequenza con cui mandiamo le mail, e perché. Non sono cose astruse, tutt’altro. Gli studi del Centro che dirige Barabási ci dicono delle cose differenti da quelle che circolano sui giornali, o tra gli esperti di internet.

La prima delle cose è questa: i bigdata ci stanno sommergendo di informazioni cruciali su come si muove il mondo, sul modo in cui interagiamo, su come ci comportiamo. I bigdata sono tutte le informazioni ricavabili dalla rete: dalle immagini satellitari a quello che scriviamo sui social network, dalle mail che inviamo ai database e agli archivi tradizionali. Rielaborare questi dati, cercando di comprendere come siamo e perché ci comportiamo in un certo modo è una delle scommesse e anche degli incubi del futuro. Meno privacy certo ma anche la possibilità di maneggiare informazioni un tempo impossibili anche solo da immaginare.

A prima vista tutto questo potrebbe far pensare che il controllo su quello che siamo e su quello che facciamo sarà il problema dei problemi. Ma i dati in possesso dei ricercatori dicono una cosa molto più inquietante, che non ha nulla a che fare con il futuro e con la tecnologia. E nulla che fare con il libero arbitrio. Questi dati dicono che ci comportiamo tutti obbedendo a leggi che potremmo definire naturali. Noi pensiamo di comportarci liberamente, in realtà ci comportiamo attraverso regole profonde che sono identiche per tutti e per il mondo intero.

Questo impressiona molto. Da almeno tre secoli siamo tutti convinti che le nostre esistenze siano figlie del caso e dunque della libertà. Rabelais fa prendere decisioni a un giudice, nel Gargantua e Pantagruel, dopo aver tirato i dadi. E così fa Stevenson nel suo Signore di Ballantrae. Il caso non dovrebbe permettere che Google, Yahoo o Amazon possano ricevere un numero di visite siderali rispetto a tutti gli altri siti e domini del mondo. E il caso non spiega come mai tutti mandiamo mail a distanza ravvicinata, e poi restiamo in silenzio, senza spedire più nulla per tempi molto lunghi, come dimostra Barabási nel suo saggio intitolato: Bursts (Lampi).

Il caso livellerebbe le ricchezze del pianeta, e non lascerebbe che soltanto dieci uomini del mondo possano essere più ricchi di un intero continente. I comportamenti naturali e prevedibili invece sì. Ogni volta che sento parlare di libertà del web mi convinco che ci illudiamo tutti di muoverci in uno spazio libero dove sappiamo e siamo, decidiamo e valutiamo. Mentre invece gente come Barabási con molta cognizione di causa – e bigdata alla mano – ci dicono questo: «Le azioni umane seguono schemi semplici e riproducibili, governati da leggi di vasta portata», scrive lo studioso ungherese: «Dimenticate il lancio dei dadi e la scatole di cioccolatini come metafore della vita. Pensatevi come un robot sognante guidato dal pilota automatico e sarete molto più vicini alla verità».