Immaginate una città, completamente nuova, come fosse Brasilia. Una città progettata dal nulla da un architetto folle. Una città dove non ci sono spazi vuoti, da nessuna parte. Non ci sono piazze, non ci sono orizzonti, non ci sono panorami da guardare. Ma solo edifici stipati, uno accanto all’altro, e dentro gli edifici, stanze piene di cose. Una città accesa sempre, dove i negozi, gli uffici, ma anche le case, sono illuminate per 365 giorni all’anno e per 24 ore al giorno. Una città dove gli edifici non hanno portoni, e gli appartamenti non hanno porte d’ingresso e neppure porte interne, e gli edifici non hanno i vetri alle finestre. Tutto è aperto.

Se vi sta venendo una leggera angoscia a immaginare una città del genere sappiate che questa è l’architettura del web. E nessuno si rende conto che ormai da qualche anno non esistono più luoghi vuoti, luoghi di attesa e luoghi di silenzio. La mia generazione è cresciuta con pochi mezzi multimediali, se così possiamo chiamarli: la radio, la televisione, i giornali e i libri. La televisione aveva la sigla di inizio e di fine trasmissioni. I programmi iniziavano a una certa ora e finivano a un’altra. In mezzo c’era quello che allora si chiamava: il monoscopio. Valeva per la radio e per le comunicazioni in generale. Se stavi in treno, nessuno ti poteva raggiungere finché non arrivavi da qualche parte. E la posta veniva consegnata a una certa ora. E poi bisognava aspettare fino alla giornata successiva. I telegiornali avevano degli orari fissi, che tutti conoscevano.

Il significato dell’orario fisso era importante. Sapevi che in quel momento saresti stato informato di tutto quello che era accaduto prima. E per i giornali valeva la stessa regola. Il quotidiano conteneva quello che era stato rielaborato e scritto fino alla sera precedente.

Nessuno sembra più solo nella città del web. Ma è soltanto cambiato il concetto di solitudine. Dove per solitudine non intendo soltanto la capacità di isolarsi o di essere isolati dal mondo per pensare ai fatti propri. Ma la solitudine come una forma dell’attesa, attesa di stimoli e possibilità. Pensiamo che le cose accadano di continuo, e non in tempi precisi. Il moto perpetuo emotivo in cui viviamo ci impedisce di avere punti fermi. Il non stop è divenuto una modalità del pensiero. L’idea che tutto sia sempre possibile, che tutto sia sempre raggiungibile non ha accorciato le distanze, le ha proprio annullate.

Da anni si fanno fantasie sul teletrasporto. Un tema della fantascienza classica. In realtà non siamo arrivati a trasportare i corpi, ma siamo stati capaci di trasportare immagini, luoghi della mente, idee, parole, voci. Praticamente quasi tutto. Questo non solo ha cambiato le vite quotidiane. Ma non riusciamo neppure a pensare di non essere raggiungibili, o di non poter raggiungere qualcuno, di non conoscere e di non essere conosciuti sempre e comunque.

Questo ha generato una sindrome nuova soprattutto nell’informazione. Ogni tanto twitter si incanta. Per qualche minuto la timeline non scorre e subito tutti si agitano. Ogni tanto le pagine web non si aprono, per un piccolo errore tecnico, e lo sguardo di chi sta davanti a un monitor è di insofferenza, e ogni tanto i tablet e gli smartphone non prendono la rete. Quando accade il disagio è immediato.

È il disagio di questa città del web che non ha porte e non ha spazi vuoti. Perfetta per sapere tutto e vedere tutto. In questa città non ci sono fiumi, e non si sono prati. Perché gli spazi vuoti del linguaggio sono solo spazi bianchi, e non ci parlano, e gli spazi vuoti delle immagini sono solo inquadrature nere. E quando non ci sono cose nuove da dire, torna, in loop, quello che si è già visto.

Si tratta di riempire i vuoti, le assenze, le distanze, le lontananze. Finendo poi per annullare anche le vicinanze. Perché se tutti sono vicini e afferrabili, nessuno è vicino.

(Sette del Corriere della Sera)