Fate un esperimento. Scrivete su Google la parola: “God”. In 29 decimi di secondo avrete la risposta. E la risposta è un miliardo e 240 milioni di risultati. Aggiungete tutte le risposte di Google per la parola Dio tradotta in ogni lingua possibile. Si arriva all’incirca a cinque miliardi di risultati. Ora decidete di esplorare tutti i cinque miliardi di link. E starci solo un minuto. Impieghereste, senza mangiare e dormire, circa 10 mila anni, un tempo bliblico, se così si può dire.
Questo spiega cosa sia il web, oltre qualsiasi altro ragionamento razionale. Uno spazio infinito, in continua espansione, esattamente come l’universo. E con territori invisibili. Ovvero i link oltre quel miliardo di primi risultati a cui non si potrà mai arrivare. E questo spiega perché il sogno di tutti quelli che stanno sul web è renderlo afferrabile, trasformarlo in qualcosa di maneggiabile, di facile, di rapido, di utile.
Negli ultimi mesi si comincia a parlare con più insistenza di web 3.0. Sarebbe la nuova frontiera. Dopo una prima fase per cui il web non interagiva con nessuno e una seconda che è quella dei blog, delle chat, dei social network, la terza fase sarebbe quella del web orizzontale.
Non ci sono più distinzioni. Lo scambio è alla pari, le capacità sono mescolate. Non ci sono professionisti e dilettanti, scrittori e lettori, cantanti e ascoltatori, attori e pubblico. Ma tutto è assieme. Il self publishing è questo. Leggo su Kindle l’ultimo libro di Don De Lillo, e al tempo stesso mi pubblico da solo un romanzo anche io. Ascolto il nuovo singolo di Shakira sul canale YouTube, e poi inserisco anche il video dove canto una mia canzone.
L’universo infinito del web permette questo. Poco importa se ho meno contatti di Shakira o di De Lillo. Non c’è più differenza. Posto notizie come fossi un giornalista su twitter, e faccio politica votando o aderendo alla cosiddetta democrazia del web. Ma il web 3.0 è un universo, un capovolgimento concettuale profondo che comporta una serie di problemi, che hanno a che fare con l’anima, con la contemplazione, con la materia.
I cinque miliardi di risultati della parola Dio lo spiegano bene. Ma se scrivete la parola “Star” su Google, solo in in lingua inglese ne avrete 3 miliardi e 500 mila. Il triplo rispetto a Dio. Perché le stelle sono un immaginario arcaico e viscerale. E tutti noi, per quanto ci sforziamo di considerare Copernico il vero genio innovatore della moderna astronomia, siamo sostanzialmente tolemaici. Siamo tolemaici perché l’universo e le stelle le guardiamo come fossimo al centro del mondo. E siamo tolemaici anche nella vita quotidiana. Nel nostro modo di pensare: Il mondo attorno a noi, il mondo che ci circonda, il mondo che ci appare.
La prima fase del web era tolemaica: noi davanti a uno schermo. E il web che si accendeva e parlava all’utente. Come ci parla Cassiopea, o il Carro, o la costellazione dello Scorpione. Stelle ferme, luoghi altri. Poi è come se ci avessero detto che le stelle non vanno guardate, che bisogna parlarci, interagire, chiedere, trovare quelle che servono. Ma senza rendercene conto siamo entrati in una nuova forma di marginalità psicologica. Illusi anche noi di apparire alle stelle come fossimo stelle. Abbiamo capovolto il cielo.
Ora ci dicono che siamo tutti stelle, che siamo tutti uguali, che possiamo fare tutti la stessa cosa. Nessuno è solo al centro: tutti stanno ai lati e al centro nello stesso momento. E nessuno potrà più sedersi in cima alla collina e guardare un cielo limpido di notte, e chiedersi perché il cosmo ci avvolge. Il web 3.0 è un universo diffuso per anime che hanno perso la coscienza del proprio io. Non è un problema da poco. Sta cambiando la politica, e l’idea di rappresentatività. Cambierà le nostre coscienze. Ed è meglio capire presto come. Perché stare ai margini di universi confusi può essere molto pericoloso.

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Il sogno di scrivere Cotroneo