In un suo libro, La grana della voce, Roland Barthes raccontava della sua Parigi quando era bambino. E di come, d’estate, i portieri dei palazzi sedessero sulla strada senza far nulla. E aggiungeva: «È una visione della pigrizia che si è cancellata. È probabile che adesso la pigrizia consista, non nel non far nulla, dato che non ne siamo capaci, ma nello spezzare il tempo il più possibile, nel diversificarlo».
Aveva già intuito, con trent’anni di anticipo, il nostro modo di vivere i sentimenti, il nostro modo di essere pigri senza esserne capaci, il nostro presente di parole che non arriva in fondo alle emozioni. Perché la pigrizia è uno stato dell’anima, è un saper tenere a bada un Io smisurato che parla, interagisce, commenta, si esprime, e non sa non essere, anche per un tempo limitato, perché ha paura del vuoto, dell’assenza, del silenzio.
Tutti fanno ironia sulla dipendenza dal web, sulla schiavitù dai social network. Sono state scritte pagine e pagine sulla nostra incapacità di vivere senza un telefonino, di spegnere tutto e rimanere soli. Ma il problema è molto più complesso. E il racconto di Roland Barthes, scritto in tempi non sospetti, è in grado di spiegare solo in parte quello che ci sta accadendo.
Ci sta accadendo che viviamo solo di sentimenti raccontabili: quelli che si possono dire in un social network, in un messenger, o in un sms. In una parola: quelli verbalizzabili. Stiamo via via perdendo la nostra capacità di comprendere e intuire le cose, perché stiamo spostando sul linguaggio ogni forma di coinvolgimento, di attesa, di sensazione, di visione del mondo. Negando quei sentimenti che i neurologi considerano tipici di quell’area del cervello che si chiama amigdala. Là arrivano gli impulsi più arcaici, là sentiamo le cose che non si possono raccontare e persino le cose che non si possono vedere.
Alcuni anni fa uscì uno studio sulla rivista Nature Neuroscience: a un paziente cieco venivano messi di fronte volti che esibivano emozioni come felicità, rabbia, paura o tristezza, e i suoi tentativi di indovinare se i volti fossero felici o mostrassero sentimenti negativi fornivano risultati sorpredenti. Si scoprì in questo modo che le espressioni visibili su un volto umano vengono registrate in un’area cerebrale differente dalla corteccia visiva. Vale anche per quell’area del cervello che presiede al linguaggio: commozione, intensità, lettura dello sguardo, non sono sempre raccontabili.
Abbiamo capovolto il mondo. Sintetizzando, le cose vanno più o meno così. Prima si provavano emozioni e poi si adattavano queste sensazioni a una forma di racconto, che provava a restituire le esperienze vissute. Oggi si raccontano e si scrivono sensazioni non vissute e poi si prova a trasferire nella vita quello che si è teorizzato.
I risultati sono continui equivoci emotivi e letture sfalsate dei rapporti umani e professionali. Tutto è nella regione del linguaggio, nulla è nella regione delle emozioni. O meglio: le emozioni sono diventate linguaggio.
Se c’è una cosa che non può fare il web è permetterci di essere, di raccontarci, senza usare codici che sono quelli della letteratura, della poesia, del cinema. Il popolo del web, per usare un’espressione abusata e fuori luogo, è un popolo di intellettuali che ha una fiducia assoluta nelle parole e non sa guardare negli occhi le persone. Come diceva Roland Barthes: capace di quella pigrizia che è solo spezzare il tempo, e non sospenderlo.
Una poesia Zen dice: «Seduto pacificamente senza far nulla, viene la primavera, e l’erba cresce da sola». I social network ci costringono ogni giorno a raccontare quell’erba che cresce. Per spezzare quel tempo fermo che non riusciamo più a sopportare.

© Corriere della Sera – Tutti i diritti riservati

Il sogno di scrivere Cotroneo