Ormai gli scrittori contemporanei cercano un modo di raccontare che non sia popolare, ma che non si rivolga esclusivamente agli addetti ai lavori. Nessuno osa fare dello sperimentalismo di questi tempi. E se un James Joyce all’apice della notorietà consegnasse oggi a un editore il suo Finnegans Wake, puoi giurarci che gli va bene gli fanno un ebook. Ma siccome non si possono scrivere solo romanzi da ombrellone, pieni di cose tanto semplici, e buoni per passare qualche ora, ci si deve inventare una complessità artificiale, si deve provare a mettere assieme storie francamente prevedibili, ma con una certa grazia, con un pizzico di talento, con il gusto del gioco che però non porta da nessuna parte.
Mi sono annoiato con questo romanzo di Will Wiles, Istruzioni per la manutenzione del parquet, edito da Neri Pozza (16,50 euro, pp.288). Wiles è uno scrittore indiano che vive a Londra. Ha 35 anni. E vuole essere spiritoso a tutti i costi. Ha scritto un perfetto romanzo prêt-à-porter. Di quelli facili da sfogliare, e che in una certa classe culturale possono essere decisamente apprezzati. Titolo accattivante, nel suo minimalismo. Distacco nella scrittura sufficiente a non far accorgere il lettore che invece il racconto è ridondante. Humor grottesco degno della migliore tradizione delle letteratura inglese e americana degli ultimi due secoli. Da Swift a Mark Twain, per intenderci. Nessuna sorpresa mentre leggi. Personaggi usciti da un happy hour per poveri di spirito. E finale in crescendo rossiniano, se così si può dire, dove i guai del protagonista, finito nella casa di un amico raffinatissimo e cosmopolita, diventano insormontabili.
E dire che come tutti questi bei romanzi costruiti a tavolino l’inizio è semplice, lineare: una bella casa, pareti bianche, mobili minimal di design, piano a coda, gatti amatissimi, e splendido parquet. L’ospite, in assenza del proprietario, ha le istruzioni per l’uso della casa. Ma naturalmente, come si dice nei manuali di sceneggiatura, se all’inizio di un film inquadri un coltello, vuol dire che presto qualcuno lo userà per tagliare la gola al protagonista. E dunque se una casa è troppo ordinata e maniacale stai sicuro che succederà un disastro. Se i gatti sono amatissimi, morirà il gatto. E se il parquet è così prezioso, come minimo finisce a pezzi o si macchia – come in realtà avviene – in un modo che non troverà rimedio.
Dove c’è ordine sorge il disordine, come tutti sanno. E nei romanzi messianici e salvifici dove c’è disordine si genera ordine. Da questa dinamica non si sfugge: o racconti un disastro, o racconti una redenzione. Bicchiere mezzo pieno o mezzo vuoto, dice il detto popolare. E i più raffinati raccontano la storiella dell’ottimista che dice: «Questo è il migliore dei mondi possibili». E il pessimista che risponde: «è vero».
Ma questi libri paradossali a piano inclinato, come potrei definirli, dove la palla di cannone in bilico sul burrone comincia a rotolare sempre più disastrosamente, dopo 50 pagine cominciano a procurarmi allergie. Anche se mi rendo conto che l’autore è piuttosto bravo, la scrittura è limpida, e la situazione ha risvolti divertenti. Se metti una palla di cannone sull’orlo di un dirupo non puoi stupirti che dopo rotoli. E se la letteratura contemporanea deve trovare una sua via di uscita per restare in vita, senza produrre romanzi noiosi e inutilmente sofisticati, e senza lasciarsi andare al genere giallo, erotico o amoroso, non basta fare gli spiritosi e inventarsi romanzi dove il fulcro sta nelle macchie del parquet.
Forse bisognerebbe cominciare a pensare che i libri non devono intrattenere, non devono divertire, ma devono cambiare il mondo, come hanno sempre fatto. Devono ferire e modificare lo sguardo, indurti a pensieri nuovi e a nuove curiosità. I romanzi non sono commedie di Billy Wilder, che era un genio e che amo molto. E persino i più brillanti tra i classici, quando hanno esagerato, come ad esempio Oscar Wilde, hanno finito per essere soprattutto stucchevoli.
Non c’è niente di peggio di un pasticcere dolciastro, di un attore drammatico preso dallo spleen irrimediabile, e di uno scrittore umoristico terribilmente spiritoso. Non puoi mettere dieci ciliegine nel Manhattan: ne serve una soltanto. E in questo libro di ciliegine nel Manhattan ce sono davvero troppe.