Verso Tanizaki ho sempre avuto una diffidenza letteraria. Intendiamoci non uso il termine diffidenza come fosse un giudizio, o ancora peggio un pregiudizio. Ma come distanza. Come timore persino. Tanizaki è uno  scrittore che mi costringe alla distanza, che mi impedisce di avvicinarmi ai suoi libri, che non posso esplorare fino ai dettagli più piccoli, quasi invisibili. Tanizaki è stato uno dei grandi della letteratura giapponese, ma il mio rapporto con la letteratura giapponese non è mai del tutto empatico. Non mi abbandono ai libri di Tanizaki come non mi sono abbandonato a quelli di Murakami o di Mishima. Mi faccio guidare dalle loro parole come un autista che nella notte mi conduce da qualche parte, ma resto vigiile, non mi abbandono al sonno, ho una lieve inquietudine, persino un po’ di paura.
C’è un primo perché a tutto questo. Ed è la lingua. Tradurre il giapponese, mi dicono quelli che lo conoscono, è più di un tradimento. È quasi una ricostruzione. Non è solo un portare da una lingua a un’altra, ma è un modificare gli schemi mentali, il ciclo dei ragionamenti, i tempi narrativi. Questo è un limite inevitabile. Anche il più bravo dei traduttori tiene con sé i fili più preziosi di una letteratura quasi intraducibile. Il secondo perché riguarda il modo di affrontare i temi occidentali da parte di uno scrittore orientale. E qui veniamo al punto specifico. Einaudi pubblica in una nuova traduzione di Andrea Maurizi, La madre del comandante Shigemoto (pp.162, 18 euro) di Tanizaki. È considerato uno dei capolavori della letteratura giapponese, scritto nel 1950. La bella prefazione di un grande specialista come Giorgio Amitrano, dice molto di questo libro, e molto di questa nuova traduzione. Ho letto il libro cercando di avere meno paura possibile. Non intimorito, ma quasi abbandonato alla scrittura. E mi sono fatto affascinare innanzi tutto dal fatto che in questo romanzo c’è un manoscritto ritrovato, e che la storia, ambientata in epoca Heian (attorno all’anno mille) mescola assieme personaggi esistiti, filologia, poesia e storie inventate. Ma leggere Tanizaki per me è come fotografare il mondo di notte anziché in piena luce. Nonostante la sua scrittura sia nitida e perfetta, di un equilibrio narrativo che lascia spaesati per certi versi, io vedo solo il chiarore della luna, distinguo sfumature ma non trovo colori, attraverso lunghe zone che hanno la consistenza della notte scura e improvvise radure che appaiono invece limpide come fosse giorno. In tutto questo la trama ha un senso e un significato. Un figlio cerca la madre. Una madre che molti anni prima  il padre cedette a un parente per motivi di opportunità, di potere, di politica. Il figlio deve ritrovarla, ma soprattutto deve ritrovarla attraverso i territori di una letteratura che può fare a meno della coscienza e della psicoanalisi.

I temi di Tanizaki li conosciamo da sempre: è tutto un oscillare tra sadismo e masochismo, voyeurismo inteso come riflessione interiore e feticismo. Tutto in equilibrio su una scrittura che non risolve le contraddizioni e le ossessioni, ma neppure le alimenta, anzi, le lascia visibili e fragili, le trasforma in illusioni leggere e brevi come fossero arcobaleni. I temi di Tanizaki in questo libro che non è per nulla di facile lettura, sono attraversati da un filo narrativo che li rende meno morbosi eppure più graffianti. Nel senso vero del termine.
Questo è un romanzo che ti ferisce in modo sottile, come fossero graffi leggeri.  Questa è una narrazione che si svolge come una scrittura del silenzio, una scrittura di immagini. Una riflessione sul maschile e il femminile, sulla figura materna e sull’ossessione della perdita. In queste immagini di parole, Tanizaki utilizza gli stessi luoghi mentali e narrativi della letteratura occidentale, ma senza soggetto, senza protagonisti, senza eroi letterari che possano prendere il sopravvento. In un certo senso senza un io autoriale forte e riconoscibile. In questo paesaggio di parole Tanizaki decide il tempo e il modo di conquistare il suo lettore. Ma senza farlo avvicinare, lasciandolo solo fino alla fine: sveglio e senza sogni.