Sento parlare di silenzio sempre di più. L’invito al silenzio, l’elogio del silenzio, la ricerca del silenzio. E poi il silenzio come valore, il silenzio come via di uscita a un mondo caotico, il silenzio come verità e soprattutto autenticità. Mai c’è stata come oggi una voglia così forte di silenzio. E mai come oggi si vive in un mondo dove il silenzio è praticamente impossibile, a causa del brusio di fondo, del trionfo della parola scritta, della musica ovunque, delle voci che arrivano dappertutto, delle conversazioni e degli scambi sempre più facili e accessibili. E più migliora il modo di comunicare più senti l’ideologia del silenzio come un modello quasi religioso e teologico. Più connettiamo gli individui e più si demonizzano le connessioni, a favore dell’ideologia della sconnessione.

Così i giornali sono sempre pronti a raccontare di quelli che non hanno più il cellulare, o non lo hanno mai avuto. Di quelli che hanno lavorato in società di comunicazione, o nel mondo del web, e che lasciano tutto e vanno a lavorare nel parco di Yellowstone per osservare gli orsi, di quelli che hanno deciso di limitare i danni della tecnologia, di disintossicarsi. Cercando nel silenzio la radice, l’origine, la possibilità e la verità. «Forse solo il silenzio esiste davvero», scriveva il grande José Saramago, che però in silenzio non è mai stato, ha pubblicato molti libri, ha girato il mondo e ha vinto un premio Nobel.

E il punto è proprio questo. L’Ottocento, ad esempio, è per tutti gli storici il secolo del progresso, quello del trionfo del vapore, quello più razionale, figlio dell’illuminismo. Eppure, e proprio per questo, l’Ottocento è stato anche il secolo dell’esoterismo, delle teosofie, delle teorie dei complotti, dei medium da strapazzo. Come una reazione alla modernità.

In questo decennio siamo invasi dalla retorica del silenzio: la capacità di isolarsi, snobbare i social network e sognare un ashram dove interrogarsi sui misteri del sufismo è decisamente interessante. Ma non funziona in questo modo per tutti. Un po’, per intenderci, come la decrescita felice: che non è solo la saggia consapevolezza che i modelli di crescita perpetuati fino a oggi non saranno più sostenibili. Ma è qualcosa di più. È un’ideologia élitaria della vita, una retorica della semplicità di chi ha in mano sempre e comunque le leve della crescita ed è in grado di decidere. Sono lussi che prevedono mezzi culturali, libertà di decisione, consapevolezze.

Jagdish Bhagwati, un economista indiano che insegna alla Columbia University, pubblicò ormai dieci anni fa un saggio molto interessante: In Defense of Globalization. La tesi era di una semplicità disarmante. La globalizzazione è l’unico modo per generare democrazie laddove non ci sono, e togliere a tutti i sud del mondo un destino di miseria. E non solo miseria economica, ma anche miseria culturale. Ricordo una mostra a New York dove c’erano delle grandi mappe del mondo con i flussi di comunicazione rappresentati da linee grafiche. I paesi e i continenti dove si comunicava di più erano rappresentati in dimensioni più grandi. In quella mappa il terzo e il quarto mondo erano territori piccolissimi, come si potrà immaginare.

La retorica del silenzio, la saggezza come privazione, il distacco come scelta portano a suggestioni meravigliose. Ma ci sono continenti, popolazioni, solitudini che saranno salvati solo dal brusio della voce, dalle parole, dalle storie, dai pensieri e dalla scrittura a cui abbiamo accesso ogni giorno. Ci sono popoli che otterranno conoscenza non dal silenzio, a cui sono purtroppo molto abituati, ma dalla parola, dall’esserci, dal ricevere, dalla possibilità e dagli strumenti per capire. E l’isolamento per loro non è un privilegio, ma una condanna.

(Sette del Corriere della Sera)