Gli esperti di letteratura di fantascienza non potranno che essere d’accordo. Non esiste in questo genere letterario alcun autore che avesse previsto l’era del Web, dei tablet, dei social. E a dirla tutta, neppure quella dei telefoni cellulari o smartphone. Con questo voglio dire che il futuro a cui siamo approdati non è mai stato un futuro immaginabile, qualcosa che è accaduto e che si sognava accadesse in qualche modo.
Sono molti i racconti e i romanzi di fantascienza che immaginavano voli supersonici quando ancora non esistevano, o viaggi nello spazio. Poi, certo, siamo arrivati soltanto sulla luna, e non ai confini del sistema solare come nei romanzi più immaginifici. Ma la direzione di pensiero era quella. Sono stati immaginati automi capaci di parlare e di pensare. Ma erano umanoidi, non erano scritture cabalistiche, se così possiamo chiamarle, generate da una rete, dal web, dai computer.
Abbiamo immaginato che il computer HAL di 2001 Odissea nello Spazio di Kubrick potesse parlare e agire pericolosamente, ma non che fosse uno strumento di comunicazione e di scrittura. E soprattutto abbiamo immaginato le macchine del futuro come strumenti pericolosi, che ci avrebbero tolto il potere, che alla lunga potevano minacciare l’esistenza dell’umanità, ma nessuno ha pensato che le macchine sarebbero state poco di più di un tubo in cui far passare immaginazioni tutte umane. E oggi non vorrei essere nei panni di un autore di fantascienza, perché a parte qualche clonazione umana, e qualche mondo lontanissimo da visitare, tutto il resto è un enigma.
Si è spezzata la linea del futuro, e si è capovolto il pensiero. La civiltà della scrittura era minacciata, e ora impera. I mondi alienanti di buona parte della letteratura di fantascienza si sono capovolti: il futuro si accompagna con il progredire di una bellezza diffusa, e con la consapevolezza che la sostenibilità, l’ecologia e il rispetto per l’ambiente sono elementi irrinunciabili. Certo, non per tutti. Ma non è un fatto statistico, è un fatto culturale, più diffuso di quanto si pensi. Ci vorrà tempo prima che diventi consapevolezza diffusa, ma la direzione ormai è quella. Anche la bellezza è diventato un valore irrinunciabile perché è entrata nella produzione in serie. Vale come mercato e produce fatturato. Nessuno avrebbe immaginato di poter debellare l’analfabetismo di ritorno con le chat. Anche se i ragazzi oggi fanno molti più errori di ortografia rispetto a vent’anni fa.
Ma cosa abbiamo perso? Abbiamo perso l’oralità. Abbiamo perso la trasmissione della parola come ricordo e come emozione, e abbiamo trasformato il mondo in un immenso archivio. Dove tutto quello che viene scritto, ma anche tutto quello che viene detto, si può rileggere e si può riascoltare. In questo modo abbiamo un’idea inalterabile della comunicazione, anche di quella spicciola, anche di quella che ha poca importanza. E abbiamo perso il corpo, il corpo come modello espressivo, come movimento che accompagna la comunicazione, come espressione di se stessi, il corpo come linguaggio. Abbiamo lasciato al corpo solo il dovere estetico della bellezza, la plasticità, il disegno e il canone.
Bellezza diffusa e trionfo della scrittura rischiano di trasformarci nei veri automi della fantascienza di un tempo. Siamo diventati la minaccia per noi stessi. Altro che paura delle macchine: quello era solo un futuro immaginato male, distorto.
Così il mito della caverna di Platone si è rovesciato. Non sono più le ombre che scambiamo per realtà a ingannarci, ma le immagini vere, e le parole scritte. E non sappiamo più voltarci verso la caverna per riconoscere le ombre. Senza le ombre le immagini sono piatte e senza profondità. Senza l’oralità della parola, senza il dialogo, di cui Platone era maestro, il racconto perde il suo divenire, e alle volte la sua verità.

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