Non deve sorprendere che la velocità di questo tempo sia inafferrabile anche per coloro che studiano il presente e vogliono capire il futuro: ovvero quelli che vengono comunemente definiti gli intellettuali. Sono proprio loro le prime vittime di questo annebbiamento della comprensione. E c’è da capirli. Tutti i parametri di lettura delle cose in pochi anni sono saltati. Tutte le teorie sociologiche, politiche e culturali elaborate e discusse in centinaia di saggi richiedono una seria revisione. Ma tutto è troppo rapido per capire quello che accade, non puoi elaborare una teoria del big bang mentre sei dentro il big bang, puoi al massimo accontentarti di osservarlo e descriverlo.
All’inizio degli anni Ottanta Czesław Miłosz un grande poeta che aveva appena ricevuto il premio Nobel per la letteratura, fu invitato dall’Università di Harvard a tenere un ciclo di lezioni, quelle che loro chiamano le Norton Lectures. Miłosz raccolse poi quelle lezioni in un libro intitolato The Witness of Poetry, la testimonianza della poesia: per lui la poesia del Novecento non sarà letta solo per motivi estetici, o per il piacere del testo. Ma sarà letta dai posteri per capire il nostro tempo, come testimonianza, appunto. Sintetizzando: non più un ruolo letterario, ma soprattutto un ruolo storico e sociale. La nostra letteratura racconterà chi eravamo, e com’era il nostro tempo.
Solo che Czesław Miłosz non poteva prevedere il big bang: l’esplosione dei testi in tutte le direzioni e in tutti i luoghi generato dai social network, l’uso, ma anche l’abuso, dei materiali culturali e letterari. Ma soprattutto la frantumazione di quello che chiamiamo il pubblico e la progressiva sparizione degli autori come li abbiamo sempre intesi.
Non esiste più un pubblico, perché oggi “pubblicare” è una pratica diffusa, possibile per chiunque. Non esiste più un’opinione pubblica, come la intendeva Jürgen Habermas, ma opinioni personali ad uso collettivo. Non esistono più autori che si rivolgono ai lettori, come stelle che stanno al centro di sistemi planetari, ma ci sono pianeti, asteroidi, satelliti, che fanno sistema a sé: periferie dell’universo che diventano centro di tutto.
Il verbo condividere, utilizzato in modo massiccio per raccontare quest’epoca, non rende l’idea delle trasformazioni, soprattutto mentali, a cui stiamo andando incontro. Non è condivisione di materiali, di testi, di idee e di opinioni. Ma è autorialità diffusa, polverizzata. Soprattutto autorialità possibile, perché si è infranto il tabù, si è lacerato per sempre il velo di Maya: il tabù di qualcosa che dalla propria scrivania finisce per essere letto da tutti.
L’atto del pubblicare non è mai stato un tasto da azionare con un mouse a qualsiasi ora del giorno o della notte. L’atto del pubblicare era mentalmente un passaggio delle colonne d’Ercole, un processo culturale che prevedeva condivisione di responsabilità (con il proprio editore, con il direttore del giornale, con il superiore in grado, con il proprio team) e aveva un significato simbolico. Era un privilegio conquistato con il talento, con lo studio, con la professionalità che apparteneva a un gruppo ristretto, e irradiava, se così si può dire, un pubblico potenzialmente vasto.
Pubblicare voleva dire mostrarsi, lasciarsi capire. Oggi spesso è solo mostrarsi a un singolo. Nel senso che nessuno immagina un pubblico quando posta sui social, ma immagina un altro come lui che lo leggerà, non esiste una moltitudine di lettori, ma sono tutti singoli lettori, muniti di fotografia, riconoscibili, unici. Utenti unici, singole persone, che a loro volta postano sul web, si esprimono, commentano, raccontano.
Non esistono più autori, nemmeno quelli di cui parla Miłosz in The Witness of Poetry. A furia di navigare, il mare si è riempito di barche, di navi, di scialuppe e il mare non si vede più. E nessuno può muoversi, un mare fermo dove forse c’è troppa poesia per essere ancora poesia.

© Sette del Corriere della Sera