La parola sanscrita chyati significa dividere. Ha la stessa radice della parola greca schìzein, che significa scheggiare. E la parola latina scire, conoscere, è figlia di questi due significati: scheggiare e dividere. Scienza viene da scire. La scienza divide, perché cataloga, ordina, spiega, mostra, ingrandisce i dettagli. Ma la scienza scheggia le cose, le frantuma, le spezza, le isola, le rende inconoscibili, esasperando l’osservazione, lo studio, il dettaglio.

Il sanscrito è una lingua terribilmente affascinante, perché riporta le radici delle cose nel mondo, restaura l’origine, spiega quello che altrimenti ci sfuggirebbe. È una delle lingue più difficili che si conoscano anche per questo. Le nostre vite sono divise e scheggiate, sono chyati. Le vite digitali sono una violazione della nostra unicità, e dell’unicità del mondo: separano la mente dal corpo e il corpo dalla mente, sostituiscono la natura con l’immagine della natura.

Cartesio aveva sbagliato quasi tutto. Ma non possiamo più fare a meno del suo metodo per orientarci dentro noi stessi e nel mondo. Solo che per rendere meno dolorosa la divisione, che è sempre una lacerazione, ci si è sempre serviti dell’analogia e della poesia. La poesia, non divide e non definisce, non è un grigio mondo con il suo sistema di celle, ma «restaura l’antico nostro essere e risana così la natura umana», come scriveva Platone.

Le letture del Simposio sono sempre state parziali. Identificando le due metà da riunire in un modo troppo letterale. Quel «fare di due una creatura sola» di cui parla Platone e che per tutti è l’unione di due anime gemelle, che devono ritrovare la propria unità, va ben oltre. È un’unità differente che va ritrovata, quella che non è chyati, che non divide, quella che non è schìzein, che non è scheggiata. E per farlo non serve riunirle perché combacino. Ma occorre l’analogia, occorre sostituire di continuo la comparazione (la parola come) con l’identità.

Il Cantico dei Cantici, che in ebraico è perfettamente analogico, nelle traduzioni perde le analogie. Le traduzioni sono tutte più o meno così: «i tuoi occhi sono come le vasche di Cheshbon; la tua fronte è come la torre che dal Libano guarda dall’alto Damasco…». Ma sono sbagliate: «i tuoi occhi sono le vasche di Cheshbon; la tua fronte è la torre del Libano». L’analogia ci ricongiunge con le cose, ci riunisce al mondo. Cura, restaura le nostre ferite, risana la natura umana. Ma ricongiunge non cercando similitudini (e il nostro mondo è ormai un’ossessiva ricerca di similitudini, le chiamiamo anche omologazioni), ma trovando sensi diversi. La poesia è questo. L’amore è questo. La filosofia è questo. Ma poesia, amore e filosofia sono merce sfaccendati in questo mondo di piccole celle grigie dominato da ottusi tecnocrati.