La letteratura si sta polverizzando. Accade come con la nascita dell’universo: il big bang, l’esplosione, e poi un lento allargarsi verso spazi sconosciuti, un espandersi senza una direzione precisa. E da un nucleo denso ed esplosivo si arriva alla creazione di galassie, divise tra loro da spazi vuoti immensi, dal buio e fuochi visibili a miliardi di anni luce.

Con le parole, con i romanzi, con la poesia sta accadendo la stessa cosa. Nell’universo letterario il nucleo di partenza è il canone, come direbbe Harold Bloom, la tradizione letteraria, il corpus di opere che siamo abituati a considerare in un modo unitario, che storicizziamo, che spieghiamo in una logica che ha una coerenza. Possiamo metterci tutte le opere di tutti gli autori importanti, e poi decidere in quali cassetti collocarle, quali vengono prima, quali sono indispensabili per gli autori successivi, quali hanno segnato una cesura storica.

Ma quel nucleo, quel canone, quell’ordine, da un po’ di tempo è saltato. Gli autori non vanno letti tutti, e spesso non vanno letti neppure dall’inizio alla fine: si leggono con un percorso che cambia di continuo. Anche andando al contrario. Trent’anni fa lo scrittore Anthony Burgess scrisse una storia della letteratura inglese a ritroso. Dai contemporeanei a Shakespeare. Una finezza interpretativa per gente che se ne intendeva.

Oggi non è un problema di direzione. Il big bang letterario è polvere di stelle che si poggia dove può. Vale per i romanzi, scomposti a uso di citazione dai mille siti che sul web riportano frasi e perle di grandi e piccoli autori, e vale soprattutto per la poesia: sia classica che contemporanea. Dante è ricordato a terzine (spesso sempre le stesse) senza porsi il problema della narratività che è dentro la Divina Commedia. Ma anche gli altri poeti, per quanto si siano sforzati a dare un ordine ai loro testi, subiscono la frammentazione di una lettura utilitaristica, emozionale, persino casuale, se non diamo un significato troppo severo al termine casualità.

Roberta Dapunt è una poetessa molto originale. Scrive versi in italiano e versi in lingua ladina. Viene dalla Val Badia. Le beatitudini della malattia, pubblicato nella collana di poesia Einaudi (8€ pag.54) è un libro che non sai leggere tutto di seguito, ma finisci scegliendo un tuo ordine, un ordine emotivo. L’uso della poesia nei post dei social network ha generato questa esigenza, quella di poter mettere a fuoco di volta in volta un verso o due, e di collegarli ad altri ancora, fino a stravolgere il disegno originario del libro. Polvere di poesia utile ad affinare i sensi e la capacità di comprendere.

«Mi voglio velare, voglio piano tacere. Sottrarmi / non sono le preghiere, non loro a persuadere / Mentre io e te, qui incollate alla luce del giorno. / Fossi io la fede scegliere te come fortezza». Se la Dapunt mi legge avrà fatto un salto sulla sedia. I versi sono i suoi e sono tratti da questo volumetto di grande intensità poetica. Ma li ho mescolati, non appartengono a una sola poesia, ma a quattro poesie diverse. L’effetto è ugualmente suggestivo, e non toglie senso e forza a queste parole.

È così che oggi si legge poesia. Perché, mai come in questi anni, la letteratura viene riusata come un materiale duttile, una materia che fonde e trova una nuova forma altrove. Gli altri versi delle quattro poesie che qui non ho citato si muovono come galassie che si scontrano e si riaggregano in questo big bang letterario che espande l’universo e regola un nuovo tempo. Il tempo della Dapunt è il tempo della malattia, dell’Alzhemeir di Uma, che in ladino vuol dire madre. Il tempo della memoria che non c’è, e della poesia che sembra fallire di fronte a questo vuoto. Ma in questo vuoto i versi si muovono, si scindono, e si riformano, rispondono alle domande come le foglie casuali della Sibillla Cumana. Trovano un senso approfittando dell’assenza di memoria. E non c’è un prima e non c’è un dopo.

Ho letto questo libro disordinando i versi, come si disordinano i ricordi quando si allontanano nello spazio della memoria e della coscienza. E oggi è questo il modo che abbiamo di leggere poesia davanti a questo futuro, troppo vicino per lasciarsi sognare.

Il sogno di scrivere Cotroneo