Il trapassato remoto è un tempo verbale che non usa più nessuno. Resta ai letterati, quelli molto colti, e suona anche un po’ bizzarro. In molti mi guarderebbero con aria strana se dicessi: dopo che Giulia ebbe sceso le scale, uscì dal portone trafelata. Eppure questo è un italiano colto e corretto. Da anni sento i lamenti sulla perdita del congiuntivo. Ma non sento mai note dolenti sulla fine del trapassato remoto. Sostituito da tempi verbali al passato che all’incirca rendono l’idea, senza troppe complicazioni.

Ma in realtà il trapassato remoto è un modo di pensare la storia, ed è un modo di capire il tempo. Non è la stessa cosa dire: ebbi cantato piuttosto che cantai. Perché tra i due tempi c’è una linea di separazione. Un qualcosa di avvenuto e di concluso, una sistemazione del disordine della vita. Usare il trapassato remoto è un modo per archiviare davvero, ma non è un modo per dimenticare.

Alcuni di voi ricorderanno i vecchi album fotografici, o i vecchi libri che si tenevano sugli scaffali più alti della libreria. I volumi che non ti servono quasi mai. E ricorderanno il fastidio di prendere una scala e andarli a scovare, quella volta ogni cinque anni che ti potevano servire. I vecchi album fotografici diventavano un evento particolare. In qualche pomeriggio di pioggia, quando si aveva un po’ di tempo, si tornava a prendere quei vecchi volumi, sempre un po’ pretenziosi, e si cominciava a sfogliarli. Ogni cosa attraversata dal tempo mostrava i suoi segni. I vecchi dischi in vinile scoppiettavano, i vecchi nastri magnetici davano un fruscio, i film in super 8 erano pieni di graffi e sbiaditi, le fotografie perdevano l’argento e i pigmenti colorati. I libri avevano tracce di muffa e macchie, e le pagine alle volte si incollavano una all’altra.

Il mondo del trapassato remoto era quello. Era un mondo di memorie, ma anche un mondo di gerarchie spaziali. Tutto quello che un tempo era, e che non andava visitato troppo, stava un po’ altrove, più lontano, e richiedeva qualche scomodità in più per essere preso, guardato, ascoltato. Anche un’espressione molto comune e colloquiale, come: è una cosa archiviata, oggi è diventata altro. Archiviare era mettere nel passato, spostare, destinare a un sonno che poteva anche essere prolungato.

La digitalizzazione della vita ha cancellato molti tempi verbali, lasciando di fatto solo l’indicativo presente, e forse il presente storico. Non si tratta di spostare altrove, e non si tratta di mettere in luoghi più lontani e meno accessibili parti della propria vita che non dobbiamo frequentare di continuo. Le vecchie foto sono solo un po’ più in giù, basta scrollarle con il mouse. I vecchi brani musicali non scoppiettano perché gli mp3 non si rigano e non prendono polvere, i video sono inalterabili e rivederli è sempre possibile senza dover accendere un vecchio proiettore, e i libri non avranno più il problema degli scaffali più in alto. Stanno tutti là, basta digitare le prime lettere del titolo per farceli apparire come d’incanto. Tutto è nel tempo che vogliamo. Anche i film su Sky li fai iniziare quando vuoi tu, schiacciando un pulsante che non riavvolge un vecchio nastro, ma ti regala un inizio in qualsiasi momento.

Sono cose molto belle, ma tolgono al passato il senso del passato, che non è affatto un senso nostalgico, o di rimpianto. Ma è quasi antropologico. L’idea del compimento del tempo, e della rivisitazione del tempo passa anche dal tornare a cercare, dal riaprire un archivio, riscoprire, svelare. L’uomo digitale dominerà sempre più il suo passato con parole chiave, con movimenti semplici. Il vecchio e il nuovo sono divisi da una porzione di monitor. E gli archivi dei ricordi saranno accessibili da tutti i dispositivi. Il vecchio solaio, la stanza delle memorie abbandonate, ormai è un dito che scorre sul touch di uno schermo.

Il trapassato remoto si usa per azioni concluse che non hanno alcuna rilevanza con il presente e con l’attualità. Oggi invece tutto ha rilevanza con l’attualità, e nulla si conclude. Lasciandoci il passato dentro una terra incerta, che non si distingue più dal presente.

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Il sogno di scrivere Cotroneo