Ieri sono entrato in una libreria, ma non cercavo un libro. Sono entrato per passeggiare tra i libri, guardare i titoli, le alette di copertina. Come una semplice curiosità. E più passa il tempo più ho un senso di sgomento di fronte alle grandi catene librarie, dove ci sono (meraviglia, certo) migliaia di titoli. Ho passato trent’anni della mia vita a studiare, leggere e orientarmi nei meandri dell’editoria. Ma ora persino io comincio a perdermi, e alle volte faccio fatica a capire cosa mi ritrovo esattamente tra le mani. E immagino che sensazione possa provare un lettore comune. Ancora più angosciosa, ancora più destabilizzante.

La verità è che non sappiamo più leggere niente. E più si scrive, più si pubblica, più si è lontani dalla scrittura, più capire diventa un miraggio. Più aumentano le edizioni dei classici e meno si leggono i classici. Più cerchiamo di usare i libri per orientarci e meno i libri hanno da dirci qualche cosa. Non è solo un paradosso, ma assomiglia sempre più a una maledizione.

La maggior parte delle persone non è in grado di capire la letteratura, non è in grado di leggere un classico, non è capace della pazienza necessaria per arrivare fino in fondo a un libro più lungo e magari più complesso del solito.

Poi mi ritrovo tra le mani questo piccolo saggio di Pietro Citati, Il Don Chisciotte (Mondadori, pp.147, 17 euro) e penso che qualche giustizia a questo mondo può esistere, e mi sembra che non tutto è perduto se ancora c’è un intellettuale, un critico, capace di prendere per mano il lettore e guidarlo attraverso uno dei testi fondamentali dell’umanità. E Citati è capace di farlo con una grazia e un’attenzione che non mi sorprendono (conosciamo la sottigliezza critica di Citati). Eppure questa volta va oltre il suo rigore: come fosse consapevole del naufragio che abbiamo subito, un naufragio di senso, un naufragio di parole stivate alle meglio e annegate in questi tempi senza pazienza, in questi tempi di letteratura dal fiato corto.

Citati si è scelto questo libro meraviglioso, ha cominciato a scriverne, e capisci subito che parla di Don Chisciotte per parlare d’altro, e capisci che leggere i testi è il miglior modo per scrivere di stessi e del proprio tempo. E che raccontare i libri è generare un libro, e che la critica non serve a dire se un romanzo è buono oppure no, non è un’etichetta da applicare, non è un semaforo verde o rosso, con un po’ di argomentazioni. Ma la critica è un modo di viaggiare con i libri, di fare un viaggio dentro sé stessi illuminati dalla torcia di un testo, che si adatta alle pieghe della nostra sensibilità, che si ricorda di noi, che c’è quando non lo stiamo cercando, e quando si fa trovare vuol dire che era giusto fosse così.

Dice Citati: «Gli scrittori arabi, che egli aveva sfiorato, pensavano come lui, che un libro è il migliore e il più sicuro amico, collega ciò che è lontano e ciò che è vicino, il passato e il presente, e un morto che ti parla in nome del morto, e ti traduce il linguaggio dei vivi. Don Chisciotte non aveva dubbi, era sicuro che le lezioni dei libri dessero quasi sempre l’esperienza delle cose più sicura di quella che ci fornisce la vista… Ecco perché la lettura supera la vita, dicevano gli arabi».

La lettura del Don Chisciotte di Citati è l’ultimo tentativo di afferrare il presente in un modo che solo quelli che sanno leggere le cose riescono a conoscere davvero. È un libro che ammonisce i futuri lettori e li avverte del pericolo di non saper più vedere. Non soltanto i libri, ma soprattutto se stessi. È una scialuppa per non finire sommersi da un pensiero uniformato e banale che non ci farà più capire chi siamo e dove stiamo andando. Non si tratta solo di un esercizio di raffinatezza critica, non c’è nulla di lezioso in questo libro.

Ma è il testo di qualcuno che ci sta avvertendo: non esiste futuro senza cultura, non esiste comprensione senza abitudine e consuetudine ai testi, non esiste felicità senza il sogno e l’immaginazione. Nessun grande paese può fare a meno della sua arte e della sua letteratura. E il Don Chisciotte è lì a ricordarcelo da sempre. E non solo per il paradosso, l’ironia, l’arguzia di Cervantes, ma perché dobbiamo ricominciare a farci attraversare dai libri, per imparare qualcosa della vita. E imparare a leggere nel modo di Citati, è un buon passo per risvegliarsi dal torpore culturale, dalle banalità letterarie, che ci stanno uccidendo.