71SZhMSgtTL._SL1500_Si dice che il Novecento, con questi ulteriori anni post millennio, può essere considerato il secolo del progresso tecnologico e scientifico. E negli ultimi tempi anche il secolo della globalizzazione. Senza dubbio è vero. Ma il Novecento è stato prima di ogni cosa il secolo della letteratura. E so già che qualcuno farà la faccia storta: in che senso? Non continuiamo a ripetere che si legge poco? Che la lettura è il vizio di un’élite che se lo può permettere. Che viviamo ormai da tempo nella civiltà dell’immagine? Che semmai il cinema, se dobbiamo scegliere un’arte, ha influenzato il secolo scorso e ancor più l’inizio di questo?
Non è così. Il nostro modo di pensare noi stessi, la nostra vita e quella degli altri, il ruolo che abbiamo su questa terra, viene dalla letteratura. Anche dalla letteratura non letta. Per usare un paradosso: persino i non lettori, quelli che proprio non aprono mai un libro di narrativa, pensano in termini narrativi, e non potrebbero fare altro.
Ma cosa vuol dire pensare in termini narrativi? Purtroppo non è più possibile, ma andrebbe chiesto a Georges Simenon. Maestro di narrazioni, di gialli, certo. Ma soprattutto maestro assoluto delle intermittenze, dei destini minimi che scartano all’improvviso, e portano il treno della vita su un altro binario.
Tutti noi pensiamo all’esistenza in questo modo. Cerchiamo tracce di quello che abbiamo fatto nel passato, mettendo in connessione cause ed effetti. Tutti ci pensiamo come fossimo degli ipotetici personaggi di romanzi. E ai personaggi dei romanzi chiediamo di raccontarci quello che siamo, quello che rischiamo di diventare.
Faubourg, appena uscito da Adelphi è un romanzo esemplare, come molti di Simenon, ma ha una caratteristica in più: per la prima volta il padre di Maigret si rende conto che la sua strada è la letteratura, quella non di genere, quella che oggi chiameremmo, la letteratura alta. Scrive questo libro nel 1937. Ed è il primo romanzo che pubblica con l’editore Gallimard. È talmente convinto di questa storia che insiste con Gaston Gallimard per una massiccia pubblicità al libro, che non viene accordata però. Abbiamo insomma un giovane scrittore che sta prendendo coscienza delle sue doti e del suo talento, e chi di lì a poco diventerà celebre quanto Alexandre Dumas.

Ma Simenon crede in Faubourg perché forse per la prima volta individua quella sottile linea d’ombra della vita che ti attraversa e cambia i destini. Il destino di De Ritter, nato e cresciuto in un luogo anomimo della provincia francese. Fuggito dal luogo natio perché gli stava stretto e divenuto un avventuriero, un imbroglione, un viaggiatore del mondo. Passa anche un periodo in carcere per piccoli reati. Poi conosce una prostituta , Lea, con la quale decide di tornare nella sua città natia, dopo molti anni. Vuole provare a far fortuna in provincia raccontando delle sue amicizie, delle sue avventure, e delle sue storie rocambolesche.

Per certi versi De Ritter appartiene alla genia dei Bel Amì. Infatti riesce a sposare un’antica fidanzata che non rivedeva da anni, ma non per amore, per interesse: lei è molto ricca e ha una posizione sociale di tutto rispetto. Così anche De Ritter diventa da imbroglione e avventuriero, un notabile locale rispettato. Tutto sembra andare dunque per il meglio.

Ma Lea? La prostituta con cui era arrivato in città. Lea è la linea d’ombra, Lea è il personaggio letterario che cambia i destini. Perché Lea resta la sua amante. E allo stesso tempo ha molti altri amanti. Ma De Ritter è geloso, e Lea è capace di cancellare in un attimo tutto il percorso di rispettabilità che lui ha messo a punto con cinismo e raziocinio. De Ritter finirà per uccidere un giovane amante di Lea. E l’omicidio lo porterà a sprofondare in quello che era, in quello che non poteva non essere, nel destino scritto della sua vita.

Lea è la ferita non rimarginata, Lea è la vita quando non ti permette di scegliere davvero.  Lea è la letteratura, De Ritter la realtà: e nella realtà avrebbe ignorato Lea, dimenticando il suo passato a vantaggio di una posizione sociale ed economica rispettabile.

Ma nelle storie letterarie le porte non si chiudono mai. E ormai siamo abituati a pensare che questo sia diventato vero anche nella vita: che le porte della letteratura sono le stesse delle nostre esistenze reali.