L’editoria, i libri, la letteratura sono un affresco che sta sbiadendo sempre di più. Presto non sapremo più leggere cosa è accaduto, qual è la storia dei libri, perché i libri sono stampati in un certo modo e perché ha ancora un senso cercarli, aprirli, persino leggerli.

Per molti anni ho vissuto in una casa letteralmente foderata di libri, erano più di diecimila. Ogni tanto qualche giornalista veniva a farmi un’intervista e mi chiedeva: «li ha letti tutti?». E io rispondevo: «me ne mancano due». I libri non sono soltanto lettura, non sono indispensabili solo per essere letti, sono indispensabili perché sono presenze interiori, sono qualcosa che ci accompagna e ci spiega. Ci spiegano attraverso i testi, le copertine con le loro immagini, i formati, i colori, i dorsi. E capiamo molte cose anche dalle corrispondenze tra un libro e l’altro. Le case piene di libri hanno voci che bisogna saper sentire, perché i libri si parlano tra di loro, e sono certo che qualche volta, senza che io possa spiegarmi come sia possibile, cambiano persino di posto.

Roberto Calasso ne L’impronta dell’editore (Adelphi, pp.164, 12 euro) racconta in parte questa storia, e anche molte altre. Lo fa con una nettezza e una lucidità che lascia ammirati. Sia per chi come me conosce una parte di quelle storie, sia per chi invece non ne sa nulla e deve capire. Perché i libri sono unici, e prendono peso e importanza concatenandosi uno con l’altro, come una collana preziosa (e non è un caso che in editoria i libri che escono fanno parte di “collane”).

Il pregio di questo libro è proprio nella capacità di Calasso di tenere un profilo neutro, di non autocelebrarsi, di non raccontare la sua avventura Adelphi come qualcosa di speciale e di meraviglioso. Ma di qualcosa di unico questo sì. Dove l’unicità è un valore a sé e molto importante. Non si fanno libri senza unicità, non si pubblicano autori che non sanno di essere unici, e fanno qualcosa di irripetibile. Anche l’editoria commerciale, anche quella di libri che diventeranno best seller mantiene questa visionarietà. Il libro, anche se replicato in milioni e milioni di copie, è unico. E infatti parlando di un libro si dice: la mia copia. Dove la copia non è mai una copia soltanto, è quello che si è visto, quello che si è letto, quello che si è stati e quello che saremo.

Belli e pungenti certi ritratti di Calasso. Soprattutto quello rispettoso ma dissenziente verso Giulio Einaudi. O verso certo conformismo di sinistra del nostro paese. Bravo nel mettere la parola fine a tutte le accuse che nei decenni sono state rivolte alla sua casa editrice: la Adelphi. Considerata da un lato troppo snob, e dall’altro troppo commerciale. E accusata ancora di più di essere riuscita a essere la più snob e la più commerciale al tempo stesso. In realtà, come racconta bene Calasso nel libro, Adelphi è lontana da qualsiasi snobismo editoriale, e anche da qualsiasi mira commerciale. Ma è soltanto una parete di montagna che ogni lettore affronta in una maniera diverse. Come racconta René Daumal nel Monte Analogo, uno dei libri Adelphi che hanno fatto la casa editrice, il punto è guardare le cose dall’alto, per poi ridiscendere, ricordando quel che si è visto dall’alto.

La logica di una casa editrice è preparare le vie ferrate per poter salire. Senza chiedersi chi lo farà, chi ne è più degno, chi rischia di cadere giù perché non preparato fisicamente.

Calasso a un certo punto di questo suo saggio dice che nessun editore stampa libri soltanto per guadagnare denaro. È assolutamente vero. Chi ha conosciuto gli editori, anche quelli meno esigenti dal punto di vista culturale, sa che dentro di loro c’è sempre un sogno di qualità. Una speranza che i libri possano sostituirsi al mondo e renderlo alla fine più tollerabile. Per questo il mestiere di editore è rimasto, nonostante tutto, uno degli ultimi mestieri romantici. Se la parola romantico ha ancora un senso. E forse anche tra i più divertenti che ci siano. Scoprire libri e autori è ancora qualcosa di irresistibile e irrinunciabile. Perché, come diceva Borges (autore Adelphi) «tutte le cose del mondo finiscono in una citazione o in un libro». Ed è proprio vero.