In rete girano dei video dove si spiega quanto sia dannoso stare troppo sui social network. Su youtube, ma anche su facebook, è un continuo avvertimento: riprendetevi il vostro tempo, date valore alle cose reali. Per fare questo si utilizzano i social network: si postano video dove c’è qualcuno che ti esorta a non lasciarti coinvolgere troppo. È una contraddizione di termini: per spiegarti il perché i social network sono dannosi faccio un video, lo condivido su facebook, ti chiedo di vederlo, e in questo modo ti faccio stare ancora di più connesso alla rete, e dentro il sistema che sto mettendo in discussione.

Non deve stupire: il web è un mondo analogo che contiene anche le sue contraddizioni. È apologetico e dissacrante, afferma la sua potenza e nega se stesso. E lo fa accavallando i tempi. Perché mette tutto sullo stesso piano, e non si cura della realtà delle cose. Ma non c’è dubbio che l’uso dei social porta a un’incapacità quasi patologica di attendere.

Il tempo dell’attesa oggi è compresso: come quei pacchi di alimenti, il riso o il caffè ad esempio, conservati in buste sottovuoto: viene tolta l’aria proprio per rendere più compatte e leggere le confezioni.  Negli alimenti togliere l’aria è anche una maniera per mantenere fresco il cibo. Nella vita togliere l’aria tra un evento e un altro ha tutto un altro significato. Perché l’aria è il tempo dell’attesa, e il tempo dell’attesa è un tempo importante perché genera altri spazi, pensieri, induce ai cambiamenti, corre con il mondo.

Le generazioni cresciute con i social pretendono che tutto avvenga alla stessa velocità della rete. Chi scrive una mail tiene conto della rapidità dell’invio e pretende una risposta immediata. La risposta a una mail che arriva il giorno dopo indica un’indecisione, una distanza. Tutti sanno esattamente quando l’altro leggerà quello che si è scritto. Alcuni utilizzano le notifiche di lettura per far sapere a chi spedisce un messaggio sms, su whatsapp, su una mail, quando è stato letto. Inoltre l’aver trasferito posta e messaggi di vario genere sui dispositivi mobili accentua ancora di più la nevrosi. Io scrivo, tu leggi subito e non rispondere diventa uno sgarbo, un vuoto difficilmente colmabile. La scrittura diventa sincrona, non permette non la risposta. Ci si sente dei giocatori di tennis a cui la palla non torna indietro, perché l’avversario si assenta dal campo.

Le vecchie lettere impiegavano giorni. Le attese erano una rielaborazione dei concetti, portavano a una valutazione delle cose più profonda. Perché spesso mettere nero su bianco i propri pensieri non è un punto di arrivo, ma una nuova ripartenza, una riflessione aggiunta.

L’attesa è libertà ed è rispetto. L’attesa non è un vuoto incolmabile, un segnale di disattenzione o di indifferenza, ma è una passeggiata lunga e silenziosa che rimette a posto i tasselli di quanto hai scritto, e che ti permette di immaginare che risposta potrai ricevere, e in che modo. Oggi le risposte sono contemporanee alle domande. Sono quasi la stessa cosa, lo stesso testo. E generano l’ansia di continuare, di aggiungere, di ribadire. Certo, avveniva e avviene anche in una conversazione, ma la conversazione obbedisce alle tre unità aristoteliche: quella di tempo, di spazio e di azione. La conversazione è teatro, è commedia. La scrittura, con la richiesta di una risposta immediata, non è teatro, è altro. Sono parole che scorrono nella giornata e che vogliono l’aria, il respiro attorno per capirle meglio, per sentirle nel modo giusto. L’attesa oggi porta a frustrazioni e disattese. Oggi l’attesa è purtroppo una perdita, è una disconferma, un luogo vuoto di un tempo che non sai come riempire: di un tempo senza aria, senza respiro, di cui tutti siamo schiavi.

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Il sogno di scrivere Cotroneo