Una settimana fa ho ricevuto una mail di una ragazza che vive a Milano e studia al liceo. È una mail molto carina e affettuosa, piena di complimenti: ha letto un mio vecchio romanzo e le è piaciuto molto. «L’ho scaricato da internet proprio la scorsa settimana», ha aggiunto. Non credevo che quel mio libro esistesse in ebook. Ho controllato e infatti non esiste. È una copia digitale che gira sul web. Dunque pirata e in violazione dei diritti d’autore. Non gliel’ho detto. L’ho ringraziata e ho capito che è finito un mondo. Quello dell’autorialità, della firma in calce, della proprietà dei testi, della scrittura attribuibile a qualcuno. I testi viaggiano per il mondo e importa poco chi li abbia scritti.
Le conseguenze le vediamo ogni giorno nel mondo frammentato e polverizzato del web. La studentessa ha preso un testo e lo ha fatto suo, ed è ormai una pratica diffusa. Proprio l’altro ieri ho incontrato un amico scrittore che, scherzando ma non troppo, mi ha detto che stava leggendo il mio ultimo romanzo e si era sottolineato alcune frasi: «Mi piacciono moltissimo. Le cambio un po’ e le riuso in un mio prossimo libro». Ne sono lusingato. E non mi sento depredato da nulla. I testi senza autore corrono per il mondo, e si sta avverando il sogno di tutti gli scrittori: quello di far viaggiare i propri libri senza preoccuparsi di esserci. Anzi liberandosi del peso di fare gli scrittori a tutti i costi.
Ma se fosse solo questo tutto sarebbe semplice. Perché se da un lato l’autorialità va scomparendo, e le parole diventano di tutti, dall’altro per chi non è scrittore – per chi pubblica solo sul web, o in ebook – l’esserci è qualcosa di indipensabile, il successo editoriale è un miraggio irresistibile. Giovanni Arduino e Loredana Lipperini hanno appena pubblicato per Corbaccio: Morti di fama. Sottotitolo: “Iperconnessi e sradicati tra le maglie del web”. È un libro pieno di dati e di esempi che racconta il dramma degli autori su internet. Il rischio di non essere letti da nessuno. Il testo come veicolo per diventare famosi. Si dirà che è una vecchia storia, che da sempre la gente pubblica in proprio romanzi che non legge nessuno. Solo che oggi si può fare online. E costa pochissimo.
In realtà non è così. Un tempo l’essere riconosciuti aveva una territorialità culturale. Ovvero, io pubblico un piccolo libro per il mio mondo: la città dove abito, il mio ambiente di lavoro, i miei parenti. Sogno il successo universale, ma è il mio territorio che mi deve riconoscere e parlo a coloro che condividono le mie radici. La scrittura era identitaria, era presentarsi al proprio mondo con la propria storia. Gli editori a pagamento hanno fatto danni incalcolabili: pubblicando libri destinati al macero e dando l’illusione della fama letteraria. Ma gli autori in fondo lo sapevano e fingevano di crederci. Importava poter regalare personalmente le copie. Il corpo dello scrittore con l’oggetto libro.
Quando pubblichi con Amazon non è il testo a contare. È chi lo firma. Non è importante quello che hai scritto, è importante che scrivendo esisti, ed è qui l’errore e l’equivoco. Amazon ha interesse a trasformarti in un autore, in un mondo di testi.  Peccato che sia il testo a dare identità all’autore, Guerra e pace fa Tolstoj, per intenderci, non viceversa. Invece in rete lo scrittore si illude di dare identità al suo testo. Un’impresa impossibile. E mentre un tempo l’autore a pagamento era felice di essere riconosciuto nella sua comunità, oggi autopubblicarsi vuol dire farsi scaraventare in una marginalità e solitudine tremenda: come stare al centro di un universo indifferente dove non puoi parlare con nessuno. Resta solo l’illusione che per merito del web diventare scrittori sia sempre più alla portata di tutti.