Ogni anno migliaia di visitatori si perdono tra le stele di Peter Eisenman a Berlino. Camminano per i corridoi a cielo aperto dell’Holocaust Memorial nel quartiere Mitte e hanno un senso di disagio: la paura di perdersi dentro un sistema di spazi logico, perfettamente ordinato e razionale. E invece quel sistema di stele non ha una ragione e chiunque abbia camminato per i corridoi di quel labirinto ha provato una forte sensazione di solitudine.

Si dirà che è normale smarrirsi in un labirinto. Ed è vero. Ma non tutti sanno che i labirinti non sono sempre uguali. E imparare a capirli sta diventando indispensabile, oggi più che in qualsiasi altra epoca. Perché ormai viviamo dentro un labirinto di terzo tipo, senza rendercene conto, e non possiamo uscirne. Anche se ci si cancella dai social network o si pretende di vivere senza connessioni internet.

Ma procediamo con ordine. Ci sono tre tipi di labirinti. Il primo è quello classico di Cnosso. È un percorso lineare che porta sempre all’uscita. E vuole che all’uscita ci sia il Minotauro perché sennò il percorso sarebbe facile e la prova sarebbe inutile. Il secondo tipo è quello manieristico: lì non c’è un solo percorso ma ci sono molti corridoi, tutti portano a un punto cieco eccetto uno.

Ma è il terzo tipo di labirinto che riguarda le nostre vite digitali. Non è un filo (il filo di Arianna), non è un albero come quello manieristico, ma è un labirinto a rete. Proprio così, lo stesso termine che usiamo per parlare di web e di social network. In quello a rete ogni punto può essere connesso con un altro punto qualsiasi. Non c’è un interno o un esterno, non entri e non esci, è finito ma potrebbe essere infinito. Ma la cosa più importante è che in un labirinto a rete correggi sempre il percorso a seconda delle scelte che fai. E correggendo il percorso cambi continuamente la struttura stessa del labirinto, che non è mai uguale.

Il labirinto a rete è un modello, non è una metafora. Ovvero non racconta qualcosa d’altro. Non è una prova da superare, non c’è un Minotauro da sconfiggere o una via di uscita giusta, come in quello manieristico.

Tutti pensano che i social network sono uno specchio dei tempi, un riflesso di quel che avviene nel mondo. Ma il modello non è lo specchio, i social non sono un riflesso, in scala ridotta, della società. I social sono un modello miope da cui non puoi uscire anche se lo decidi, come hanno fatto alcuni noti opinion leader. E sono un modello miopie perché dentro twitter o facebook tu non puoi vedere e leggere le cose in modo globale. I post e i tweet sono micro modelli, opinioni singole, e persino insulti individuali e personali. Non fanno sistema.

Paradossalmente è nella cecità che si ha l’unica visione possibile, perché nel labirinto a rete puoi muoverti soltanto a tentoni. I social network vivono di congetture, attraverso queste ci si orienta, in un sistema che cambia di continuo e rende mutevoli le connessioni.

E allora tutto il dibattito sulla rete, sui social, sull’opinione pubblica non porta a una nuova coscienza sociale, politica e culturale. I social non sono né uno strumento di crescita e neppure di barbarie. In un’intervista Peter Eisenman ha dichiarato: «Qualcuno potrebbe affermare che l’Holocaust Memorial sia legato al concetto di espiazione, ma non è così. Quello che volevo a Berlino non era tanto restituire ai tedeschi la loro storia, ma piuttosto la loro memoria». ll labirinto di Berlino è un labirinto a rete. E anche la rete in cui navighiamo ogni giorno è un labirinto, un labirinto di terzo tipo. E non c’è politica o dibattito che tenga. Lascia soltanto memoria e solitudine.

(Sette del Corriere della Sera)