Da mesi non si fa altro che sentir parlare di startup. E per startup si intendono progetti, idee vincenti, adatte a menti brillanti. Mentre il suo significato originario si limita a indicare un progetto imprenditoriale, con la capacità di pianificare costi, organizzazione, budget, risorse e quant’altro. L’imprenditore che si dedica a una startup oggi è prima di ogni cosa un inventore di idee. E per di più innovative. E molto spesso le startup riguardano il web da vicino. Il web è la nostra avanguardia, il nostro orizzonte. Se qualcosa accade attorno a noi, accade prima in rete, se c’è da prendere una direzione è meglio prima capire in che modo si muove il web, se pensiamo al futuro, pensiamo che lo troveremo prima su internet e poi sulle nostre strade quotidiane.

E naturalmente una startup che si rispetti è innovazione: solo che negli ultimi anni, quando usiamo questa parola non pensiamo soltanto a un processo lungo, che porti a qualcosa di diverso, ma alle idee fulminanti, un lampo, un qualcosa che nasce dal nulla, e diventa concreto perché ha valore in sé. Al punto che i progetti innovativi si tengono segreti e si spera che non vengano copiati o imitati da altri.

Siamo arrivati a un post-romanticismo tecnologico. Se prima erano i team a indovinare le esigenze. Oggi sono i singoli, spesso carismatici, capaci di immaginare quel che accadrà. Il processo che poi rende concrete le idee viene soltanto dopo. Ma è il singolo a indicare le linee del futuro. E di esempi in questo senso, soprattutto riguardo a rete internet e tecnologia, ne abbiamo moltissimi.

Ma tutti noi siamo figli di una tradizione filosofica che parte da Platone e che vede le idee in una maniera diversa. Per Platone erano le cose del mondo che copiavano le idee, entità perfette e immutabili che rappresentavano l’essenza delle cose.

Nel passato sognare il futuro facendolo avvicinare alla perfezione di una società ideale ha generato utopie e totalitarismi. Ma ora sono le idee a cambiare il mondo, non è il mondo che va cambiato per adeguarsi a modelli a cui fare riferimento.

È facile capirlo rendendosi conto che oggi le cose esistono non tanto perché erano necessarie, e neppure perché se ne sentiva il bisogno, ma solo perché qualcuno le ha pensate e messe in pratica. Il web stesso è stato in origine un’invenzione scollata da una necessità. Gli oggetti che utilizziamo ogni giorno e che ci sembrano indispensabili non riflettevano un bisogno reale. Gli sms, per esempio, sembravano un’invenzione perdente. Un cellulare su cui scrivere? E attraverso una tastiera numerica? Non avrebbe mai preso piede, avevano detto gli esperti. Oggi si comunica quasi solo attraverso questo tipo di messaggistica.

Le startup sono una nuova maniera di pensare l’innovazione non più come un cammino necessario (invento l’aereo, o la macchina per viaggiare più velocemente, il telefono per comunicare meglio al di là delle distanze fisiche) ma come una romantica intuizione di bisogni che non ci sono ancora e che ci saranno un giorno. E oggi gli imprenditori che guardano al futuro hanno un sistema di pensiero più simile a quello dei poeti, e molto lontano da chi si occupa di strategie industriali. E in questo Adriano Olivetti aveva capito tutto già 60 anni fa.

Intercettare i sogni che verranno è la scommessa più difficile. Mai come in questi anni quei sogni modellano la materia delle nostre realtà, dei nostri desideri, di quello che ci aspetta. Forse ora sappiamo bene cosa significhi vivere in un’epoca senza ideologie. Abbiamo sempre pensato che un mondo privo di ideali era un mondo senza passioni. Ora sappiamo che un mondo di passioni genera un mondo di ideali. E in un certo la senso la fantasia, con qualche decennio di ritardo rispetto al 68, è arrivata finalmente al potere.

(Sette del Corriere della Sera)